Girolamo Cardano.

Vita di Girolamo Cardano.


Titolo originale: De propria vita liber. 1575.
Traduzione di: Vincenzo Mantovani.
1821 Giovan Battista Sonzogno Editore, Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Ruggero Volpes e Maria Grazia Hall per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Indice.
Proemio alla traduzione.
CAPO 1. Della patria e dei maggiori.
CAPO 2. Del mio nascimento.
CAPO 3. Di alcune particolarit ed usanze de' mie genitori.
CAPO 4. Breve descrizione della mia vita, dal suo incominciamento sino al giorno d'oggi (ultimo di ottobre 1575).
Capo 5. Della statura e forma del corpo.
Capo 6. Delle infermit.
Capo 7. Dell'esercizio del corpo.
Capo 8. Del vitto e del nutrimento.
Capo 9. Del come vagheggiassi a perpetuare il mio nome.
Capo 10. Sul tenore della vita.
Capo 11. Della prudenza.
Capo 12. Dell'attitudine alla cattedra ed alle dispute.
Capo 13. Intorno ai costumi, ai vizj dell'animo ed agli errori.
Capo 14. Delle virt e della costanza.
Capo 15. Degli amici e dei protettori.
Capo 16. Dei nemici e degli emoli.
Capo 17. Di calunnie diffamanti ed accuse insidiose.
Capo 18. Di ci a che specialmente prendeva diletto.
Capo 19. Dei giuochi.
Capo 20. Del vestito.
Capo 21. Della maniera di camminare, e della meditazione.
Capo 22. Della piet e della religione.
Capo 23. Di alcune mie particolari osservanze.
Capo 24. Delle case per me abitate.
Capo 25. Della povert e dei danni sofferti nel patrimonio.
Capo 26. Del mio matrimonio.
Capo 27. Delle disavventure ne' figliuoli.
Capo 28. Delle perpetue liti.
Capo 29. Dei viaggi.
Capo 30. Dei pericoli, degli accidenti e delle tante insidie, tese diversamente, ma con ostinata perseveranza.
Capo 31. Delle felicit.
Capo 32. Delle onorevolezze ricevute.
Capo 33. Dei disonori, del come vi avessero parte i sogni, e di una rondinella nell'arma gentilizia..
Capo 34. Dei maestri avuti.
Capo 35. Degli scolari e degli allievi.
Capo 36. Dei testamenti.
Capo 37. Di alcune meravigliose prerogative naturali, e fra queste dei sogni. Dei sogni.
Capo 38. Di cinque prerogative, delle quali mi sono giovato.
Capo 39. Della erudizione e come acquistata e coltivata.
Capo 40. Della felicit nel curare ammalati.
Capo 41. Di alcuni accidenti straordinari, non sempre naturali, fra i quali di alcuni, toccanti la propria vita o la morte del figlio.
Capo 42. Della facolt di presagire in medicina ed anche fuori della professione.
Capo 43. Di accidenti e circostanze affatto soprannaturali.
Capo 44. Di quanto pi trovava importante stabilire nelle scienze.
Capo 45. Dei libri che ho scritti, del tempo in cui li scrissi, del perch li scrivessi e di cosa ne avvenne.
Capo 46. Di me medesimo.
Capo 47. Del mio genio tutelare.
Capo 48. Di quanto uomini celebri attestarono sul conto mio.
Capo 49. Sulle cose del mondo.
Capo 50. Detti a me famigliari, da quando mai ridursi ad osservazioni, e carme funebre, per cui sventare alcune false opinioni.
Capo 51. Delle cose, nelle quali mi sento difettoso.
Capo 52. Dei cambiamenti, che in me accaddero coll'et.
Capo 53. Del mio conversare.
Capo 54. Conclusione.
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Fine Indice.
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Vita di Girolamo Cardano milanese. Filosofo, medico e letterato celebratissimo. Scritta per lui medesimo in idioma latino e recata nel volgare italiano dal sig. dottore Vincenzo Mantovani (1773 - 1832) cavaliere del real Ordine della Corona ferrea, gi chirurgo in capo d'esercito e professore in Medicina.
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Proemio alla traduzione.
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Non manca fra i dotti chi avvisi essere pi novelliera che storica la descrizione di questa vita, e la infedelt risguardare specialmente alle cose, nel riferir le quali diresti mirasse l'Autore a che scapitasse la propria fama. Imperocch, oltre il farsi altrui supporre abbietto gi dal nascimento, fievole non che difettoso nel fisico e nell'educazione trascurato, egli si dichiara il peggio capitato che mai colla moglie, coi figli, coi servi, e sempre povero, sempre bersaglio alle calunnie, alle persecuzioni, alle insidie. Risguardo poi alle doti dell'animo Cardano si dipinge accattabrighe, lascivo, misantropo, espressamente ingrato altrui nel discorso, capace appena di perdonare, non mai di obbliare le offese, malignamente invidioso, valente in fattucchiere, non pi rispettoso al padre che provvido alla cura de' figli, e poco men che studioso a provocare l'avversione de' congiunti e de' famigliari, sia coll'aggiungere stranezza di costumi a stranezza di carattere, sia pel contrasto fra quelli e questo.
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Trascendendo il non lontano esempio quando l'adulazione confortava l'Europa dei ceppi, che le andava preparando la virt militare di chi lasciavasi allora decantare figlio d'amore, furono altri e forse non meno grand'uomini, che non si adontarono propalare la bassezza dei natali e delle fortune loro: e saria bastevole per tutti Erasmo; il quale per, accorto nel resto a sostenere la propria fama, trasse anzi da quelle circostanze argomento, per cui darle quasi risalto maggiore. Ma delle stesse qualit pregevoli, sulle quali mena tanto romore il Cardano, esso ne fa merito quando a non sapremmo quale splendore, insito in lui e cui egli non attese che a perfezionare, quando ad uno spirito a lui pure famigliare, del genere di quelli, onde si vantarono dotati anche Socrate, Plotino e Flavio. Solch, dove tranquillo era e sempre fedele compagno il genio socratico, non amava di s far mostra o fede, quello del Cardano, se non fra i sogni o gli strepiti, bench arrendevole nell'offerire a quasi di lui voglia spettacolo di spettri o larve, a condurlo peregrino dai sensi nell'estasi, ed a mostrargli nel bel mezzogiorno, ugualmente che di notte, la luna.
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Se non che il farne merito ad una luce speciale, oppure ad un angelo custode, non tolse perch spiacente riuscisse, anzi che no, ai dotti suoi contemporanei quel suo parlar sempre di s stesso, e francamente arrogarsi la primaza non pure su tutti che deprimere, per non dire dileggiare, d'ogn'altro i ritrovamenti ed il sapere. E ci specialmente nell'arte medica, nella quale si pretende che il Cardano dicesse non comparire che ogni dieci secoli un grand'uomo, ed egli essere il settimo dappoi la creazione del mondo.
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Quindi le nimist non solo e le persecuzioni degli emuli, ma l'averlo dipinto cotesti con tinte anche pi disaggradevoli di quelle a chiaroscuro, nelle quali egli si ritrasse da s medesimo. Imperocch, mentre alcuni lo chiamavano maldicente, calunniatore, geloso, maligno e traditore, altri dicevano cose di lui non dissimili da quelle, per le quali fu dagli Abderiti chiamato Ippocrate a curare Democrito; ed il Tuano lo dichiar talora pi saggio che uomo, e spesso meno intelligente che un fanciullo (1).
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I pi lo imputarono comech da stolto credesse o facesse astutamente credere ad altri che lui presiedeva un genio: e lo dissero non altrimenti ligio del genio, delle visioni, e dei sogni che delle vecchierelle o delle streghe; reputarsi da esso veraci e prudenti le osservazioni ed i presagi loro; ed aver egli ugual fede ne' demoni e nelle fantasime che nella immortalit dell'anima. Non  poi dalla sua vita che tuttavia sappiamo i maltratti e l'ingratitudine, dei quali rimunerati vennero gli insegnamenti avuti nelle matematiche dal Tartaglia, n che fosse dal padre strappato un orecchio al minore dei figli, n che la stravaganza lo inducesse a farsi trascinare per le vie di Bologna col cocchio a cui era levata espressamente una ruota, e la libidine a compensare da vecchio ne' ceramici di Roma l'impotenza di sua giovent nel culto di Venere.
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Ci per di cui gli si fece maggior carico (e da cui potr giudicarsi del resto) si  che fra suoi schemi genetliaci si attent il Cardano comprendere quello di Ges Cristo, ed inferirne dagli astri la genesi non che le cose accadute all'umana di lui vita. Su di che si grid all'eccesso della demenza, dell'audacia, dell'empiet, quod stellarum dominum stellis subjecerit, et natum eo tempore putarit quod adhuc in lite positum est (2). Lo stesso tema natalizio era per stato imaginato nel secolo precedente da Tiberio Roussilliano (Sesto calabrese) fra le quattrocento proposizioni, che ei si proponeva difendere a Padova, Bologna e Firenze, nel suo apologetico adversus cucullatos; fra le quali sebbene condannata la genetliaca di Cristo, egli tuttavia la riprodusse in un libro promulgato sotto Leone Decimo, col titolo: Tria Christi geneseos themata, secundum tres rationabiles differentium doctorum opiniones.
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N osava niente meno, prima del calabrese, il cardinale d'Alliaco; il quale pretese anzi che dalle osservazioni astronomiche si avrebbe potuto prevedere il nascimento del Salvatore, del quale pubblicava il celeste schema natalizio nel suo elucidario astronomicae concordiae cum theologica et historica veritate; e moriva tranquillo non pertanto nella sua sede arcivescovile di Provenza, vivente Martino V. E gi prima di Sesto e dell'Alliaco anche Alberto Magno, vescovo di Ratisbona, scrisse nel suo specchio astronomico dover essere nato G. C. sotto l'ascendente dalla parte del segno della Vergine (3). Ma il pi sorprendente si  che, mentre il detto schema fu cagione all'autore d'infiniti guai, sino a mettere in repentaglio la di lui vita, n descrivendone i disastri fec'egli un sol cenno di questo motivo dei medesimi, n quando li sofferiva, e poteva temer davvantaggio, volle mai scolparsi, accennando i nomi di coloro che lo avevano in ci preceduto, preferendo la fama d'empiet non che i danni ed i pericoli che gli provenivano da tale ardimento, anzi che parteggiarne con altri la gloria.
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Le quali cose venni accennando non gi per guarentirne la realt, e per da ci che non ricordate le medesime in questo libro arguire fondate anche le taccie d'infedelt non solo, ma di menzogna e simulazione, delle quali non esitarono incolpare questo scrittore i suoi emuli; ma perch dal valore dei principali fra i torti, che gli vennero apposti, fosse agevole argomentare il prezzo degli altri non pure che doversi ai tempi assai particolarit e circostanze di questa vita, fra quelle, che si presentano con aria di stravaganza. Aggiungasi questa risguardare forse meno alle azioni e vicende onde si tratta, che allo averne fatto argomento ad un pubblico racconto.
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Quanto poi non avrebbero di stravagante le vite private dei grand'uomini, se chi le scrive, trattandosi massime della propria, ne disvelasse in ogni occorrenza le verit pi secrete? Ella  altronde sentenza di Socrate non darsi alcun ingegno trascendente senza meschianza di follia (4); essendo poi reputato saggio, fra tanti che delirano, chi sa opportunamente celare la propria. E sar pi d'uno fra i leggitori di questa vita, che trover nell'autore un come straordinario impulso di natura che il rendesse maggiore a certi risguardi, ed una confidenza tutta particolare nelle proprie virt e prerogative, comech atte coteste ad equiponderare i vizi ed ecclissarli.
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Fra le quali prerogative, rimettendo ad una delle note quella dello spirito assistente, rispetto allo splendore accenner di passaggio come sarebbe questa per trovare difensori nei credenti al magnetismo animale, siccome al quello che suppone organi particolari, e chi ne va fornito essere capace di presentimenti maravigliosi non pure che di veder cose non vedute per altri, dirne di non sapute n udite giammai, e mettersi per tal guisa i suscettivi del culto magnetico in commercio con esseri e mondi sovrannaturali. Chi negherebbe altronde un accidente s giornaliero che l'estro, e s comune, che l'estasi, all'et ed al sesso pi deboli ugualmente che agl'ingegni pi squisiti, sia per analogia di circostanze o forse per ci che pi lungamente squisita in essi la sensibilit della fibra? Secondo poi le abitudini, le sette, gli studi e le qualit de' medesimi, ne verranno sogni e visioni d'ogni maniera e religione, fantasie relative alle passioni di ciascheduno, l'inferno di Dante, il giudizio universale di Michelangiolo od i commenti di Newton all'Apocalisse.
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Ci poi su cui non cade alcun dubbio si  che, siano esse annunziate colla buona fede supponibile all'et pressoch ottuagenaria di uno scrittore di prim'ordine, o sieno quando mai esagerate siffatte prerogative, elle danno certamente un risalto affatto particolare ai tratti gi per s interessantissimi di questa vita, e sopra tutto a quanto ha in essa frequentissimo rapporto colla decapitazione del figlio e colle circostanze, che la produssero, l'accompagnarono e le tennero dietro. Che se tali avventure e circostanze, richiamate per questo volgarizzamento al pensiero di alcuno fra quegl'ingegni, che vaghi si mostrano di spargere fiori poetici sulle non perci meno interessanti che dimenticate fra le memorie degli avi, valessero ad animare penne temperate sul gusto di quella che scrisse non ha guari l'Ildegonda, le anime sensibili ed amiche del bello avrebbero quindi compenso alla insufficienza di chi non poteva che limitarsi a come dissi richiamarle. N credo che sarebbe freno ad ingegni e penne di simil tempra il romore dell'aria, percossa per la sferza della critica; essendo compenso anche pi largo, rispetto a questa, le lagrime, onde fecero le anime sensibili fede quanto li penetrasse la quasi gallera di quadri che, spiranti le maniere di Rembrand, apriva loro Ildegonda; poich lagrime le quali attestarono unico essere il bello, quando pure diversa la strada che ad esso ne scorge.
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Dove sarebbe difficilissimo, se pur mai possibile, a scolparsi l'autore, gli  nelle contraddizioni, onde ridonda questa sua vita, fra le cose nella medesima esposte non pure che rapporto all'esposto in altri de' tanti suoi scritti. Il perch mi sono qui pure limitato a non farne che cenni fugaci, secondo l'opportunit, nelle note. Siccome poi la contraddizione lascia suppor vero uno solo dei due contrari e confina quindi colla menzogna, mentre il Cardano se ne protesta in cento luoghi alienissimo; anzi  forse questa la sola cattiva qualit, ond'esso ha cura di sceverarsi; quindi  che, allorquando i suoi difensori medesimi (qual sarebbe il Naudeo) accordano esser egli per avventura menzognero in non altro che in tale protesta, non posero mente a che venissero con ci autorizzando il ricusargli fede in tutto il rimanente.
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Ma le contraddizioni risguardano assai pi alle opinioni che ai fatti: ed era per avventura facile il contraddirsi a chi non fu meno schivo a comparire vestito di qualunque fosse l'opinione altrui che a scaltramente occultare la propria; sebbene assai pi severo a giudicare di s che degli altri, tanto rapporto ai pensamenti che alle azioni; mentre amava tuttavia mascherare, vivendo, il pi delle proprie. Su tali contraddizioni altronde voglio bens accordare allo Sprengel che ne venisse quasi bisogno anche dalla gran copia delle opere del nostro scrittore; la quale fu nel vero sterminata, se badi massime a che scritte frammezzo a tante sciagure. Ma non so accordargli n che l'indigenza inducesse il Cardano a scrivere ugualmente che a darsi ai giuochi di sorte; n che scrivesse contraddizioni e stravaganze, comech di pi agevole smercio, e meno di tutto che un propugnatore s fervoroso della fama del nostro concittadino, che lo  il Naudeo, n il sospetto movesse di cosiffatte imputazioni.
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Cos non so dove abbia lo Sprengel pescato qualmente il Cardano insegnasse influire su chi lo porta un sigillo, secondo che inciso durante il predominio di queste o di quelle costellazioni. Il lettore non trover nulla di simile nel capo XXIII; il quale tratta per espresso del sigillo coll'arme gentilizia dei Cardani, e della rondinella cui vi fece incidere Girolamo; come trover forse modello, di allegorica similitudine quella fra il detto augello e le circostanze, che invogliarono aggiungerlo al proprio stemma. Chi poi vorr consultare la prefazione del Naudeo alle opere dell'autore, la trover interessantissima su queste non meno che sulla di lui vita e sulla eccellenza de' suoi meriti letterari, e vedr che i tipografi typis suis committebant certatim luxuriantis ingenii partus felicissimos; ma non trover che tale ingegno fosse merciajo di contraddizioni e stravaganze.
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Quando poi lo Sprengel attribuisce alle malattie sofferte nella prima giovinezza la fantasia esaltata o la tendenza del nostro scrittore alla maga e teosofa, come lo storico prammatico esprime, siccome non  simile al vero che reputasse questi, a rigore, sinonimo di pazzia (nel caso nostro) la esaltata fantasia, e siccome la serie cronologica delle opere, quali produceva l'esaltamento, lo proverebbero cresciuto invece di, come suole, declinare cogli anni, cos limiterommi osservare allo Sprengel, la maga del Cardano risolversi nella fisica sperimentale, in quella massime dei fenomeni elettrici, che hanno tuttavia del magico agli occhi del volgo. E, lasciando a cui spetta il giudicare, nel resto, sul merito dell'accennato fiore d'eziologa di chi si eresse dittatore d'ogni scibile medico all'Europa ed al secolo, rifletto inoltre svelarsi criterio medico assai pi fino, al paragone, dal Naudeo non medico, allorch al bruciore d'orina, cui trascurava nell'et giovenile il Cardano, incolpa il tinnito agli orecchi e le palpitazioni di cuore, che ne molestarono la provetta; quelle palpitazioni, che lo stesso Cardano preferiva riconoscere come opera del genio tutelare, che prendesse quindi a farlo scorto comech lui sovrastasse qualche nuova sventura.
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Ora, poich volge il discorso a dire di quanto valesse il nostro Girolamo nella scienza e pratica medica, incomincio, rispetto alla prima, dall'osservare che possibile non gli era emanciparsi dal ragionare, giusta lo stile de' suoi tempi, la fisica sulle simpate, supposte aver luogo tra i corpi celesti e gli umani. Quindi  ch'ei riconobbe l'influenza del sole sul cuore, come sulla vita dell'universo; e quella della luna sugli umori animali, come son molti che non osano tuttavia dubitare del predominio di questo pianeta sulle acque del mare. Il prestigio delle simpate gli fece anzi illusione al segno di persino ammetterle fra congiunti bench lontani; siccome le ammettono i moderni magnetizzatori anche fra i non aventi punto relazione di parentela o di sangue. Ma ebbe Cardano l'ardire di attentare agli elementi, escludendone il fuoco; mentre lo dichiarava perci distruttore che favorisce la putrefazione. Trov inoltre i capegli suscettivi di elettricit, ne argoment la forma della scintilla elettrica, e seppe dal sangue umano disseccato costruirsi una specie di piroforo.
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Se ligio, qual era, delle dottrine astronomiche, insegn doversi risguardare alle fasi lunari, quando non v' altro che pi incalzi ricorrere ai purganti ed al salasso, dichiarava per non darsi nella mestruazione un controindicante a quest'ultimo, essere, nel praticarlo, da preferirsi la derivazione alla rivulsione dei medici greci, e non doverselo, nelle malattie acute, procrastinare per la sola ragione di premettere i purganti; come insegnava non disconvenire cotesti sul declinare delle medesime. Il che, ove non bastasse a compensare quanto ha di vano (come si vedr in una delle note) la di lui teorica astronomica de' giorni critici, mostra per che la teorica non gl'imponeva pi che vani ritegni dal disturbare coi rimedi le crisi, come tuttavia ne impone oggi giorno a parecchi. E sono moltissimi che neppure osano dubitare se veramente critiche sieno le orine limacciose; mentre decorrono quasi tre secoli, dacch opponendosi alla smania delle scuole, tutte ligie dei greci, ebbe Cardano il coraggio d'impugnare la cos detta cozione delle orine, di sostenere deporsi per queste ogni maniera di sedimenti anche sul principio delle infermit e di quindi redarguire come cattivi osservatori Attuario e Galeno.
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Non  forse medico alquanto colto, il quale non sappia essere stato fra i primi Cardano a vigorosamente combattere la scuola galenica non pure che a commentare con s filosofica libert i libri d'Ippocrate, perch gl'ippocratici si aggiungessero alla folla de' suoi nemici, e questi facessero poi eco alle querele di quelli sulla poca di lui divozione alle greche dottrine. Fu egli che la medicina de' contrari abbatteva, colle parole non solo ma coi fatti, allorch os investire i flussi di ventre coi drastici; quantunque ci sembri ardimento inaudito anche ai d nostri. E lunga mano gi prima dei solidisti, esso dichiarava non darsi febbri putride se non per conseguenza di sangue straordinariamente riscaldato, non essere il sangue altrimenti suscettivo di corruttela spontanea, e perpetuarsi le malattie contagiose pel fomite appiccaticcio, che ne viene all'ambiente imbevuto dall'esalazione degl'infetti.
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Che le di lui viste patologiche pareggiassero, su certi punti, quelle de' pi recenti nosologi lo dinota la condannata paracentesi nell'ascite originario da vizi al fegato, ed il quinci argomentarne il provvenimento, semprech lente ad accumularsi le acque. Mentre poi sono tanti che anche attualmente giurerebbero distillare dal capo le flussioni catarrali della membrana pituitaria, delle fauci e persino dei bronchi, non dubitava il Cardano rilevare in esse una secrezione morbosamente aumentata, un lavoro della flogosi nella stessa parte affetta. A petto alle quali viste ben parmi se gli potrebbe leggermente perdonare il consiglio di sferzare coll'ortica le mammelle di una vergine, affine di spremerne latte.
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Fra le di lui guarigioni vanno celebri le ottenute nella tisi ed in quella specie di lebbra che dicono rossa; oltrecch sappiamo anche di sperimenti per esso instituiti nella tubercolosa. Risguardo alle malattie pi volgari, massime acute, se prescindiamo dal quandomai soverchio insistere sull'uso dei bagni tiepidi nel declinare delle febbri, la di lui terapa era quanto poteva desiderarsi ragionata e semplice a suoi tempi. Del che fanno testimonianza tanto le di lui opere sulle contraddizioni dei medici, e sulla cattiva maniera di medicare de' suoi contemporanei, quanto i rimedi usati per esso lui nella cura della stessa etisa; consistendo questi nell'acido vitriolico diluito, nel bolo armeno, nel mitridate, nell'iride fiorentina e quando nello zucchero rosato, quando nello sciloppo di capelvenere.
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Coi quali rimedi ben son lungi dal credere che avesse il Cardano per cui vantarsi, come scrisse, di ridurre a guarigione tutte le tisi coll'agevolezza colla quale vi riduceva la sifilide. Ma trovo essere assai pi equivoca, per lo meno, la terapia stata generalmente in voga per la cura di cosiffatta malattia; e trovo astegnente anzi che no l'indicato apparato farmaceutico dagli alessifarmaci, e da simili rimedi riscaldanti o cardiaci; tuttoch fosse quistione di un male, in cui  s positivo il deperimento e sono tanto imponenti al grosso dei medici le apparenze di languore. Ci che poi merita speciale risguardo, su questo proposito, si  che non furono ignote al nostro professore quelle tisi, che alcuni pi recenti scrittori dissero essenziali, volendo quindi accennarne una specie novella, senza vizio particolare a nessuno dei visceri.
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Se non ostasse il protestarsi di Cardano medesimo, siccome d'uomo avverso alle sezioni anatomiche, il sentore, cui dicono avess'egli della successiva scoperta faloppiana, basterebbe a dichiararlo non volgare anatomico: come non basterebbe a perci contrastargli siffatto merito che abbia condannato Averroe sull'avere questo arabo assegnati nervi al cuore. Imperocch, non avendoli sino allora dimostrato lo scalpello n d'Averroe n d'altri, era giusto il redarguire chi ammetteva una presunzione come fatto, cui non era capace di provare.
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Sin qui dei tratti, onde argomentare il valore del nostro Girolamo in medicina; intorno alla quale arbitrai di estendermi alcun poco, sembrandomi non soddisfare quanto si vorrebbe alla curiosit di alcuni fra i leggitori ci che ne viene di s raccontando in questo libro l'autore medesimo. Non per verrei s tosto a capo, quando pure sapessi ugualmente accennare di sua prestanza nel pi delle altre scienze, o soddisfarsi non credessi, rapporto a queste, ad uguale di altri curiosit pei capi 44 e 45. Basti pertanto il poter dire ch'egli ugguagli in pressoch tutte il valore degli uomini pi cospicui (a quell'et) in ciascheduna e che, in ragione del trovarsi pi inchinevoli a ciascheduna le colte nazioni d'Europa, vi ebbe facilmente la primaza o ne sostenne per lo meno la gara coi pi famosi competitori.
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Trascendendo infatti le scienze naturali, nelle quali esso form l'ammirazione di tutta Europa, e venne salutato coi nomi di Aristotele o Platone del secolo, fu specialmente l'Inghilterra che ne ammir gli aforismi e presagi astronomici; mentre non era chi lo reputasse inferiore ai Gaurici, ai Giuntini ed agli Strofleri nel commentar Tolommeo. Cos non fu alcuno che stimasse a lui superiori Luca di Borgo, Tartaglia e Villafranca nelle matematiche; nelle quali, se pur era possibile che suonasse maggiore in una che in altra parte la di lui fama, ci sarebbe stato in Germania. Nelle scienze filosofiche, aventi specialmente rapporto col reggimento e coi costumi dei popoli, sal forse pi alto che altrove la gloria del Cardano in Francia: come lo attestano i Ravaud, gli Hugetan, i Naudei e cento altri, che non esitarono pareggiarlo ai Bodino, Paruta e Settala non pure che ad un Pico mirandolese, ad un segretario fiorentino.
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Ma non lo attestano manco, non dir i libri per lui scritti sulla sapienza (poich maggiore dell'uopo tale testimonianza), ma le poche pagine del suo elogio di Nerone; come quelle che in s raccolgono quanto fu mai profonda cognizione degli usi e bisogni d'ogni contrada e d'ogni et. In Italia poi le stesse cattedre per lui sostenute in diverse universit, e la copia di sue portentose guarigioni estesero pi forse che altrove la medica di lui rinomanza: e, dove le altre nazioni cercavano di qua dall'Alpi con cui porlo a confronti, non era mestieri all'Italia il perci dilungarsi dal suolo produttore di Fracastoro.
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Resterebbe a farsi alcun cenno del di lui valore letterario, come scrittore; poich gl'intelligenti lo trovano disadorno e trascurato non solo, ma spesso duro e tal volta incomprensibile: come n'ebbi assai prove in cotesta versione, a meno che piuttosto riferibili queste al traduttore. Sono per altro eleganti, anzi che no, per la maggior parte i principj dei libri: ed ho potuto convincermi l'ineleganza procedere poscia da ci che, appena innoltrato l'autore nell'argomento, la farragine delle cose, che ne incalzano, per cos dire, la penna, prevale ad ogni cura di bello stile non pure che alla scelta ed agli stessi riguardi grammaticali nella disposizione delle parole.
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Dove per la stessa penna imprende a scrivere con venust  non dir superiore a s medesima, che non sarebbe gran cosa, ma lo  forse alle penne pi rinomate sotto questo rapporto. Del che fanno fede i versi di compianto sulla morte del figlio, dei quali ho perci riportato l'originale, ch'ei mi sembrarono qua e l di un sapore poco dissimile dal virgiliano. Cos parmi che, rispetto allo stile, non si adonterebbe lo stesso Tullio del seguente squarcio (5); e che non sar discaro ai leggitori perch segua nel qui riferirlo il Naudeo, che lo adduce in prova dello stesso argomento.
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Magna res est concubitus, quod ad conservationem generis sit: ideoque multis modis a natura illius appetitus ornatus; et, ubi finis nullus ad metam, ibi nec est invenire terminum voluptatis. Est in concubitu ipso voluptas, est in illecebris dum exercetur, est dum absolvitur, est in meditatione, est in memoria. Et dolor et voluptas in patiente delectant, seu pudeat, seu ultro se offerat, paria ferme sunt. Ipsa forma, quaestus, modus, tentigo, seminis effusio, omnia ex aequo jucunda: juvat occurrentem ultro videre, juvat occursum declinantem, juvat e rimula aspicere: ubique est quod praeferas, nudam, ornatam, semicomptam; omnia libidinis stimulum accendunt.
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Si in domo sit, gaudes commodo, gaudes ludis; si extra, gaudes furto; si humilis sit conditionis, quod omnia tibi liceant; si nobilis, quod diligaris ab illa; si publica sit res, quod cuncti tuae felicitatis participes sint; si occulta, quod plus habeas quam existiment. Nil mirum est igitur si ob hoc ipsum maria terraeque perturbentur; et in ipso tot fascina, philtra, veneficia, tot affectus, et corporis atque animae passiones sint constitutae.
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Vincenzo Mantovani.
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Libro di Girolamo Cardano. SULLA PROPRIA VITA.
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Siccome, fra quanto  dato all'uman genere di conseguire, non v'ha cosa che pi gradita riesca ed importante che la conoscenza del vero, n pu alcuna perfezionarsi, fra le opere dei mortali, che non sia quindi maggiormente bersaglio alla calunnia, egli  perci che, giovandomi dell'esempio lasciateci dal filosofo Antonino, cui niuno mai dubit reputare sapientissimo ed ottimo, impresi a scrivere della mia propria vita. Ed oso guarentire non avere n la jattanza contribuito alcunch a tale racconto, n io mai ceduto alla vaghezza di comunque abbellirlo; ma risultare questo libro dalla riunione di avvenimenti, ai quali ebbero parte i miei scolari (pi di tutti Ercole Visconte, Paolo Eufomia e Rodolfo Selvatico) e che furono raccolti siccome vollero le circostanze, indi per me distribuiti secondo che richiedevasi allo scompartimento dell'opera.
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Era stata gi questa intrapresa, pochi anni addietro, da Gaspare Cardano, altro fra' miei congiunti e discepoli, cui per giunse la morte, anzi che giungesse a compimento il di lui lavoro. Fra gli uomini anche privati altronde, per non dire fra gli ebrei (6) si trov gi chi assunse l'impresa medesima: e non corse tuttavia risico, perch altri lo redarguisse, non essere poi s magnifiche le vicende ad esso lui particolari; dove che a me ne accaddero parecchie di senza forse maravigliose. N ignoro tentata una storia consimile da Galeno; quantunque sembrasse lui pi modesto, per avventura, lo spargerla frammezzo agli altri suoi scritti, occupando i quali per tutt'altro gli studiosi, essa vi rimase negletta, e non invogli alcuno fra i classici a raccoglierne i materiali, ed ordinarli in un tutto separato. Scevro invece di qualunque artifizio, e lungi dallo arrogarsi di addottrinare altrui, il mio libro si appaga della schietta narrazione dei fatti, e sola comprende una vita, non gi rivoluzioni o tumulti, come quelle di L. Scilla, di C. Cesare o di Augusto; i quali non v'ha dubbio che la vita loro descrivessero e le proprie gesta. Il che serva convincere avere io preso norma di questo lavoro dagli antichi, anzi che nuovo estimarlo, ed immaginato per me stesso.
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CAPO 1.
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Della patria e dei maggiori.
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La mia patria  Milano, essendo che giace a ventiquattro miglia da questa citt, e sette appena da Gallarate, la terra, onde proviene la famiglia dei Cardani (7). Mi fu padre il giureconsulto Fazio, avo Antonio, proavo un altro Fazio, ed Aldo arcavolo. Erano figli del primo Fazio un Giovanni, un Aldo secondo, e l'avo Antonio; come di quest'ultimo lo furono Gottardo, Paolo giureconsulto e vescovo, il genitore Fazio, ed un bastardo, cui pure fu dato il nome di Paolo. Del qual casato vive attualmente una trentina circa d'individui, a me consanguinei. Sia pertanto che si consideri procedere da uno stipite unico e proprio la stirpe dei Cardani, oppure come ramo di quella dei Castiglioni, secondo che avvisano altri, non si potr mai rivocarne in dubbio n l'antichit n la nobilt.
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Imperocch sin dall'anno 1189 questa nostra citt ebbe a prefetto Milone Cardano, il quale durava in questa carica per ben sette anni ed otto mesi, reggendo le sacre con meno che le profane vertenze, e presiedendo, siccome sogliono i principi, tanto alle cause civili, quanto ai giudizi capitali. La di lui giurisdizione anzi estendevasi a quanta era vasta la provincia, per conseguente anche alle altre citt in esso comprese; una delle quali era Como. Fu di questa potest rivestito Milone per opera dell'Arcivescovo Crivelli, allorquando rifuggivasi questi al Papa Urbano III.  ancora chi pretende appartenesse alla stessa prosapia Francesco Cardano, supremo capitano delle milizie di Matteo Visconti. Se poi badi alla communanza coi Castiglioni, dai quali usciva il Pontefice Massimo Celestino IV, stimerai pi ancora illustre la nostra schiatta.
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Fu inoltre cortese di lunga vita il destino a' miei antenati; poich i tre figli del primo Fazio camparono i novantaquattro, gli ottantotto e novantasei anni: ed anche dei due nati a Giovanni, Antonio ne visse ottantotto e novantasei Angiolo, che noi fanciulli conobbimo decrepito. Cos Giacomo d'Aldo arriv ai settantadue, agli ottantaquattro lo zio Gottardo, cui abbiamo parimente conosciuto, e ottuagenario moriva mio padre. Intorno ad Angiolo poi sono da notare due cose: l'una che, avendo egli perduta la vista, la ricuper passati gli ottant'anni; l'altra ch'ei procreasse poco prima di questa et, e procreasse fanciulli, aventi gi decrepito l'aspetto, nascendo. Di cotesti nostri maggiori mi si racconta ch'ei fossero di statura piuttosto alta; ed ebbi campo di verificarlo in alcuni.
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Risguardo alla madre la casa onde sortiva era dei Micheri, essa fu Chiara di nome, Giacomo l'avolo, il quale visse i suoi quindici lustri; ed il di lui fratello Angiolo gloriavasi meco, ancor bambino, aver egli gi percorso i suoi diciasette. Il padre, lo zio paterno e l'avo materno si distinsero tutti e tre s per singolare integrit di costumi e s per dottrina, massime nelle matematiche l'avolo ed il padre, i quali ebbero inoltre comune la molta longevit. E piacemi avvertire qualmente lo stesso avo materno soffr la prigione, a un di presso dell'et, nella quale a me pure tocc l'egual sorte; vale a dire nel torno de' settant'anni. Dal tronco Aldino, che diede origine alla nostra, diramarono altre cinque famiglie Cardane, quelle cio di Antoniotto nel 1388, di Gasparino verso il 1409, di Rainieri nel 1491, e nel 1300 l'antichissima d'Enrico, dalla quale scendevano a tempi quasi pari Berto e Giovanni di Fazietto. Quantunque incerto quando fiorisse Guglielmo, sappiamo tuttavia essere stati a lui figli Zolo, Martino e Giovanni, che abit in Gallarate.
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CAPO 2.
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Del mio nascimento.
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Dappoi tentati (8), senza costrutto, alcuni medicamenti abortivi (per quanto mi si raccontava), nacqui la sera del d 24 di settembre dell'anno 1500 (9), non essendo ancora compiuta, quantunque trascorsa per buona met, e poco lontana dai due terzi l'ora prima della notte (10). Le principali situazioni astronomiche d'allora erano appunto quali dissi osservarsi nella figura oroscopica ottava, oltre il termine del quadrante di Tolomeo. Sul quale proposito ebbi quindi a riflettere come s l'uno che l'altro pianeta cadessero sotto gli angoli, e che oltracci nessuno dei due guardava salendo; comecch situati fossero nelle figure sesta e duodecima, e potessero, sotto la condizione in discorso, trovarsi eziandio nell'ottava. La discendente infatti, e perch appunto discende, e perch non costituisce angolo, pu dirsi benissimo cadere dall'angolo.
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E quando pure non fossero stati infausti que' luminari, Marte li condannava ci nondimeno ambidue, a motivo s del contrasto reciproco nelle respettive posizioni, s della quadratura colla luna. Ed era quindi possibile che io fossi mostruoso. Ma siccome la stazione del dianzi accaduto congiungimento era stata la ventinovesima della Vergine, alla quale presiede Mercurio; siccome non  la stessa n la situazione in discorso n quella della luna, quandanche stasse questa montando; e siccome non ve n' alcuna fra loro, la quale guardi alla penultima della Vergine (11), cos era necessario perch nascessi difettoso, ed era inoltre assai probabile che dovessero cavarmi a brani dall'alvo materno; come non and guari che fosse il caso. Uscii pertanto alla luce coi capegli atri e cresposi, anzi mi vi trassero qual feto esanime, cui rifocillava un bagno di vino caldo: presidio che sarebbe riuscito probabilmente fatale ad un altro. E sopravvissi a grande stento, avendo costato spasimi tali e tanto incalzanti alla madre, perch i tre d, che durava il parto, sembrassero eterni.
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Ora tornando sul primo argomento, siccome tanto il Sole, quanto Mercurio e Venere, comunque malefici ambedue questi astri, si trovavano tuttavia ne' segni umani, quindi  che non declinai dalle forme dell'uomo. Se non che, prendendo parte Giove all'oroscopo, nello stesso mentre che Venere ne signoreggiava tutta quanta la figura, non sortii alcun difetto nel fisico, tranne alle pudenda, le quali non fu mai verso che si prestassero a far di me coppia coll'altro sesso, prima che gi incominciato il settimo lustro. Per la qual cosa il quinto ed il sesto mi videro deplorare assai volte siffatta sventura ed invidiare, fremendo, i destini d'ogn'altro. Per essere poi devoluto a Venere il dominio di tutto l'oroscopo, e per trovarsi Giove, come diceva, nell'ascendente, mi fu pi spesso avversa che non propizia la sorte, oltre che resa difficile, per balbuzie, la favella, e trascinato l'animo frammezzo a due forze attraenti, voglio dire la fredda e l'arpocratica di Tolomeo; le quali mi vollero propenso ad agognare l'altrui, ed a temerariamente presagire il futuro.
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Nel qual genere d'inclinazione, cui altri chiama (con vocabolo pi conveniente o pi lusinghevole) presentimento, venni col tempo in qualche celebrit, e fui talvolta valente, come anche in altre specie di vaticini. Soggiacendo inoltre s Venere che Mercurio ai raggi solari, onde a quegli astri deriva ogni lor vigora, cos anche per questo, e non ostante una genesi tanto meschina e sfortunata (come la dice Tolomeo), avrei potuto facilmente riuscir uomo di qualche valore, se cadendo al sesto luogo, e dalla sua maggiore altezza, non si fosse per conseguente rimosso il Sole medesimo. Altro non mi rimase pertanto, fuorch una certa scaltrezza d'animo, e questo non libero, tuttoch ferace di spesso contrastati e sempre sconnessi divisamenti. Per dirla con brevi parole, sortii manco nelle doti e forze del corpo, tanto pi scarso di amici e di beni di fortuna, quanti pi aveva malevoli (del maggior numero dei quali mi sono persino ignoti l'aspetto ed il nome), affatto privo d'umano sapere, debole nella memoria, e fornito solo di alquanto migliore accorgimento. N so quindi comprendere come, degenere sembrando e spregevole una tal condizione a miei nemici, semprech la ponevano a confronto con quella s degli antenati che dei congiunti, essi la reputassero tuttavia gloriosa, e degna per conseguenza di stuzzicare l'invidia loro.
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Nel d medesimo nacque gi tempo Augusto, ebbe prmcipio in quanto era vasto il romano impero una novella indizione (12), e Ferdinando ed Isabella, coppia non meno generosa che illustre fra i monarchi delle Spagne salpava per la prima volta la flotta, che agli aviti loro dominj aggiunse in seguito quello di pressoch tutto l'occidente.
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CAPO 3.
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Di alcune particolarit ed usanze de' mie genitori.
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Mio padre vestiva di scarlatto contro l'uso della citt, e non ostante il contrasto che indi risultava col suo non meno prediletto e costante sottabito nero. Era balbo egli pure, andava curvo nelle spalle, biancheggiavano da un sembiante rubicondo i suoi occhi, non impediti, od assai meno che negli altri, dal vederci la notte, n mai gli fu d'uopo armarli di lente, fuorch negli ultimi giorni che visse. Essendogli state levate alcune ossa o porzioni del cranio, in conseguenza di ferita ivi riportata nell'et giovenile, mal poteva esso reggere lungamente a capo scoperto. Non prima ebbe compiuti gli undici lustri, che pi non gli sopravanzava neppure un dente. Fu amatore di variet negli studj, per colla pi decisa preferenza pei libri d'Euclide. Lo si udiva ripetere quasi da un momento all'altro: essere dovere di qualunque pensa il tributar lodi a Dio, come alla sorgente, per s medesimo, d'ogni virt (13). Il mio primogenito gli fu somigliantissimo nella bocca, negli occhi, negli omeri e nel portamento, non per altrettanto nella difficolt del favellare, forse in grazia dell'et pi spedito.
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Non ostante la rimarchevole disparit nelle occupazioni e bisogne respettive, l'amico e famigliare del padre, il quale non fu mai che ne avesse pi d'uno per volta, era Galeazzo Rosso (tale il nome del casato), e morendo questi prima di lui, torn seco all'antica intrinsichezza il senatore Angelo Selvatico, gi suo compagno di scuola e di collegio. L'uguaglianza per altro delle applicazioni e dei costumi valse rendergli eziandio famigliare un fabbro ferrajo: ed  quel desso che scoverse la chiocciola d'Archimede, quando non ancora si conoscevano d'Archimede le opere; che trov il modo, per cui flessibili rendere i brandi, ed atti ci non di meno a spaccare metalli, quasi ugualmente che il legno; e che invent (ci che pi ancora sorprende) corazze di ferro suscettivo di resistere alle palle degli schioppi, quali si usano dai soldati legionari.
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Quantunque fanciullo di pochi anni, ho per assistito alle prove di questi busti, ed ho maravigliato com'ei sostenessero l'urto replicato delle palle in maniera, che il quinto colpo appena lasciava nel sito percosso e ripercosso la traccia di una lieve scalfitura. La madre fu proclive allo sdegno ma pia, valente assai della memoria e dell'ingegno, umile di statura e pingue anzi che no. Oltre l'iracondia, ebbero in comune, s l'un parente che l'altro, una certa versatilit ed incostanza nell'amore pel figliuolo; quantunque ugualmente indulgenti, a segno tale, che mio padre permetteva, e dovrei dire ordinava, perch non sorgessi da letto se non erano gi trascorse due ore di giorno: locch giov assaissimo a conservarmi la vita e la sanit guarentirmi. Se lecito fosse aggiungerei essermi parso di miglior pasta e pi amorevole il padre che non la madre.
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CAPO 4.
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Breve descrizione della mia vita, dal suo incominciamento sino al giorno d'oggi (ultimo di ottobre 1575).
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Se anche Svetonio avesse posto mente a preoccupare i leggitori con un succinto biografico, siccome ho per me divisato, gli  presumibile qualmente ne sarebbe ridondato vantaggio alle sue storie; se vero  ci che dicono filosofi non darsi cio cosa veruna, la quale riesca in ogni modo e sempre la stessa.
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Non giungevano per anco i miei giorni a compiere il mese, che in Pavia, ove nacqui, ebbi a perdere, in conseguenza di peste, la balia; la quale, secondo mi si disse, per quel giorno medesimo nel quale ammal. Avendo un tal accidente richiamata mia madre in questa citt, essa mi vi trov con cinque carbonchi, uno dei quali sulla punta del naso, e gli altri cos distribuiti per la faccia, perch apparisse questa segnata in forma di croce. E debbo notare che precisamente nei siti, oocupati allora dai carbonchi, ripullul, di l a tre anni, in egual numero di que' bitorzoletti, che si dicono del vajuolo. Volgeva tuttavia il secondo mese del viver mio, e non mi avevano ancora tuffato nel bagno di aceto caldo (14), quando Isidoro dei Resti, patrizio pavese, mi commise ad una seconda nutrice, che seco mi trasse a Moirago, terra che giace a sette miglia da Milano, sulla strada, che da questa nostra citt mena diritto al borgo di Binasco e quindi a Pavia.
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Dimagrando io quivi oltre misura, mentre il ventre si faceva tumido e duro, ed arguito essere di ci cagione la gravidanza della balia, venni consegnato ad altra men trista, presso la quale dimorando, non ne fui slattato che a tre anni. E decorreva il quarto, allorch venni trasportato a Milano, dove mi aspettavano trattamenti alquanto pi dolci fra le mani ora della madre, ora della zia Margherita, sorella di lei, e donna cui tengo per sicuro mancasse il fiele. Ci per non tolse che fossi talora battuto fuor di ragione dal padre e dalla madre: il che mai non accadde senza che infermassi; n mai infermava senza grave risico di morte. Giunto finalmente l'anno settimo, quando poteva o sembrare opportuno il punirmi con battiture, od io per avventura meritarle, i miei genitori (che non coabitavano ancora insieme) convennero in vece nella ferma risoluzione, che non m'avrebbero d'or innanzi percosso mai pi.
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Non per mi abbandonava, in grazia di questo, la mala fortuna, e solo cambiavano tenore, anzich declinare, le disgrazie. Perciocch appigionata il padre una casa, ove seco mi raccolse unitamente alla madre, non che alla di lei sorella, mia zia, egli principi ad incapricciarsi, perch dovessi accompagnarlo da per tutto; non avendo il minimo riguardo a che s delicato fosse il mio fisico, s tenera l'et, e s brusco e sconsigliato il passaggio dalla massima quiete al massimo e quasi continuo esercizio.
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Sia per l'abuso di tale sconsideratezza, od in grazia d'avere io trangugiata di soppiatto gran copia d'uve immature, o perch dominava epidemica nella citt, se non anzi contagiosa, la dissenteria, il fatto  che in capo agli otto anni, ebbi a gravemente patire di febbre disenterica. Fui per tanto affidato alle cure di Barnab Croce e di Angelo Gira, n prima tornato alle speranze di guerigione, che ambedue i parenti, e con essi la zia, mi piangessero morto. Veggendomi ridotto a tali strette, e uomo essendo gi per natura tenero di cuore, mio padre prefer cimentare quanto valesse il patrocinio di s. Girolamo, e commettergli per voto la mia salvezza, anzi che al demonio raccomandarmi, tuttoch fosse uso vantarsi di averlo propizio e famigliare: n fu mai che mi cadesse in pensiero di ricercar il padre delle cagioni che lui messero a tale preferenza.
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Risanai per altro, e precisamente all'epoca in che, debellate ai dintorni dell'Adda le schiere veneziane dai francesi, ne celebravano questi la vittoria, con tripudi e feste, alle quali ho potuto essere spettatore dalla finestra. E qui ebbe tregua la dura bisogna di seguire ovunque il genitore. Lungi per dall'essere pure tregua, se non fine, all'ira di Giunone contro di me, non per anco rimesso a dovere dalla sofferta malattia, m'avvenne di tombolare da una scala dell'abitazione, che avevamo in via de' Maini: ond' che, percosso il capo ad un martello, n'ebbi ferita e contusa la parte superiore sinistra del fronte, con offesa del cranio; per cui vi rimane tuttavia, n sar mai per cancellarsi o svanire, la cicatrice.
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Appena ristorato anche da questo accidente, mentre sedeva sul limitare della nostra, ecco dal tetto altissimo della casa vicina spiccarsi e cadere una pietra, pari nel calibro ad una grossa noce, tranne che, piatto essendo e quasi corticale, il sasso imitava piuttosto la figura di una scheggia; e n'ebbi lacero il vertice a manca, ove i capegli sorgevano pi folti che altrove. Quasi fosse questa la casa delle disgrazie, verso il principio del mio decimo anno, il genitore si risolse permutarla con altra di rimpetto nella contrada medesima, dove dimorai per un intero triennio.
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Ma neppure colla casa cangiai di fortuna; poich mi voleva gi seco di bel nuovo, e traevami qual servo in ogni sua gita, la strana pertinacia per non dire sevizie del padre; talch, se miri a quanto m'avvenne dappoi, sarai tentato credere fosse pi opera dei voleri divini che non dei paterni una tanta ostinazione, tanto pi che approvata s dalla madre che dalla zia. Vero bens che la sopravvenienza di due cugini germani, uno dopo l'altro in famiglia, valse raddolcire alquanto su questo proposito la mia condizione; sia che, attesa la servit dei nuovamente venuti, aveva tregua la mia quando soli accompagnavano lo zio i nipoti, o perch divisa essendo altrimenti con esso loro, avesse almeno sollievo reciproco la comune bisogna.
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Cambiate successivamente parecchie abitazioni, sempre coabitando col padre, ci ridussimo finalmente nella casa di Alessandro Cardano, vicino al forno dei Bossi. Fra i congiunti erano altri due cugini, comech figli di una sorella di mio padre, uno de quali si chiamava Evangelista, vestiva l'abito di s. Francesco, e contava pressoch settant'anni. L'altro nipote, Ottone Cantoni, era di professione gabelliere, quindi facoltoso; e prima di morire intendeva dichiararmi erede del suo patrimonio. Al che per si oppose mio padre, poich di mal acquisto com'ei diceva quei beni, che, morendo il pubblicano, furono per conseguenza erogati con distribuzione arbitraria del fratello a lui sopravvissuto.
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Avendo compiuti gli anni diciannove, mi recai alle scuole di Pavia, unitamente ad Ambrogio Targa, ed ivi soggiornai anche l'anno seguente, per senza il compagno, che meco vi si ridusse di bel nuovo nel mio ventunesimo. Nel qual anno sostenni pubblici arringhi accademici, dichiarai Euclide nell'Universit, vi lessi per alquanti giorni dialettica, non che la filosofia elementare, prima in sostituzione di Frate Romolo Servita, e poscia facendo pi a lungo le veci di certo Monaco Pandolfo. Dopo i ventidue anni le guerre, che facevano aspro governo del nostro paese, mi obbligarono far dimora in patria.
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Appena incominciato il 1524 mossi verso Padova, onde fortuna volle che al finire dell'anno scolastico, vale a dire in agosto, ritornassi con Gianangelo Corio a Milano: dove trovai decombere dell'ultima sua malattia il padre; che pi avendo a cuore la mia che non la propria salute, m'ingiunse perch tosto ripartissi per Padova: essendo a lui quasi compenso e conforto bastevole il desiderio di presto sapermi laureato nell'arti (come dicevano) a Venezia. Senonch poco dopo il mio secondo arrivo in Padova, ecco lettere ad annunziarmi essere lui morto il d nove del pi assoluto digiuno, voglio dire il 28 di agosto, il qual giorno ricorreva quell'anno in sabbato, avendo incominciato col 20 l'astinenza da qualunque alimento (15).
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Volgendo al suo termine l'anno ventiquattresimo fui prescelto a Rettore (16) di quell'Universit, ove sul declinare dell'anno seguente venni laureato qual dottore di medicina. Giunsi al primo posto per un solo voto, essendosi ripetuta per la seconda volta la ballottazione. Al secondo vi giunsi dopo esserne stato escluso due volte per quarantasette voti contrari; quando, non dandosi pi luogo al terzo esperimento, m'accorsi avere avuti contrari nove soli voti, quanti cio mi erano stati favorevoli prima, ed essermi stati favorevoli, dopo, i quarantasette contrari d'allora (17). Le quali cose anche sapendole di lieve momento, piacquemi riferire secondo l'ordine in cui esse avvennero, perch ne venisse maggior soddisfazione a me stesso, leggendole, come a quello che non le scriveva per altri; o perch, trovandosi chi altri si compiacesse di leggerle, giovassero a farlo scorto essere oscuri l'esito non pure che i principj de' grandi avvenimenti, e potere leggermente accaderne di consimili ad altri, che per non vi pongono mente.
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Morto pertanto il padre, e compiuto il corso accademico, all'incominciare del sesto lustro mi tradussi a Sacco, borgo situato a dieci miglia da Padova e venticinque da Venezia. Il che avvenne per consiglio ed opera di Francesco Buonafede, medico padovano, il quale mi fu propenso e benefico; non ch lo avessi adescato con doni, o stato gli fossi discepolo, come a quello che pubblicamente professava, ma per integrit sola dell'animo e per ispontanea benivoglienza. Sacco mi ebbe sinch durava il paese nativo ad essere vittima dei tanti mali che da ogni parte lo bersagliavano. Imperocch nel 1524, oltre l'avere in pochi mesi cambiato signore due volte, soggiacque Milano alla pi feroce pestilenza, e nei 1526 e 27 a quasi egualmente mortifera carestia non pure, che ad imposte insopportabili per modo, che a mala pena se ne potevano redimere con danaro le accettazioni; con quel danaro, di cui tanto era mestieri onde provvedersi di pane.
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Il 1528 (18) fu pure segnalato per infermit e peste; le quali, non altrimenti che a furia di spopolare l'universo, parevano talora un p meno devastatrici che prima, ed alquanto pi agevoli a tollerarsi. Declinando alcun poco nel 1529 le calamit della guerra, feci ritorno alla patria; ove ricusava di accogliermi nel suo grembo il collegio dei fisici (19), mi era vietato sperare non che intercedere alcun bene dai Barbiani, e trovai s fastidiosa la madre, talch preferiva rivolgermi di bel nuovo al mio picciolo Sacco.
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Ma non vi ritornava meco il ben essere che mi era stato compagno partendo; ch, oltre il vedermi soprafatto pi che mai da cure, disturbi e fatiche d'ogni guisa, fui preso da tosse, cui produceva un umore fetido e crudo, che gener l'empiema, ed un'emaciazione consuntiva; la quale mi ridusse a quelle strette, onde salvo non torna pi quasi nessuno. Superata ci non di meno tal malattia, comech raccomandata in voto alla B. Vergine, verso il termine del trentunesimo anno mi univa in matrimonio con Lucia Bandarina del borgo di Sacco; e sino a questo giorno rimarcai, che delle azioni per me intraprese prima del plenilunio, anche non vi ponendo sempre mente, quattro sortirono ottimo effetto, Presi quindi a confortarmi di speranze, quando gli altri sogliono darsi appunto per perduti, ed io dico invece, la fortuna essersi fermata sulla porta.
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Osservo inoltre che fino al quarantesimo anno quasi tutti i miei viaggi ebbero cominciamento in febbrajo, Ora tornando alla sposa, dopo avere due volte abortito, essa mi rese padre di tre figli, due maschi, ed una femmina frammezzo. Declinava l'aprile dell'anno che successe a quello delle nozze, quando passai a Gallarate, ove mi trattenni per lo spazio di diciannove mesi, onde pienamente ristabilire, come vi ristabiliva di fatto, la sanit. E cessai pure dall'essere povero, attesoch le poc'anzi acennate circostanze non mi avevano lasciato pi nulla.
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Merc l'amorevolezza di chi reggeva l'amministrazione dello spedale di Milano, e col favore del nobil uomo Filippo Archinto, che fu poi fra gli oratori assai distinto, incominciai a pubblicamente professarvi le matematiche, avendo gi compiuti gli anni trentatr. Dopo un biennio mi fu proferta commissione di professore ma non sapendo per qual parte n tampoco sperando riscuoterne lo stipendio, non mi arresi a quell'impiego. Nell'anno medesimo, vale a dire nel 1536, mi trasportai a Piacenza, invitato per lettere dell'Archinto, che ne era vescovo prima che sacerdote; ma non vi si conchiuse nulla, rispetto al servizio pontificio, pel quale mi si andava quindi sollecitando. Mediante gli ufficii e le istanze (come seppi dappoi) di cos illustre personaggio che il capitano della fanteria del Re di Francia in Italia, Lodovico Birago, mi sollecitava pure il Brisacco Vicer de' Francesi, e, (singolarmente affezionato qual era e cortese ai lettetati), proponeva offette grandiose; quantunque neppure queste conducessero a nulla.
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Venuto a patti col collegio nel successivo anno 1537, ne fui escluso affatto; sinch, scemando gli avversarj, e prevalendo la protezione dello Sfondrato, e dell'ottimo Francesco della Croce, l'anno 1539 mi vide, contro l'aspettazione di tutti, ricevuto finalmente in quel consesso. Non ho tuttavia esercitata la medicina in Milano prima del 1544, e non ve la esercitai lungamente, attesoch nell'anno seguente mi si rovesci la casa, e dovetti andarmi contento all'incarico di professore in Pavia. Non ebbi,  vero, competitori a tale incarico; ma non era neppure chi numerasse i quattrini dell'onorario. Il perch mi trassi di cost a quarantacinque anni finiti, e tenni stanza in Milano col mio primogenito, che allora entrava nell'undecimo anno; mentre nove ne contava la figlia, e due il picciolo Aldo.
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Fu allora, e precisamente nella state dell'anno 1546, che anche il cardinale Morone, cui desidero sia per tornare ad onore il quivi ricordarlo, mi esib condizioni, per verit non ispregevoli, pel servizio del Papa. Io per che sono, come premisi, arpocratico, riflettendo fra me stesso essere gi decrepito il Papa, e trattarsi di appuntellare un muro gi rovinoso, cambier, diceva il certo coll'incerto? Imperciocch non abbastanza comprendeva in quel tempo quanto fosse del Morone la probit, quanta la munificenza nei Farnesi, e mi trovava inoltre sin dal 1542 preoccupato e molto avanti nell'amicizia col Principe d'Iston (20); dal quale ricevevo gi qualche cosa, ed avrei potuto conseguire d'avvantaggio, che non volli accettare.
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Trascorsa pertanto quella state, feci ritorno al posto di professore in Pavia; dove per cura ed amichevole deferenza del chiarissimo Andrea Vesalio, il Re di Danimarca mi offeriva ottocento scudi d'oro annui e corrispondente indennit per gli alimenti. Ricusai ci nondimeno, sia per l'intemperie di quel clima, sia pelle innovazioni gi invalse col nel culto religioso; attese le quali o vi sarei stato male accolto, o avrei dovuto abdicare alle leggi e costumanze della patria e de' miei progenitori.
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A cinquant'anni la solita esitanza nel soddisfarmi della cattedra mi rese fermo di stanza in Milano; dove nel febbrajo consecutivo (1552) mi si apriva occasione di passare in Iscozia. Per la qual gita mi furono contati cinquecento scudi francesi d'oro; siccome n'ebbi altri mille ducento pel ritorno, avendomi questo viaggio tenuto assente per trecento undici giorni: e, se avessi ceduto alle istanze di col pi lungamente rimanere, vi avrei riscosso assai maggiore quantit di danaro. Ho poi rifiutato esibizioni, anche pi vantaggiose delle accennate poc'anzi; come quelle del Re di Francia, cui non mi arresi per tema di offendere gl'imperiali, stanti le guerre che allora infierivano fra i due potentati; e l'altra che di l a non molto mi venne per intercessione di don Ferrando, zio del Duca di Mantova, nel mio ritorno da una visita, cui ebbi occasione di fare a questo Principe. Era pi ancora lucrosa, quantunque disagevole per la troppa lontananza, la dianzi avuta proposta, perch mi recassi dalla Regina di Scozia, della quale acquistava la grazia per ci che, avendo assistito al di lei cognato, mi riusc di risanarlo, mentre che solo accordava speranze, anzi che promesse, di guarigione.
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Recatomi dunque di nuovo a Pavia nel 1559, vi soggiornai fino al 1562, bench la disavventura di perdere il figlio mi giungesse poco dopo il ritorno in discorso a questa citt. Nell'anno ultimamente accennato passai richiesto a Bologna, ove continuava nella professione medesima sino al 1570. In tal anno il d 6 di ottobre fui preso, e tenuto prigione sino al 21 dicembre; quando ne sortii e fui ricondotto a casa nello stesso giorno di venerd, ed alla stess'ora, sul crepuscolo cio della sera, come allorch dall'abitazione mi trassero alle carceri.
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Oltre la tolta libert, le cose mie furono tutte quante amministrate dal fisco sinch dur l'incarceramento; anche al cessar del quale mi era tuttavia prigione la casa: cosicch aggiungendo ai settantasette giorni della prima cattivit gli ottantasei nei quali durava la seconda, ne risulta un totale di centoquarantadue giornate. Il tempo che libero sopravvanzava di quell'anno (1571), sino alla fine di settembre, quando volgeva il mio settantesimo, lo passava in Bologna; indi mossi a Roma, dove arrivava il 6 di ottobre nel mentre che vi si festeggiava la sconfitta dei Turchi. Ed ha qui fine il mio racconto coll'anno quarto della mia entrata in Roma, e quinto della prigionia, dopo la quale vivo da privato, se prescindi che ai 13 di settembre fui ascritto nel collegio dei medici romani, e che ora il pontefice (21) mi esibisce una pensione.
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Capo 5.
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Della statura e forma del corpo.
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Statura mediocre, piedi corti, larghi nei confini colle dita, e talmente alti al dorso, che mai non trovo calzari a me convenienti; anzi mi conviene sempre appostarli espressamente, onde calzino. Depresso alquanto il petto, le braccia piuttosto gracili, pi grossolana delle mani la destra, e colle dita snodate in modo, perch i chiromantici mi pronosticassero stupido e rozzo: e n'ebbero vergogna poich mi conobbero. Nella stessa mano appariva lunga e profonda la cos detta linea saturnina, ossia di corta vita.  bella invece la mano sinistra, poich di forme tondeggianti, lunghette le dita, e le unghie lucenti.
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Il collo  pure lunghetto e sottile anzi che no, bipartito il mento, pendente e tumido il labbro inferiore. Gli occhi assai piccioli e quasi convergenti fra loro, tranne se intenti a fissare alcuna cosa. La palpebra superiore dell'occhio sinistro  segnata a fior di pelle da una macchia di lenticchia, per cos esile che appena la si distingue. Delle pi spaziose la fronte e calva sui lati, ove confina colle tempia. Bionda la capigliatura un tempo, e la barba, cangiarono di colore coll'et, essendo per pi marcata e precoce la canizie del mento che non quella del crine, cui soglio educare colle forbici, come ho cura di por limiti alla barba, la quale prima che mozza era bifida, conforme alla partizione del mento.
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Se poi non consideri che la parte al mento sottoposta, mi crederai pi barbuto che di fatto non sono, s lungo avanza e s folto il pelo in quel tratto. Alto suona la favella, e forse oltremodo, se debbo giudicarne dai rimbrotti, che perci mi vennero da coloro, che mi si dimostravano amici. Quantunque aspra per altro non che sonora la voce, forse perch pi copioso che non gradevole il discorso, questo per non si ode e non si distingue a pi che mediocre distanza.
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Lo sguardo  fisso, come quello di persona che medita, rimestato nel colorito il rosso col bianco, trascendente il volume dei denti superiori sul davanti, la faccia ovale, quantunque di poco, e conformata in maniera la testa, che pare finisca restringendosi verso l'occipite in una specie di picciolo globo (22). Un tumoretto alquanto pi solido che prominente s'incontra pure ai confini della gola col tronco, e debbo reputarlo gentilizio, avendo in mia madre osservato altrettanto. Da tutte le quali cose risulta non essere in me nulla raro: il che  s vero, che fra parecchi pittori, i quali mossero da pi o meno lontane contrade affine di rittrattarmi, non fu alcuno che mi trovasse lineamenti e fattezze tali, perch potessi essere distinto e ravvisato a colpo d'occhio sulla dipintura.
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Capo 6.
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Delle infermit.
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Fu cagionevole per diverse maniere la fisica mia costituzione; per natura cio, per caso e per sintomi. Per natura ebbi specialmente famigliari le flussioni, massime del capo; quantunque vi sieno eziandio soggetti lo stomaco ed il petto, in maniera che mi reputo sanissimo, allorquando non mi trovo patire che di fiocaggine o di tosse. Imperocch, appena scendono gli umori al ventricolo, mi cagionano flussi di corpo ed avversione al cibo; cosicch dubitai pi d'una volta non mi avessero apprestato un qualche veleno; ma poi ritornava in salute, quando non era chi sperasse altrettanto. Fra le distillazioni fu pure assidua quella dei denti; che, dopo il quadragesimo terzo anno, incominciarono a cadermi, sarei per dire, in massa: dove prima non ne aveva perduti che uno o due.
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Ora me ne sopravvanzano quattordici, fra' quali uno solo infermo, cui per credo essere per conservarsi lungamente, in grazia di certo rimedio che gli ha giovato assaissimo. Ho inoltre sofferto sovente per indigestioni e debolezze di stomaco; a segno tale che dagli anni quarantadue in poi, non s tosto eccedeva di bench poco il consueto negli alimenti o nella bevanda, o che ne prendessi quando bisogno non v'era, o meno amiche fossero dello stomaco le cose prese, ne ritraeva sicuro danno. Alla quale indisposizione ho insegnato qual debbasi opporre presidio, allorch scriveva sulla conservazione della sanit (23).
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Durante la giovinezza non mi furono straniere neppure le palpitazioni di cuore, le quali, bench gentilizie, cedettero non pertanto al valore dell'arte medica, la cui merc me ne liberai perfettamente. Anche dalle morici e dalla gotta mi guariva la medicina; fu anzi cos pieno il trionfo ch'essa ottenne della podagra, talch ho poi dovuto assai pi spesso invocarne gli accessi, quando pi non ricorrevano, che non cercassi, allorch venivano, di liberarmene. N mi risparmiarono l'ernie, che pur troppo disprezzai sulle prime, sinch, giunto il detto anno quadragesimo secondo, e massime poich venni fatto scorto aver io ereditata quell'imperfezione dal padre, fui dolentissimo che non ricorressi pi tosto agli opportuni rimedi. Egli  poi degno di maraviglia su questo particolare che, manifestata essendosi da principio la rottura s dell'un'anguinaglia che dell'altra, guar spontanea, comech negletta, la sinistra, e si mantenne, anzi crebbe via sempre la destra, non ostanti le fascie, i ripari e d'altra specie presidi.
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Fui preda inoltre al pizzicore non meno che a diverse malattie della cute; le quali, ora l'una ora l'altra vessandomi, oserei dire mi tormentarono eternamente. Dopo queste impetiggini, chi avrebbe creduto che nel 1536, trovandomi quasi nel mio quadragesimo, fossi per soffrire di flusso d'orina? La qual perdita era certo assai grave, per quell'et specialmente; poich non passava giorno, in cui le orine sortissero in copia minore di quarant'once, per tacere di quando giunsero alle cento. Vissi ci non di meno, e senza quasi aver sete n dimagrare, come fede me ne facevano gli anelli delle dita. Fra i molti, che nell'anno medesimo andarono soggetti alla stessa infermit (24), la sostennero assai meglio coloro, che a s medesima e senza medicamenti l'abbandonavano, che non facesse chiunque la commise alle cure dei medici.
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Una veglia di otto giorni continui, la quale ricorre anniversaria in ciascheduna delle quattro stagioni dell'anno, compie la diecina dei mali, cui natura sommise il mio fisico. Facendo i conti, questa malattia mi toglie quasi un mese all'anno, e talvolta anche due, quasi per compensarmi ad usura di quando la veglia durasse alquanto meno; giacch sinora non ha mai mancato a nessuna delle sue visite. Soglio curarla colla dieta; non gi che scemi nella quantit gli alimenti, bens astenendomi dai solidi o meno convenevoli per altri motivi.
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Il primo, fra i morbi che mi sopravennero per accidente,  la peste, come quella che non mi risparmiava neppure bimestre. Ne fui attaccato la seconda volta, n ben mi ricordo se durante o gi trascorso l'anno diciottesimo: so per che ci accadde nel mese d'agosto, che il morbo serpeggiava nei borghi ed orti suburbani, e che mi colse una sera, che dalla campagna mi restituiva alla casa; dove mentii, asseverando avermi trattenuto seco a pranzo Agostino Lanizario, amico di mio padre. In questa malattia indurai senza quasi alimento l'intiero spazio di tre giorni. Rispetto all'acqua per non saprei dire quanta ne bevvi in quel triduo. Nel terzo d era tanto intollerabile quanto pertinace la veglia, forte la palpitazione di cuore, la febbre intensa, e delirando mi figurava coricato sul letto d'Asclepiade; anzi non giacervi, ma essere come sforzato per interno impulso a montarvi sopra e discenderne, volgendo non pertanto nella mente che avrei finito di vivere in quella notte medesima.
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Vinse finalmente il sonno; scoppi un antrace situato sulla prima delle coste spurie della parte sinistra, il quale da principio stillava poca materia ed anche nera (forse in grazia dell'avervi soprapposto porzione di certo lattovaro, del quale doveva trangugiar quattro dosi per giorno); e sgorg s profuso il sudore, da penetrare per traverso il letto, e sgocciolar quinci sul pavimento ed irrigarlo. All'et di ventisette anni ammalai di una terzana semplice, i cui parossismi avevano compagno lo svenimento solo per nel quarto attacco e nel settimo, col quale venne pure giudicata e guarita la febbre. Il primo insulto artritico l'ebbi a Pavia nell'anno quadragesimo quarto; nel cinquantesimo quinto ebbi a soffrirvi una quarantina di febbri anfimerine, le quali svanirono il d 13 ottobre 1559, mediante una crisi di cento vent'oncie d'orina; e nel 1559 mi torment per due giorni la colica, essendo appena di ritorno in quella stessa citt.
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Vari furono i sintomi o fenomeni morbosi; e prima di tutti che dagli anni sette ai dodici sorgeva di notte gridando, in modo per che non si comprendeva cosa mi dicessi. E se per mano afferandomi la madre o la zia, frammezzo le quali giaceva, non si fossero di me impadronite, mi sarei spesse volte precipitato. Sotto questi accessi batteva pi dell'usato il cuore; ma siccome non tardava calmarsi, comprimendolo colla mano per alcun tempo, cos penso quelle battute provenissero da un gonfiore d'aria, come credo particolari a quest'accidente le palpitazioni di cuore. All'epoca medesima, continuando per il fenomeno sino all'anno diciottesimo, s tosto che mi attentava camminare contro vento, massime se freddo, non poteva pi tirare il fiato: se per aveva la precauzione di per me trattenerlo, cessava in seguito la difficolt del respiro. Contemporaneamente a tutto questo non fu mai verso, che dall'ora qualunque, nella quale mi accoglieva il letto, giungessi a prima di sesta riscaldarmi dalle ginocchia in gi; il perch dalle donne, massime da mia madre, si contendeva ch'io fossi per vivere pi che tanto. Aggiungi che, a pena superato il freddo ed esteso il calore a tutto il corpo, non passava notte senza che prorompesse da tutto il corpo un sudore s caldo e copioso, che non trovava credenza il dirlo a chi non vedeva.
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Mi assaliva nell'anno vensettesimo, durante una settimana, la febbre terzana doppia, e nel quarantesimo quarto l'anfimerina, dalla quale non fui sciolto, come diceva, se non passata la quarantena. Era il novembre del cinquantesimosesto, quando per avere ingojata poca dose d'aceto squillitico, contrassi la pi aspra disuria; i primi spasimi della quale mi tennero digiuno per ventiquatt'ore, i consecutivi altre venti, e ne guariva sotto l'uso interno della gomma o lacrima d'abete. Dir per ultimo del sospetto cui mossi per circa due anni (essendo ancora fanciullo), che fossi minacciato dal cancro: ed erane forse preludio il tumore fosco-rosseggiante che mi si manifestava sulla sinistra mammella; era forse d'indole cancherosa la durezza del medesimo, e sospetto forse il provvenimento da una morsicatura.
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Nell'avvicinarsi dell'et giovanile, al tumore della mammella successero diverse varici, come a queste succedevano le dianzi accennato palpitazioni, quando la giovinezza confinava colla virilit. Pi tardi, ed a misura che svanivano le palpitazioni, vennero in iscena tanto il prurito e le indicate lordure della cute, quanto l'emmorroidi, le quali furono assai liberali di sangue. Da tutti questi malori mi liberai fuor d'ogni speranza, e senza quasi averne cura; giacch, se alcuni declinarono in sequela de' rimedj, ci fu perch natura ebbe campo di cangiare la pasta, come suol dirsi, del male.
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Ebbi sempre in uso (tuttoch se ne facessero da parecchi le maraviglie) d'investigare le cause del dolore, ogni qual volta le non mi fossero note; come ho detto ragionando sulla podagra. Merc una tale ricerca, e solo che ponessi mente ad evitare quanto per me si poteva le veglie, ho saputo il pi delle volte andare incontro alle cause del male; in quanto avvisava, il piacere consistere nella calma del dolore che lo precede (25), e ne inferiva doversi agevolmente sedare, ogni qualvolta  volontario, il dolore. Ora, sperimentando in me stesso che, o non posso mai trovarmi assolutamente libero da ogni dolore, o che, ci accadendo, mi si desta nell'animo un incentivo cos molesto, che non v'ha nulla di pi ingrato, e lo  meno lo stesso dolore o la causa del medesimo, nella quale non cape finalmente n disonest n pericolo, presi per conseguenza il divisamento e l'abitudine di ora mordermi uno dei labbri o storcere le dita, ed ora tribolarmi con pizzicotti la pelle, o tanto comprimere il muscolo gracile del braccio sinistro, sinch il cimento mi costasse lacrime. E fatto sicuro da tali preservativi meno sino al d d'oggi una vita intemerata ed incolpabile.
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Natura mi volle assai pauroso quantunque volta mi trovo sull'eminente, fosse pure abbastanza vasto il piano, per affidarmi da ogni risico di cadere. Non pavento meno i luoghi, che avessi gi dovuto sospettare infetti da rabbia canina. Con tutto ci non mancarono casi, ne' quali mi sentissi anzi animato e compreso dalle pi tragiche passioni e tendenze (26), come quelle che m'invogliavano a violentemente privarmi di vita. Il che penso cadere in pensiero ad altri eziandio, come credo pi accorti costoro a non egualmente palesarlo, scrivendo.
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Capo 7.
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Dell'esercizio del corpo.
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Nella prima giovent mi dedicai con tanto impegno ad ogni genere di esercizi gladiatorii, che fui tenuto in qualche pregio dai pi facinorosi accattabrighe. Perciocch mi era indifferente la scherma s col palvese ovale o colla rotella, che col picciolo brocchiere o con altra specie di scudi; e mi batteva coll'aste, o colla picca, egualmente che alla spada o collo stocco. Montava non senza garbo e destrezza un cavallo di legno, brandendo il ferro e col mantello sulle spalle. Era pure addestrato a ghermire inerme, dal pugno dall'avversario, la spada sguainata.
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Usandomi specialmente nella corsa e nel salto, riuscii abbastanza valente in ammendue, come non riusciva nella lotta, essendo le braccia in me troppo gracili. Non accordai molta confidenza n al cavalcare, n al nuoto, e molto meno allo scoppio dei fucili; poich simile allo scoppio del fulmine, cui aveva in orrore niente meno che l'ira degli Dei. Del resto, quantunque pauroso di natura, la perizia dell'arte mi acquist forza e coraggio, al segno di vedermi arruolato fra' soldati tumultuari (27).
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Nelle citt, nelle quali ebbi stanza, non ristava, perch vi si opponessero gli ordini del principe, dal passeggiarne di notte tempo le contrade, armato. E sortiva armato anche di giorno, calzando scarpe di piombo, di circa otto libre di peso, alle quali ne sostituiva di feltro, girando la notte, quando usava nascondere il volto sotto un velo nero di lana. Alcune volte non desisteva per pi giorni dall'esercitarmi cos armato, dall'alba del mattino alla sera; quando mi abbandonava, grondante ancora di sudore, agli strumenti musicali: e non era infrequente che la vegnente aurora mi trovasse tuttavia su per le strade, percorse la notte, sonando. Poich impresi ad esercitare la medicina, lo feci pi spesso a piedi che non montando cavalli oppure muli: e non  che nel 1552, quando a Bologna cominciai a farmi trascinare in cocchio; siccome ho poi continuato, e continuo tuttora in Roma, dove ogni mattina esco in carretta e rientro pedestre. Quando mi lascio trascinare, soglio vestir panni pi grevi, come soglio scemarne il peso dopo avere pranzato.
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Capo 8.
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Del vitto e del nutrimento.
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 mio costume tenermi a letto per lo spazio di ore dieci, e dormirne otto saporitamente, semprech mi trovo in buona salute; altrimenti non dura il sonno pi di quattr'ore o cinque. Mi alzo alle due del giorno ed ogni qualvolta mi annoja la veglia; nel qual caso passeggio i dintorni del letto, pensando a calmarmi con qualche narcotico (28), e mi astengo dal cibo, almeno per pi della met del consueto. Fui per astinente anche dai medicamenti, avendo ricorso a pochi e ben di rado; se diffalchi l'unguento del pioppo, il grasso d'orso, e l'olio di ninfea, servendomi dell'uno o dell'altro per ungere il corpo in diciasette luoghi diversi. E sono questi le piante dei piedi, le coscie, l'uno e l'altro dei gomiti e dei carpi, le tempia, i tratti sovrapposti alle vene jugulari, le altre due regioni del collo, e quelle del fegato e del cuore.
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Forse perch m'illanguidisce di troppo il digiuno della mattina, fui sempre pi scarso pranzando, e pi liberale colla cena. Quando poi giunsi ad aver compiuto il decimo lustro, il mio pranzo consisteva di un pane in brodo, e sulle prime al pane schietto ed all'acqua non accoppiava se non di quell'uva di Candia che dal volgo si chiama zibibbo. Ne' giorni magri al brodo usuale si sostituiva quello dei granchi o delle grancevole. Ho poi variato in seguito, senza per mai che il mio pasto meridiano esigesse al di l di un tuorlo d'uovo, e di un pajo d'once di pane, con modica dose di vino puro, ed anche senza. Dei vini antepongo, cenando, il nuovo e dolce, limitandomi allora berne la mezza libbra, innacquata del doppio ed anche di pi. Del genere dei vegetabili sono frequenti pi di tutti al mio desco le bietole, talvolta i risi, e d'ordinario l'insalata di cicoria; quantunque appetisca d'avvantaggia la cicerbita, come della cicoria ho pi a caro le radici bianche.
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Purch freschi e di buona qualit, preferisco i pesci alle carni, fra le quali amo le solide, massime arrosto, le trite in minuzzoli con lame sottilissime, lo spicchio di petto s del cinghiale che del vitello, e la braciuola; essendo che mi piace il caldo. Non ho meno a grado le ali del pollo novello, il fegato delle galline o dei piccioni educati sulle torri, e generalmente le parti ove tutto  sangue. Avendo sperimentato e posto al paragone diversi cibi animali, quello che ho rilevato confarsi pi d'og'altro al mio stomaco  il vitello maturo; che, lungamente pesto col dorso di addattati coltelli, si faccia poi cuocere senza liquidi e di sua posta nel vase. Ed  questa la sola qualit e preparazione di carni, alla quale mi trovassi contento, siccome a quella che riesce umida e succosa pi di qualunque si voglia, senza eccettuarne l'arrosto allo spiedo. Mi sono cibo assai gradito anche le ostriche, la chiocciola marina ed i gamberi fluviali, forse perch fu di questi pi ghiotta che d'altro, e mangiavane a josa mia madre, allorch mi portava nel grembo.
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N solo antepongo i pesci alle carni, ma essi conferirono sempre meglio alla mia sanit. Imbandivansi pertanto alla mia mensa la sogliola, il rombo, il passere, il ghiozzo, la testuggine terrestre, la lasca, la triglia, cui dicono barbone, il cappone o cucculo, il corvo, lo stoccofisso, altrimenti asello, il lupo chiamato spigola, i mattonati, l'ombra, l'ombrina ec. Fra i pesci d'acqua dolce posso annoverare il luccio, il carpione, il persico, l'una e l'altra lasca, ovvero i sargoni, la cavedine, lo squalo, la tarantela, il temolo, e l'aringa, se fresca, e pi ancora se salata. Fa poi meraviglia ch'io trovi s deliziosi al palato il granciporro ed i funghi, senza eccezione ai malefici, ed abbia poi tanto in orrore le arcelle o conchiglie, quasi recassero queste veleno a chi ne mangia. E non porto minore avversione alle lumache, a meno che purgate; mentre gusto con trasporto le rane, le anguille, i granchi, ed ogni maniera di crostacei d'acqua dolce, troppo riescendomi duri quelli di mare.
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Sono assai ghiotto per tutto quanto  dolce, come il miele o lo zucchero, l'uva penzola matura, i melloni, dacch ne conobbi e gustai l'otriaca; e lo stesso dicasi del fico, del ciriegio, della pesca e del mosto; le quali cose non fu mai che sino a questo giorno mi recassero il minimo danno. Non disprezzo il cascio pecorino assai pingue; ma ho simpatia soprattutto per gli olj, e piacemi condirne le olive, in concorso col sale. N meno mi aggrada l'aglio di quello mi giovi; quantunque debba lodarmi davvantaggio dell'assenzo di Roma, e pi ancora della ruta, la quale mi ha prestato servigi segnalati s nell'et giovenile che nella provetta, e cui ebbi campo di confermare alessifarmaca e preservativa non pure, che opportunissima contro qualunque stregoneria o veneficio. Su di che mi cade in acconcio l'avvertire che, avendo sempre sacrificato parcamente a Venere, non ebbi a soffrire, o non gravi, le sequele del soverchio zelo per quel culto. Ora per se ne risente, a non dubitarne, lo stomaco; e credo provvedere utilmente alla di lui debolezza coll'uso delle carni bianche, a me gi gradite, non che dei pesci teneri, freschi, e cotti alla gradella i pi triviali.
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De' grandi prescelgo la testa ed il ventre; dei minori la schiena e la coda; cos la testa preferisco lessa, come anche le altre parti dei pesci maggiori, che per non rifiuto neppure alla graticola: i teneri poi li voglio fritti, oppure lessi a mezza cottura. Fra quante vivande l'opulenza imbandisce nei pasti pi lauti e distinti, accordo facilmente la palma al carpione di tre a sette libbre. Ci che poi v'ha di meglio, fra le carni dei quadrupedi, sono le bianche; fra le sanguigne, le dure, come sarebbero il cuore, il fegato, i reni, e fra le tenere il polmone. Le parti attenenti all'estremit nutrono meno; le ricche di sangue, se fai eccezione al cuore, sono le pi molli; dopo le sanguigue succedono in rango di mollezza le bianche, tranne qui pure i testicoli, poich dilicatissimi; e pi sempre confinano col duro le parti sbiadate o livide.
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Delle cose che servono al vitto abbiamo sette generi principali e quindici specie. Costituiscono i generi l'aria, il sonno, l'esercizio, il cibo, la bevanda, i medicamenti, ed il mezzo. Oltre i primi tre generi, appartengono alle specie l'acqua, il pane, le carni, le uova, il latte, i pesci, l'olio, il sale, i fichi, la ruta, l'uva, e la grezza cipolla. Quindici sono pure le cose preparatorie, o che servono ai cibi allestire; dodici (29) le ginnastiche od appartegnenti all'esercizio. Fra le prime annovero il fuoco, le ceneri, l'acqua, il bagno, la padella, la graticola, i tondi, lo schidione, il pistello, il dorso e la lama del coltello, la grattugia il prezzemolo, il ramerino e l'alloro. Risguardano alle seconde la ruota, il molino, il passeggio, il cavalcare, la picciola palla, il cocchio, la navigazione, la seggiola, la scherma, la lisciatura della carta, le fregagioni, e le lavature. Le quali cose ho per me compendiate in molto minor numero, siccome soglio coi precetti pi arcani delle arti o delle scienze.
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Al che mi ha sempre giovato il meditarle profondamente con quell'acume della ragione, senza del che ti parranno astrusi o reconditi gli oggetti pi appariscenti o manifesti. Ridussi pertanto a cinque le cose, delle quali ti sar mestieri usare con sobriet sino al declinare degli anni: e sono l'acqua, il pane, il vino, i pesci, ed il cascio. Fra le pi convenienti ad uso medicinale abbiti la gomma del lentisco ed i confetti, purch assai copiosi di zucchero, cotesti. Due sono pure i condimenti; lo zafferano ed il sale, che appartiene inoltre agli elementi. In quanto hanno luogo fra gli alimenti,  specialmente necessaria la moderazione in quattro specie di cose: nelle carni cio, nel tuorlo d'uovo, nello zibibbo e nell'olio; nel quale si cela un elemento, che, attesa l'ignea sua qualit, corrisponde, nella voluta proporzione, a quello degli astri.
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Capo 9.
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Del come vagheggiassi a perpetuare il mio nome.
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Sorse in me altrettanto precoce la bramosia di procacciarmi durevole un nome, quanto fui tardo a poter corrispondere all'intento. Ch ben m'era noto, e fuori d'ogni dubbiezza, essere doppia la vita; ove dalla materiale, cui hanno in comune s gli animali che le piante, si distingua la propria dell'uomo, vago di fama e di azioni segnalate. Mentre per nel primo genere di vita mi fu avara di tutto la natura, tranne dei motivi che mi obbligavano desiderarlo men tristo, non aveva per cui sperare alcunch nel secondo n dalle ricchezze o dal potere, n dipendentemente dalla sanit e dalle forze del corpo, n in grazia della famiglia, o della capacit e diligenza del proprio ingegno. Imperocch non mi era n tampoco famigliare l'idioma latino, mancava ogni soccorso d'amici, n altro spirava che miseria e bassezze la parentela. Dappoi trascorsi non di meno alquanti anni all'ombra di cos poco favorevoli auspici, un sogno fu quello che mi chiam alla speranza di conseguire questa seconda vita. N mi sapeva raffigurare in qual modo; se non in quanto porgevami ansa ad argomentare il successo la gi per prodigio imparata lingua latina.
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Perch tuttavia decampassi dal prosumere o lusiugarmi di tanto, sorgeva la ragione a dimostrare che, a meno di starmi affidato e contento al solo desiderio, non v'era nulla di s vano che tale speranza. Scriverai, mi diceva, ma quali riusciranno i tuoi scritti, leggendoli? Di cosa potrai scrivere che sia per s gloriosa tanto ed a te cos nota, perch abbiano i leggitori ad anelare di prenderne anch'essi contezza? Con qual mai venust e convenienza di stile scriverai, onde abbiano essi a durarne la lettura? E quando pure la sostenessero, forse che non crescono col decorso degli anni, e non cangiano anzi di giorno in giorno, le cose, in maniera da dover poi essere le tue opere vilipese non che trascurate?
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Ma diamo ch'elle durassero degli anni, per quanti avresti fidanza che durino? Forse per cento? per mille? per dieci mila? Che s che non sai trovarmene uno per ogni migliaja fra i tanti che scrissero. E siccome non potrebbero che cadere finalmente nell'abisso dell'obblio anche le poche opere sopravvissute, sia che dovesse il mondo rinnovarsi per circuiti, siccome avvisano gli Accademici, o sia che lui aspetti un fine, poich gli viene assegnato un principio, torna quindi lo stesso che la durata in discorso abbia uno spazio di dieci giorni o di dieci millioni di secoli; poich n questo n quello ha punto che fare colla smisuratezza di quello dell'eternit.
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Che altro farai tu intanto se non di speranze tormentarti, affligerti con perpetui timori, snervare per troppe fatiche le forze del corpo, e rinunziare a tutto quanto il poco dolce che rimane della vita? Bel divisamento sarebbe questo! Ma dirai che, tutto ci non pertanto, anche Cesare, Alessandro, Annibale, Scipione, Curzio ed Erostrato preposero ad ogni cosa la speranza, onde si ragiona; e ve la preposero a prezzo della vita non pure, che di perderla col massimo vitupero, ed in mezzo ai maggiori tormenti. Quand'anche vero, ci per non rileva il gran nulla; poich, sebbene i mentovati eroi giungessero poco lontani dalla meta loro, non vi avevano per altro mirato, e molto meno intrapresa la carriera che a quella meta conduceva, in conseguenza di un argomento filosofico, del quale andavano ignari; per non dire n quante fossero, n come gi preparate, o per caso propizie, le circostanze, che spianavano ad essi il sentiero. Chi oserebbe tuttavia contendere ch'ei non fossero stolti, e chi opporsi al giudizio con che gi li sentenziava Orazio in una delle sue odi a Mecenate (30)? E piacemi ove dice:
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"In sua ragion sicuro,
E lieto vive, a cui
Dir lice, io vissi come'l d vien meno.
Domani, (o velo oscuro
Il sol copra, ed abbui;
O rida in luce aperta il d sereno)
Far che pi miei non sieno
Quei don, che (sua merc) largo mi diede,
Non potria Giove istesso;
N quel ritormi appresso,
Che'l d di jer con fuggitivo piede
Port a la vita mia;
E ci che fatto  gi far che non sia (31)."
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Lo stesso poeta per avea gi deciso poco prima la quistione con quelle brevi parole, che al saggio ricordano l'obbligo di provvedere al momento (32); vale a dire di regolare quanto pu meglio il presente, e quanto pu meglio servirsene. Ora diamo, ripeto, che Cesare, Annibale, Alessandro e gli altri si prefiggessero infatti lo scopo di oltre la vita prolungare i nomi loro, e di lor gesta godere vivendo il guiderdone, provvedendo nello stesso tempo alla gloria ed all'utile s dei congiunti e degli amici, che delle citt e provincie onde fecero parte. Diamo inoltre ch'ei conseguissero l'intento. Quale per ne fu l'esito? Silla disperse in un momento i frutti, che tanto costavano sudore a suoi antenati, e rese vane lor tante imprese, onde suona tuttavia prodigi la fama. Cos rovinava s medesimo e la propria famiglia ciascuno di quegli altri che vennero in seguito, sino a che l'imperatore Commodo estinse la prosapia dei Giuli.
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Ed era ben dritto che qualunque fosse legittimo rampollo apparisse sospetto ad un principe adulterino per tante maniere. Se non che, distrutta quella famiglia, fu perduta la patria: e se chiedi ove sia di presente il romano impero, ti muove allo stupore non meno che al riso l'udirti rispondere: in Germania. E ben sarebbe stato assai meglio che durato avessero i Giuli, gi illustri tanto per s stessi e perch stirpe d'Enea, e che fossero tuttavia signori del mondo i Romani; anzi che dover deplorare cos mal prostituito l'onore del nome loro a dei baccelloni, a degli uomini di stoppa. Con tutto ci, se l'anima  immortale, qual pu aver essa bisogno della vana millanteria dei nomi; ed a che giovano questi, se quella perisce? Certo  che tutte quante le vanit in discorso hanno fine col termine della respettiva generazione, o che non sopravvivono altrimenti che i conigli e le lepri.
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Se non  dunque maraviglia che ardessi del desiderio di gloria, quando vi era, siccome dissi, costretto, gli  per sorprendente che, anche dopo comprese tutte le dette ragioni, possa continuare in me lo stesso ardore, come continua pur troppo e mi tiranneggia ostinata una cos stolida brama. Imperocch se fu improvvido consiglio quello di Cesare, non che di quegli altri, la mia smania di fama, frammezzo a tanti ostacoli ed a tante avversit,  non solo imprudente ma pazza. Non  per che mai avido fossi di lustro ed onori; che anzi gli ebbi a vile: n tanto vagheggio che altri mi conosca tal quale mi sono, quanto bramerei sapersi da tutti che vi sono.
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Risguardo al provvenimento, non ignoro n quanto equivoca sia ed avviluppata la cosa, n quanto poco mi rimanga, per cui provvedere o corrispondere al decoro della famiglia. Vissi pertanto a me stesso, in quel modo, in che mi fu lecito vivere; ed, aspettando alcunch dall'avvenire, ho disprezzato il presente. Che se il mio divisamento ammette qualche scusa, esso non ebbe in mira che di farmi (comech poi si voglia) sopravvivere al tempo, che mi sar l'intercessore di tanto. Nel che siccome non credo peccare d'indiscrezione, cos quand'anche mi deludesse la speranza, essa per merita lode, in quanto  naturale il desiderio.
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Capo 10.
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Sul tenore della vita.
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Ho per conseguente stabilita la maniera del vivere mio, conforme allo scopo cui dissi; e se dessa non rispose al volere, fu per quale mi fu lecito prescegliere: quantunque nella scelta avessi assai meno risguardo al dovere, di quello ne avessi a quanto stimava esser meglio. Non fu neppure uniforme n costante la detta maniera, non permettendolo il risico, la difficolt o l'imperfezione di tutte le cose: ma fu quanto mi parve convenevole a ciascun tempo. Quindi  che sembrai volubile, anzi, come diceva, incostante a coloro che si danno la briga di misurare le altrui; perciocch ove manca una ragione che ci guidi sicuri nella vita, non possiamo a meno che tentarne parecchie, e procedere per diversi andirivieni. Il fine, cui tendeva, era, torno a ripetere, la perpetuit del nome qualunque avessi potuto conseguire: non gi l'opulenza o l'ozio, non gli onori, n le cariche, n il potere.
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Ma il caso, gli avvenimenti, la condizione dei tempi, gli emuli e la mia stessa ignoranza facevano quasi a gara chi attraversasse maggiormente il mio voto, mentre che per verit io mi trovava apparecchiato a tutt'altro che a simili cose. Istrutto altronde, qual era in que' tempi, o qual mi pareva e tutti asserivano che fossi, nell'astrologia, incontrava opporsi questa pi che mai a che oltrepassassi l'ottavo lustro della vita, e dare per indubitato che non sarei giunto a compiere il nono. E s che non mi ristava tuttavia dal peccare ogni giorno, tuttoch proponendomi ogni giorno di vivere onestamente: giacch, mentre diliberava sul come, ora la necessit, ed ora i piaceri, che si offerivano spontanei, m'invogliavano a delinquere. La mala espettativa intanto faceva s che o trascurassi le cose appartegnenti alla stessa vita, od errassi nel prendere dalla ragione consiglio, o peccassi nell'eseguimento. Sotto il qual tenore di circostanze arrivava l'anno, cui reputava dover essere finale al viver mio, e che ne fu invece il principio; voglio dire il quadragesimo quarto.
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Fu quindi preludio alla nuova mia vita il piacere; siccome quello, cui mi adescavano la natura, l'occasione, l'et e la memoria delle passate vicende. Il mattino, sempre che avessi l'obbligo d'insegnare dalla cattedra, come a Milano da principio, indi pi sovente a Pavia, erami occupazione la scuola. Passeggiava quindi all'ombra le strade suburbane; dalle quali mi richiamava il pranzo; indi attendeva alla musica, per poscia uscire di bel nuovo dalla citt, cercando presso le macchie, o vicine foreste, ove divertirmi colla pesca. Fuori di questi passatempi usava trattenermi studiando e scrivendo; massime la sera, poich restituito alla casa. Passarono in questo modo sei anni; ma ohim! che ora ben mi starebbe lo sclamare col poeta:
Ove son iti quei giorni sereni? (33)
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Segu poscia occasione a quel s lungo ed onorevole viaggio (34). Ma che mi valsero il guadagno, gli onori, l'essere allora s festeggiato, e tutti quegl'intempestivi piaceri, se ho poi dovuto perdermi e precipitare; se crebbero a dismisura gli affanni e le cure; se quei godimenti furono per me s malagurati che dicono essere l'ombra del tasso (35); e se quasi non gustai d'allora in poi volutt, che mortifera non fosse? Vero bens che non pu consistere in questa specie di piaceri la felicit; la quale sarebbe altrimenti superlativa nei tiranni: dove che invece lo stato il pi lontano della felicit  appunto quello della tirannide. Qual toro furente pertanto che, mentre si slancia ad occhi chiusi ove il maggior impeto lo trasporta, non pu a meno d'incontrare ostacoli, e cozzando cadere, io pure mi spingeva alla cieca, ed urtava correndo, ed inciampando precipitava.
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Prima per delle accennate calamit, mi colpiva la terribile del figlio primogenito. E sebbene creda che non intendessero parlare di s, ma degli altri colleghi; so per altro che alcuni membri del senato confessarono, essersi condannato quell'infelice nella speranza, che ne sarebbe morto per dolore, o per disperazione impazzato il padre: come non and guari che m'avvenisse l'uno e l'altro. Ma non vollero i numi adempire quel voto: e dir altrove, come scampassi da que' pericoli, trovandomi gi s vicino ad ambidue. Sapendo per che ne fu adulterato il racconto con vaghi ed estranei commenti, voglio farti scorto per ora dell'indole di quei tempi e di que' costumi; essendo per me affidato, nella sicurezza della coscienza, che mai n per ombra offesi alcuno di costoro.
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Meditai pertanto la difesa in favore del figlio: qualunque per ne fosse l'energia, che mai poteva essa ottenere in tanta esacerbazione d'animo di alcuni specialmente fra i giudici? Prostrato nondimeno, qual era, dalla rimembranza del dolore del figlio, compreso di spavento per gl'imminenti pericoli, avvilito dai trascorsi, e tremante sui futuri, mossi col discorso in maniera che, largo d'encomj alla giustizia del senato, ne magnificassi l'umanit, e rammemorassi gli esempli di sua misericordia.
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E presa quivi occasione di commendarne la benignit e clemenza; mi riportai specialmente al caso del notajo Gianpietro Solario, il cui figlio spurio, bench reo convinto di veneficio contro due legittime sorelle, al solo fine di conseguirne l'eredit, non fu per altro condannato a pena maggiore che delle galere. Tributando poscia parole di lode ad Augusto per quando interrogava: non ammazzavi tu il tuo genitore? qual crudelt, esclamava, l'uccidere nel figlio un padre decrepito ed innocente! Se il carattere di padre valse a far derogare alla pena dell'esposizione alle fiere, quanto  pi degno di piet chi sta per cadere vittima dell'altrui colpa? A che mai pi gioveranno i meriti fra gli uomini, poi ch'essi vedranno crudelmente punita una virt di s gran prezzo che l'innocenza?
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Forse che non  crudelt e punizione maggiore il tormentare il padre nel supplizio del figlio, che lui medesimo condurre al patibolo? Se me uccidete, perisce un solo individuo, un'arida e sterile pianta gi presso a perire; dove, mettendo a morte il figliuolo, troncate con esso i frutti non pure, che ogni speranza di successione. Raffiguratevi supplice ai vostri piedi l'intiero genere umano; ch non  uomo che sentire non debba, e non implorar compassione per un giovinetto, cui trasporta lo sdegno, e travagliano senza fine disagi, che offeso trovasi nella parte pi delicata e sensibile dell'onore, defraudato della dote che lo adescava maritarsi, ed innasprito, poich scoverta partecipe dell'inganno, ed impudica, la moglie, alla quale si univa senza consaputa, anzi contro voglia del genitore.
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Che fareste o giudici, se tutti gli uomini, vi scongiurassero a commiserazione per cos disgraziate circostanze? Che se tutti non ve ne scongiurano, gli  che non tutti le sanno: anche non le sapendo per, non vi  nessuno tanto nemico di me o del figlio, che non sia presto a desiderare perch la vita si doni a cui non potrebbe che provocare, morendo, a compassione gli stessi abitatori dell'inferno. Le quali cose, poich da me furono esposte, insieme ad altre consimili, non valsero tuttavia che ad ottenere, qualmente sarebbe risparmiata la vita del figliuolo, se bastava l'animo al genitore d'impetrargli perdono e rappattumare le parti. Al che per si oppose la storditaggine del figlio: come quello da cui si esigeva quanto non era in lui, quantunque avvezzo a dilapidare sostanze ch'egli per s non aveva. Ma non pi di questa sciagura.
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Siccome il motivo, che m'indusse ad osservare, come osservai nell'et prima, il tenore di vita poc'anzi descritto, era quello di provvedere a conservarla, cos mi determinai per la medicina, per ci che gi vicina e meglio conducente a quel proposito, che non lo  il dedicarsi alla giurisprudenza. Ci che inoltre m'invogliava preferire gli studj medici ai legali,  che non varia la medicina per volger di secoli o per cangiar di paese; come quella che si addice ad ogni tempo ed a qualunque parte del mondo, e si giova di argomenti al paragone pi ingenui e meno pedissequi delle umane opinioni, oltrech sempre consentanei colla ragione, che costituisce la legge eterna della natura. Aggiungi avere contribuito a questa risoluzione il desiderio, cui non esitai far palese, di potere disprezzare non solo, ma sfuggire le ricchezze, gli onori, la possanza e persino gli amplessi de' giureconsulti.
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Poich mio padre s'accorse che abbandonava gli studi legali, per darmi tutto quanto ai filosofici, non gli fu possibile trattenersi dal piangere me presente: dolendosi perch declinassi dalla carriera di lui; come quella ch'egli reputava pi nobile al confronto, (usando spesso vantare su quest'argomento il giudizio analogo d'Aristotile), e che pi atta fosse a conciliare averi ed autorit, ed a perci innalzare non che sorreggere l'intiera famiglia. Essendo altronde ch'egli professava le istituzioni civili nella stessa citt, e ne ritraeva da gi tanti anni uno stipendio di cento scudi, non sapeva darsi pace, perch tale incarico, anzi che in me trasmesso, com'esso nudriva speranza che fosse, dovesse quindi commettersi ad altro successore. Deplorava inoltre comech n avrebbero avuto pi corso, n sarebbero da me dichiarate pi oltre le interpretazioni gi preparate per esso lui. Su di che debbo notare, avergli da qualche tempo fatto illusione una qualche speranza di gloria, coll'occasione che, trovandosi dalla sua mano emendati i commentarj del vescovo Giovanni di Cantorbery, fu pubblicato colle stampe in sua lode un distico; nel quale si felicitava la casa Cardano, come posseditrice di un uomo, che solo sapesse ogni cosa, ed a cui non avessero que' tempi l'eguale (36)
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Ma era questo piuttosto un augurio ai sucessori, che fossero per ispingere pi oltre le loro fatiche, di quello fosse un elogio competente a mio padre: il quale ha bens coltivate con distinzione (a quanto mi si diceva) le scienze del foro, per non trascesi delle matematiche i rudimenti, non immaginato cosa alcuna di nuovo, e tradotto nulla dal greco. Lo che vuolsi per altro attribuire alla moltitudine, variet ed incostanza de' suoi studj e divisamenti, anzi che a difetto nei doni della natura, e molto meno a dappocaggine, o leggerezza di giudizio; poich vizj cotesti, onde non si potrebbe che a torto incolparlo. Riguardo alle ammonizioni, colle quali mi andava egli tentando, affine che declinassi dal fatto proponimento, io mi tenni da quelle irremovibile, fermo e fedele a questo; sia per gli addotti argomenti e per altri motivi; sia perch non mi sgomentavano gli ostacoli, anche senza dei quali osservava non avere fatti mio padre gran passi.
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Capo 11.
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Della prudenza.
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 talvolta meglio persistere nel preso divisamento, quando pure ne fosse stata inopportuna la scelta, che non sia il cangiare d'avviso, anche ottimo essendo il nuovo, a cui ti apponi. Ove a raccomandare la qual sentenza non bastasse il quindi pi rapido progresso degli studj, le stesse variet, incostanza e fluttuazione delle umane cose ne attesterebbero la verit. Stabilita pertanto un'intrapresa per s difficilissima, e fatto a me medesimo ragione di quanto importasse regolarmi con prudenza, nel trattar meco stesso, m'avvidi agevolissima essere s questa come lo sono altre imprese parecchie.
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Ella  cos grande infatti la diversit, tanto nel fine delle cose, quanto nell'umore degli uomini, ch'ei d'ordinario s'ppigliano a quelle, che pi van loro a grado: e sono tanti gli accidenti, le circostanze, i soggetti, e le occasioni, che non si trover cos leggermente chi si attenti a per ci redarguirmi, quando non fosse cos appassionato dei fatti e pensamenti miei, da farne assai maggior conto che non si oserebbe da me stesso; cui anzi pare impossibile tal cosa. Ed anche nel supposto, qual mai vi sarebbe guisa migliore per conseguire, semprech lecito fosse il conseguimento?
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Ma, essendo che ci trascende la sfera de' nostri giudizj, prosieguo a domandare: Qual sar il modo, al paragone, pi comodo, per ottenere; quale il pi atto a mantenersi nel possesso della cosa ottenuta; e quale finalmente onde meglio usarla e, potendo, giovarsene? Gi sulle prime confessai quanto fossi poco valente nell'e??????,  giacch se anche il secondo vocabolo non significa altro che prudenza, sar lo stesso che se dicessimo (in quanto che uman senno lo comporta), niuna fra le cose, delle quali abbiamo contezza, essere di prudenza capace, tranne solamente l'uomo. Imperocch gli enti celesti godono di alcuna prerogativa di pi nell'intuizione, prerogativa, onde non  dotato nessuno fra gli altri esseri animati. Ora non essendo attualmente quistione dell'arpocratica, poich facolt di un altro genere, quello della prudenza fu in me come dissi. Vero bens che nel particolare ne giudicarono diversamente gli uomini, secondo che diversi uno dall'altro, ed usi a misurare ogni cosa, conforme il proprio carattere. Vedo per che scarseggiavano e scarseggiano tuttora in me la perspicacia e la mansuetudine di alcuni fra loro: come vedo che tali difetti nocquero assai poco ai dianzi accennati proponimenti.
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Capo 12.
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Dell'attitudine alla cattedra ed alle dispute.
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Fui tanto pi attivo e valente in questo particolare; facendomi quindi famigliare il ragionamento estemporaneo: cos che in Bologna non ho quasi mai dettato altrimenti dalla cattedra. Queglino pertanto, che dovevano contendere meco, non vi avevano coraggio; massime dappoich venne pubblicata, con rapporto al Senato di Milano, la disputa, che per tre giorni sostenni a Pavia col Camuzio; cui gi imponeva silenzio il mio primo argomento, a detta persino degli emoli, che numerosi assistevano ad un arringo, il quale merit che se ne serbasse memoria fra le immagini scolpite sul monumento sepolcrale del Camuzio medesimo. E fu tanto palese a tutti una tal disputa, che, ragionandone ciascheduno a sua posta, gi pi non si quistionava del soggetto, bens della forza degli argomenti, come di quella che pareggiavasi ad una rocca inespugnabile: cos che penso quel dibattimento essere vivo tuttora.
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Il Branda, che mi fu, come dissi, maestro, ascriveva il successo alla perizia ed all'ingegno; ai demonii lo attribuivano gli emoli; e pi simile al vero il conghietturare degli altri ne dava merito a cagione pi giusta che la prima e meno indegna che la seconda. Fatto sta che dall'anno vigesimo terzo in poi, tanto a Milano, quanto a Pavia e Bologna, come n in Germania, n in Francia, non ho pi trovato chi si accingesse a meco disputare o contraddirmi. Su di che non ho boria, pensando che non mi sarebbe accaduto altrimenti, quando anche mi fossi uno stupido. Imperocch la cosa non dipese dalla natura mia, comech avessi da essa in retaggio il privilegio dell'eccellenza; ma erane cagione l'ignoranza dei competitori: giacch se alla seppia riesce di accalappiare il delfino e stringerlo a fuggire, non  gi della seppia un tal merito, ma  condizione intrinseca e gentilizia de' respettivi animali.
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Avendo mosse una volta obbjezioni ad Angelo Candiano, mentre che parecchi uomini dotti facevan cerchio al di lui ragionare, poich gli proposi, un'altra volta, la pariglia, esso non arrossiva dichiarare, come intendesse di argomentare, non gi di rispondermi (37). E s che il Candiano era medico eruditissimo; aveva gi conseguito i primi onori s presso il nostro principe in patria, che poscia nel Belgio appo la regina d'Ungheria; godeva della pi grande stima ed autorit; e certo non gli mancavano, per quanto valgono in proposito, le ricchezze. Quindi  che, protestando io schiettezza ed imperizia, da molti si diceva che mentissi per sicuro nell'una delle due, e che, peritissimo essendo, movessi di menzogna il sospetto nella prima; poich'essi non vedevano a che tendessi colla parola imperizia, trattandosi massime di chi gi tante volte si era professato alienissimo dal mentire.
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Rispetto all'esempio, cui dava inimitabile nel porgere della cattedra, cess di esserne maraviglioso il positivo (come dicono i gramatici) dacch ne fu reso famigliare il grado superlativo. N rileva gran fatto perch a niuno desse l'animo di tentarne le prove di paragone; giacch non cessa di esistere il sole, quand'anche lo copra impenetrabile velo di profonda nube. N ti devi affannare se, rifulgendo le tue stanze del pi splendido fiammeggiare di copiose lumiere, quellino di strada ricusano di essere visti, non essendovi per cui temere, comech abbiano da perire le celesti cose. Che se non v'ha parte, a chi provvida non giunga la mano di Dio, non  men vero esservi una luce immortale che illumina tutto: ed i fiori salutano il sole nascente, mentre lo hanno in esecrazione i Garamanti.
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In quanto al disimpegnare l'uffizio di professore, senza prepararne i ragionamenti, me ne resi non solo costante l'abitudine, ma vi addestrai anche gli altri. Mentre per una tale attitudine pareva muovere una cos alta opinione di me, non era poi grazia e venust nel mio favellare, non facondia nello sporre le idee; cos che potrei dire venisse tolto, per questa parte, quanto poteva meritarmi per l'altra. Fui poi s mordace nel disputare, talch, ammirandone i frizzi, tutti evitavano farne sperimento: lo che mi dispens per assai lungo tempo da questa bisogna; massime dacch furono palesi due casi, che fuor d'ogni aspettazione mi capitarono.
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Uno di questi mi occorse in Pavia, mentre che al pensiero di prender parte in una disputa ordinaria, che io sosteneva col Camuzio, nella scienza medesima. Imperocch, non essendovi pi da sperare onore n per me n per loro in medicina, gli avversari mi trascinavano pi sovente a quistioneggiare di filosofia. Riportandosi dunque il professore all'autorit d'Aristotile, tosto che ne rifer le parole, bada, gli dissi, che dopo il bianco manca la particella negativa, e che hai quindi contrario lo stesso Aristotile. No certamente, rispose il Branda, a cui replicando io lentamente; (come quello cui piaceva esercitare la flemma della quale ha copia), l'altro si riscalda, monta sulle furie, manda chi apportasse il libro, io pure ne reclamo la testimonianza, esso comanda che mi sia presentato, e leggo tal qual era il testo. Sospettando egli che lo aggirassi, grida che inganno gli uditori, leggendo una cosa per l'altra, mi strappa il libro dalle mani, lo guarda, viene al passo in controversia, legge, ammuta, stupiscono seco lui gli astanti, e la sorpresa era dipinta sugli occhi di tutti, essendo a me tutti rivolti.
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Accadde anzi che, dovendo il Branda recarsi di l a qualche giorni a Milano, dove il Senato aveva per lettere gi contezza della cosa, il professore vi fu chiesto se vera fosse; al che, da quell'uomo sincero e dabbene ch'egli era, rispose che s pur troppo, e che dubitava essere briaco in quel giorno; cos che i senatori si tacquero a bocca spalancata.
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L'altro caso ebbe luogo in Bologna col Fracanzano, ivi professore primario di medicina pratica; disputando il quale, in una sezione anatomica, sui canali che scorgono la bile allo stomaco, e recitando alcun passo greco, io, alla presenza di tutta l'universit, gridai: Manca l'??; egli asseverava che no; sinch al mio replicare, insistendo sul s, gli scolari sclamarono ad una voce che si consultasse il libro; il maestro sped lieto in cerca del medesimo; n si tard ad averlo. Il professore avversario lo riscontra, vede scritto per punto e per filo com'io diceva, rimane attonito, e non sono meno compresi di maraviglia e stupimento gli scolari, che mi avevano a forza ridutto alla detta sezione. Da quel giorno evitava per modo il Fracanzano di meco avvenirsi, che non solo mi scansava incontrandomi per via, ma commise ai servi perch lo avvertissero tuttavolta ch'io fossi per visitarlo, e me lo annunziassero assente od impedito.
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Capo 13.
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Intorno ai costumi, ai vizj dell'animo ed agli errori.
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Essendo gi per s difficilissimo sopra qualunque altro questo genere d'argomenti, lo troveremo anche pi scabroso riflettendo, i leggitori delle vite scritte per gli autori medesimi essere gi s convinti che avvezzi a non trovarne sincera e genuina, qual io mi proposi di sporne, la narrazione. Imperocch alcuni si descrissero quali avrebbono dovuto apparire in effetto; altri consegnarono agli scritti loro la verit, pero sopprimendone i commessi errori: siccome usarono Antonino fra i primi, Giuseppe fra i secondi. Io per preferisco di servire in ogni tempo alla verit; ben sapendo non essere scusa il silenzio a cui pecc ne' costumi, e non darsi che valga giustificarne i trascorsi, come si possono discolpare in altri generi di cose. Che potrebbe altronde obbligarmi a tacere?
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Forse la boria di comparire l'unico reduce a Dio fra i dieci lebbrosi, che Dio risanava? E qui si rileva la ragione che indusse i medici e gli astrologi a distinguere i costumi naturali dai volontari, come dipendenti quelli dalle qualit primitive; questi dall'educazione, dagli studi e dall'usare cogli uomini. Ora le qualit primitive sono tutte inerenti a ciaschedun individuo, in ragione per dell'et competente: lo che vale anche rispetto alle passioni; semprech le si risguardino sotto lo stesso punto di vista. Essendo quindi necessario perch se ne stabiliscano le differenze, mi occuper a preferenza di questo subbietto; in quanto me lo permetter la conoscenza di me stesso (38).
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Non mi era dunque sconosciuto avermi natura creato iracondo, schietto, e libidinoso; dalle quali come fonti scaturivano inoltre la fierezza, la pertinacia nelle contese, l'austerit, l'imprudenza, il facile sdegno, ed il desiderio della vendetta, quando pure non la consentissero le forze, o non le fosse per anco inchinevole il volere. Mi va quindi a grado la sentenza, che altri, almeno colle parole, condanna, e che fa della vendetta un bene pi dolce che non  la vita medesima (39). E in generale non ho voluto in me smentito quell'altro proverbio che dichiara l'uomo di natura proclive al peggio (40). Fui per veritiero, memore de' benefizi, amante s della equit che dei congiunti ed amici, disprezzatore delle ricchezze, vago di gloria dopo morte, uso a non far conto alcuno del mediocre, molto meno del piccolo, ed a non perci trascurare occasione veruna; sapendo quanto arrechino vantaggio anche le pi lievi a cui sa il momento fugace afferrarne. Prono per carattere a qualunque vizio, non che ad ogni male, tranne all'ambizione, sono a me conscio, quanto altri mai, della mia propria ignoranza.
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Sia, del resto, rispetto a Dio, sia la merc del conoscere quanta  di siffatte cose la vanit, soglio trasandare anche di proposito le occasioni che mi si offrono spontanee alla vendetta. Timoroso e freddo, come dicono, di cuore, ho per caldo il cervello; e, costantemente intento a meditare, volgo spesso in pensiero assai cose e grandi e talvolta impossibili ed anche pi d'una ad un tratto. Queglino, che a miei pregi oppongono la garrulit e la smoderatezza, mi accusano di vizj altrui e non miei; perciocch non avvertono che io resisto a chicchessia, ma non attacco nessuno. Per cosa infatti affaticarsi ad accattar quistioni e brighe, dappoi avere tante volte proclamata la nullit della vita? A questa poi, la quale non  che semplice scusa, essi danno titolo e nome di lode, illusi dal prezzo in cui tengono sommo il non comparire scellerati.
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Mi sono espressamente avvezzato a far sempre mostra dell'opposto nel volto, e posso quindi fingere, tuttoch non sappia dissimulare. Vero bens non riescirmi guari malagevole neppure la dissimulazione, ogni qual volta non mi avanzi di che pi oltre lusingarmi dall'abitudine di mascherare la fisionomia: la qual abitudine mi cost quindici anni di gravi e non interrotte fatiche, sinch venni finalmente a capo di conseguirla. Per eguali motivi ora sorto involto di ruvidi panni e cenciosi, ora vestito con ricercata eleganza; ed alcune volte appajo loquace od allegro, altre taciturno e melanconico: e cos ottengo perch tutte le cose rassembrino il doppio di quello che in fatto le sono.
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Nella giovinezza ebbi poca ed infrequente curanza del capo, e spesso nude in casa le gambe sino ai taloni. Il portamento  disuguale, quantunque rapido il passo, anche allora che tardo in succedere al primo il secondo; Fui meno religioso, che intemperante nel discorso, e (ci di che pi mi dolgo e vergogno) estremamente iracondo. E comech mi vi guidasse il pentimento, ne pagai nondimeno a grave usura il fio; scontando sopra tutte le brutture della vita sardanapalica dell'anno in che presiedetti, come rettore, alle scuole di Padova: cosicch pu tornarmi a lode l'avere sostenute le disavventure da saggio, e pu essermi ascritta a virt l'ammenda che paziente indurai. Del raccontare le quali cose ho fiducia sar per iscusarmene la necessit: giacch incorrerei taccia d'ingrato se preterissi, tacendo, i benefizj di Dio; e molto pi se i di lui castighi narrassi e le traversie della vita, senza indicare la cagione di quelli nel tenore di questa. Ci che poi renderebbe imperdonabile il coprire siffatte avventure si , che ho gi dichiarato essere di molto minor valore, che non pare al volgo, tutte quelle che mi riguardano: come di fatto le reputo vane, frivole, n meglio paragonabili che all'ombre, allorch il sole tramonta; le quali appajono s grandi quanto pi non servono a nulla, e sono pi che mai preste a svanire.
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E porto fidanza qualmente saranno pi equi nel giudicarmi coloro, che porranno mente al non essere ora quistione dei modi, o dei limiti, e rifletteranno alla disposizione dell'animo, alla necessit od alle congiunture che mi fecero agire, a quanto mi costassero cordoglio i commessi errori, ed al commettersene pi gravi d'assai per chi n si trova posto in pari difficolt di circostanze, n si d poi cura di farne pubblica o privata confessione, come di n tampoco ricordare con onore i ricevuti benefizii, se pur mai di menzione li degna. Ma tiriamo avanti.  ben singolare fra i miei difetti quello del non mai favellare di nulla con tanta compiacenza, quanto di ci che so riescire disaggradevole a chi m'ascolta. E, mentre lo seguo, so essere questo assai perverso costume: e lo seguo di piena volont, non ignorando quanti gi mi procacciasse nemici questo solo difetto; essendo ancora pi vigorosa la forza della natura, ove massime le faccia puntello una diuturna consuetudine. Procuro, nel vero, di guarentirmene usando coi benefattori o coi potenti; come queglino coi quali pu bastare il non profondere adulazioni, o non per lo meno carezze. Ma non ho mai saputo serbar modi e contegno nella vita, sebbene conoscessi benissimo tutto quanto a cui  convenienza o mestieri attenersi: e non si  forse mai trovato a cui possa imputarsi altrettanta che a me pertinacia nel condursi appunto altrimenti.
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Attese le pi sopra indicate ragioni, vivo solingo il pi che per me si possa; non ostante che avvertito condannare lo stesso Aristotile questo genere di vita, quando all'uomo solitario stabilisce l'alternativa d'assomigliare ai bruti oppure a Dio (41). Con eguale stoltezza, e non s leggermente minore danno, mi ostino pure a ritenere famigliari e servi, al mio uopo inutili non pure che schifosi o notoriamente vituperevoli. E cos praticava eziandio cogli animali, che recati mi venivano in dono; cosicch la mia casa era sovente un quasi covile di pecore, di capretti, di lepri, di conigli e di cicogne, che tutta quanta l'inzavardavano a gara. Ho poi sempre sofferta gran carestia di amici, massime dei pi fidati e migliori: al che reputo avere contribuito le molte anzi moltissime colpe, alle quali m'invogliava il mal talento di rimestare in ogni scritto e dovunque i fatti loro a me noti, qualunque ne fosse l'importanza, e senza deliberare se convenisse o no il propalarli. Quindi  che mi avvenne persino di recare offesa o vitupero a queglino stessi ch'io mi proponeva di lodare: e fra questi ad un uomo dottissimo e s celebre tra suoi Francesi, che lo  tuttavia il presidente parigino Amato Ranconeto.
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Al che non solo, mi spinse la sconsiderata impazienza del dire e la non conoscenza degli affari o delle circostanze altrui, sconsideratezza ed ignoranza per me facilmente inevitabili; ma vi mi spinse la trascuranza di que' risguardi, che sogliono usarsi a vicenda gli uomini probi ed onesti, e che io non conobbi se non tardi. Troppo affrettandomi altronde nel deliberare, non potevano che riescire precipitose le mie risoluzioni; e non ho impreso cosa, nella quale avessi pena maggiore dell'indugiarne l'eseguimento. Del che avveduti essendosi gli emoli, e sapendo essi quanto sia malagevole il cogliermi, semprech mi si lasci agio di tempo, nulla pi ebbero a cuore che di spingermi e sollecitarmi.
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E non mi era mestieri pi che tanto, perch mi fosse affatto palese a che tendessero le istigazioni loro, e li evitassi quali emoli dichiarati, n punto bilanciassi a per fermo reputarli nemici, quali ch'ei pure si fossero. Se non mi fossi abituato a non mai dolermi del comunque improspero successo di qualsivoglia cosa, purch intrapresa l'avessi di mia libera volont, sarebbe stata molto pi ancora infelice di quello gi fu la mia vita. La pi frequente per e potissima cagione di mie disavventure fu la somma codarda e dir anzi malvagit e melensaggine de' figliuoli, non che l'invidia vicendevole de' congiunti, che tanto  famigliare agli abitatori di non popolose contrade.
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Dalla prima giovinezza in poi fui smodato amatore del giuoco degli scacchi, ai quali debbo l'essere venuto in conoscenza del principe di Milano Francesco Sforza, non che l'amicizia di parecchi de' pi illustri gentiluomini. Avendomi per gli scacchi occupato assiduamente per lo spazio di quarant'anni o poco manco, non potrei mai esprimere, con parsimonia di parole, quanto essi cagionassero scapito alle mie domestiche occorrenze. Dir tuttavia che pi ancora dello scacchiere mi nocquero i dadi, pel giuoco dei quali non dubitai fare da maestro ai figliuoli e rendere spesso la casa un ospizio di biscazzieri. Ne altra mi rimane scusa di questa comunque lieve colpa, tranne la povert dei natali, come quella cui potesse rimediare in qualche modo, giuocando, la non volgare destrezza delle mie mani. Ed  questa senza forse la pecca ordinaria dei mortali; quantunque i pi non amino confessarla, o non soffrano che altri la manifesti; senza essere n pi costumati perci, n pi saggi.
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Che ne sarebbe di chi favellando a cui siede sul trono, gli dicesse: Non  alcuno di voi o scettrati, a cui non sieno alimento ora vermini e mosche, ora cimici, pulci e pidocchi, o le feccie ancora pi sozze de' vostri abbietti servitori? Con qual fronte verrebbero esse accolte siffatte cose, quantunque verissime? Eppure tutto sta nella professione, cui facciamo d'ignoranza, coll'affettare di non sapere ci di che siamo al fatto, ed ostinandoci reprimere a forza quanto ne giova nascondere. Non  minore la nequizia, la vanit o l'incostanza dei falli e delle altre brutture, tutte imminenti a cadere agli altrui piedi, nientemeno che le putride poma dall'albero. Non sono dunque verit quelle che venni raccontando; poich non ho fatto che disnudare il vero.
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Capo 14.
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Delle virt e della costanza.
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Essendo non poche le cose, nelle quali occorre agli uomini d'ingannarsi, non ve n'ha per altro alcuna, dov'essi pi leggermente s'illudano che nell'applicare della costanza il nome. Perciocch ha per s del sublime non pure che del divino la vera costanza; mentre l'altra  il retaggio degli stupidi e dei mentecatti. E fu gi derisa, come vana e veramente stolta, quella che induceva Diogene avvoltolarsi di piena estate nella fervida sabbia, e nudo abbracciare nel verno le gelide colonne. Ben fu per lo contrario egregia virt, e degna di gloria perenne, la costanza del Bragadino patrizio veneziano, che volenteroso assoggettava s medesimo a tormenti s crudeli, che neppure tra la folla de' tracotanti suoi vincitori, si trov cui bastasse l'animo di amministrarglieli. Dico allorquando esso tolse di essere scorticato vivo; poich, se vi si richiedeva sovrumana possa onde sopportare cotanto, per certo fu da uomo il volerlo.
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Che se tal virt  pi splendida ed eminente nell'avversit, non per le mancano, anzi non sono infrequenti le occasioni, che la rendono degna d'ammirazione, s pure allorquando arride fortuna. Ove poi abbiano alcuni penuria di favorevoli circostanze, non saranno essi per ci da meno costanti reputarsi. Il perch sono tante le strade, lungo le quali  s facile al perseverante lo smarrirsi, che n dovremo ascrivergli a merito ci che gli verr fatto di sopportare, n vituperoso estimare il difetto qualunque delle occorrenze: come non dobbiamo a noi medesimi attribuire i rifiuti che ne fa la natura. N mi  gi sprone a sostenere cotesto avviso l'essermi state avare in alcuna parte le occasioni; giacch non so immaginarmi nemico s avverso, n iniquo tanto chi dovr giudicarmi, onde non sia per ammirare davvantaggio la mia tolleranza nelle calamit e la continenza ne' prosperi eventi, anzi che imputarmi a delitto il disprezzo d'ogni buona ventura, e la rassegnazione in sopportare i disastri.
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Fra le accennate circostanze debbo annoverare i piaceri, le feste, i giuochi, le infermit, la pochezza delle forze, la calunnia e la maldicenza de' competitori, gl'improsperi successi, i contrasti, gli attacchi e le liti, le minaccie dei potenti, la gelosia di certuni, l'imbarazzo della famiglia, la carestia di molte fra le cose necessarie, l'inopportuno sconfortare di alcuni o veri amici o che si fingevano tali, e finalmente i pericoli dell'eresia che tanto fra noi serpeggiava. N per quanto mi secondassero talora la fortuna ed altrettanto propizj avvenimenti, non  per mai che m'inducessero a cangiar modi o costume, n che pi dell'usato mi rendessi ambizioso, ruvido, intollerante, od avente il povero a vile, o dimentico degli amici di gi tempo, n pi austero e caustico nelle brigate o nel favellare pi altiero.
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Cos non fu mai chi mi vedesse pi ricco e ricercato nel vestire, tranne in quanto mi vi obbligavano i posti per me coperti, o perch scemasse colla ristrettezza de' primi tempi la necessit, come dissi, di usare umili vesti, e non ismetterle s tosto che viete. Nelle avversit per altro fu in me assai meno spontanea che studiata la costanza; poich mi veddi astretto a doverne indurare di superiori alle forze, onde mi dotava natura; cui tolsi quindi a vincere coll'arte. Perciocch nelle pi gravi afflizioni dell'animo erano per me stesso percosse di verga le gambe, o morso aspramente l'avanbraccio sinistro, per non dire del digiuno e delle lagrime, dalle quali traeva s largo sollievo, semprech mi fosse possibile il pianto; cui per invocava il pi delle volte indarno.
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Aveva pertanto rifugio all'arme della ragione, che, per me combattendo, a me stesso diceva, nulla di nuovo accadere al mondo, ma solo cangiarsi od anticipare i tempi. Ora, essendo eterno il tempo, in quale mai guisa potrei sottrarmi al di lui uso ed impero? Che mai rileva il lasso di alcuni anni, e quale aver possono questi valore o rapporto coll'eternit? Alla fin dei conti, se mi rimangono pochi giorni da vivere, non sar molto il perduto; e, se me ne sopravanzano parecchi, mi sembrer tanto pi lunga la vita medesima: e forse interverranno assai cose, le quali valgano alleggiarmi dai mali, e far s ch'io ne renda gloriosa e perenne la rimembranza. Chi pu dire finalmente che sarebbe stato di me, ove sopravvenuto non fosse il tale o tal altro disastro? Vero bens che, ogni qualvolta mi scorse inetto ad indurare le ambascie, non fu resta la clemenza del cielo ad arrecarmi sollievo, e fare nello stesso tempo de' suoi prodigj manifesta fede.
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Pi che in altra cosa qualunque fui costante ne' fatti, e massime nello scrivere: cos che, per quanto mi si offerissero le pi lusinghevoli occasioni per distormi dal comporre i miei libri, non fu per mai che decampassi dal preso divisamento. Ci che poi mi confortava perseverare nel medesimo era l'avere avvertito, e presente sempre alla memoria, quanto recasse impedimenti e danni a mio padre quel suo frequente cambiare d'occupazioni o d'avviso. Non credo essere alcuno per imputarmi a fallo che mi lasciassi ascrivere nell'accademia pavese degli affidati, allora quando essa capiva non pochi fra i principi e cardinali pi cospicui. Alla qual esibizione sebbene mi facesse arrendevole pi la paura che altro, non ricusai tuttavia di appartenere a quel consesso, anche trovandomi assente, n pi mossi pensiero di esserne sciolto. Quando per mi furono porte le regie insegne, come a sovrano dell'accademia, ebbi la fermezza di rifiutarle, facendo schermo alla ripulsa del non addirsi ad un par mio cos fastoso apparato. Rispetto altronde alla virt, non saprei che altro aggiungere alla sentenza d'Orazio, che la virt fa consistere nella fuga dal vizio (42).
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Non so di quando per me si rompessero d'amicizia i legami: ed interrompendosi questa per altrui colpa, non ho mai propalate n le cose occorse durante l'amicizia, n degli amici di gi tempo i secreti. Cos non c'era verso che prendessi quindi argomento per cui farne rimprovero ad altri; come quello che non mi sono mai attribuito ci che ad altri compete. Su di che pecc alquanto Aristotile, e pi ancora Galeno, il quale non ebbe onta nello scendere alle pi turpi altercazioni: ond' che non la cedo, su questo particolare, che al solo Platone. Bens che mi fu in ci d'esempio, come anche di testimonianza, la moderazione del Vesalio, il quale sdegn di giammai far menzione del Corti, quand'anche ve lo potesse instigare la comunque bassa contesa, con che gli era questi molesto.
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E, sebbene lo stesso Corti mi accusasse di furto, perch'io ricusava di rendergli un pegno, cui riteneva in luogo di danaro ed a cauzione di una sicurt da lui fatta senza testimoni, non ho per altro insultato alla dottrina del medesimo, poich d'altro mai non mi calse che della utilit delle scienze. Dal che ne venne che, recatosi esso a Bologna, e cost movendogli quistione il senato, se io fossi al caso di lui rimpiazzare, Corti rispose, non egli conoscere cui meglio che a me si addicesse quel posto. Il perch, sapendosi dai senatori continuare tuttavia fra di noi la or dianzi accennata contestazione, venne a me conferito per essi l'incarico di professore. Non ho poi dubbio alcuno dovermisi ascrivere a virt e il non avere detta neppure una menzogna dall'adolescenza in poi, e la sofferenza con che indurai le calunnie, la povert, e tanti altri disastri, ed il non esservi per cui fosse dritto il tacciarmi d'ingrato. Ma su questo argomento  gi soverchio il gi detto.
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Capo 15.
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Degli amici e dei protettori.
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Il primo fra gli amici di mia giovent fu Ambrogio Varadei, al quale mi stringevano la somiglianza de' costumi, la musica e lo scacchiere. Successero a questi Prospero Marinone di Pavia, Ottaviano Scotto milanese, da cui ebbi frequente soccorso di prestanze in danaro; e pi tardi Gasparo Gallarati. Fra i pi cari e benevoli finch'ebbi stanza in Pieve di Sacco, debbo annoverare il nobil uomo veneziano Giammaria Morosini, e Paolo Dalmatino speziale. Tornato a Milano, mi collegai coll'arcivescovo di questa citt Filippo Archinto; e per di lui mezzo con Lodovico Maggi, dal quale mi vennero e bisogni ed ajuti. N debbo, con alcuni altri, omettere Gerolamo Guerrino giojelliere; come quello dal quale apparai parecchi arcani, che ho poi consegnati nelle opere mie, anzi che dalle altrui ricopiarli, come non pertanto  stile.
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Merc del Guerrino m'insinuai pure nella confidenza del fiorentino Francesco Belloto e poscia dell'egregio ed ottimo non meno giureconsulto che matematico espertissimo Francesco Croce; il quale mi giov quanto altri mai nella controversia col collegio de' fisici. Cos; la benivoglienza dello speziale Donato Lanza mi ottenne amico il senatore cremonese Francesco Sfondrato, che fu poi cardinale: l'amicizia dello Sfondrato mi acquist quella del prefetto criminale Giambattista Speziano, uomo di non meno singolare virt che dottrina, e cremonese anch'esso: in grazia del quale fui noto ad Alfonso Davalo, governatore della provincia e capitano generale delle milizie cesaree.
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Fu pure opera dello Sfondrato che fossi chiamato a professare medicina in Pavia; dove mi accolse fra' suoi pi famigliari quel s maraviglioso giureconsulto ed oratore Andrea Alciato; e poscia il di lui agnato Francesco, attualmente cardinale. La protezione del cardinale Alciato, unitamente a quella di altri due porporati, ai quali venni successivamente in favore, voglio dire del sapientissimo Giovanni Morone e di Pierdonato Caesio,  quella che di presente mi sostiene. A cotesti mecenati per debbo aggiungere, in quarto luogo, il cardinale trentino Cristoforo Mandruzio, altrettanto cospicuo per la principesca nobilt dei natali, quanto a me prodigo de' suoi benefizj; come quello che a niuno  secondo in beneficare chicchessia.
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Per tornare da quest'illustri personaggi ai miei pari, mi fu di maggior prezzo, che non l'oro di quante sono le miniere, l'intima deferenza dell'ottimo aretino Panezio Benvenuto; siccome quella che mi si mantenne inalterata per propria di lui virt. Aggiungi un Taddeo Massa, venerando prelato romano, di non meno raro accorgimento che speciale illibatezza di costumi; e, di poco anteriore a lui, Giovanni Meone, segretario del governatore della provincia e capitano delle truppe imperiali don Fernando Gonzaga. Essendomi giuoco forza preterire tanti altri, poich mi dilungherebbe soverchiamente il solo riferirne i nomi, dir come fossi particolarmente beneviso agli eminenti e da virt segnalati cardinali Marc'Antonio Amulo di Venezia e Carlo Borromeo (43). N potrei tacere di quest'ultimo, siccome di quello per autorit e cura del quale, non che dell'Alciato, venni trasferito professore di medicina in Bologna. Cost non furono tardi a meco in amicizia congiungersi quanti avevano seggio nell'esimio senato bolognese; poich di vero sorprendenti s l'umanit ed il senno e s la cortesia e magnificenza dei gentiluomini di quel consesso e di quella citt.
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Nel ceto dei medici mi fu cortese di due famigliari la sola Modana; e sono Camillo Montagnana ed Aurelio Stagni, dei quali  intemerato il costume, n certo mediocre l'erudizione. Il che valga eziandio di Melchiore Della valle in Milano, e di Tommaso Iseo da Brescia; quantunque la non comune benivoglienza, che ad essi mi strinse, fosse cagione che d'altra parte incontrassi le pi gravi nimist. Tra' porporati britannici fui accetto a Giovanni Chec, ajo di quel re Odoardo VI, essendo questi ne' suoi pi teneri anni; e cos pure al principe di Badolfia, non che al francese Claudio Lavalle, che fu legato pel suo sovrano appo gl'Inglesi. Ora rivenendo anche ai miei concittadini, sono di non poco debitore al sapientissimo, fra quanti furono prefetti della citt, Lodovico Taverna, e ricordo con soddisfazione l'amicizia di Francesco Vimercato, valente maestro in filosofia: come fra i professori di medicina mi glorio di quella del Vesalio, trattandosi di cui propendo a reputare principe fra i notomisti. Nella fanciullezza ho pure coltivato alcuni conoscenti del padre; Agostino Lavizzario fra questi, gi relatore delle suppliche al senato di Como; ed il fabbro ferrajo Galeazzo del Rosso, del quale ho fatta pi volte ricordanza; come la feci di Francesco Buonafede, medico padovano, cui non potrei altrimenti preterire.
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Tralascio di ricordare, nel novero degli amici, altri uomini colti, poich anche senza di ci pi che noti al mondo, perch appunto non ordinaria l'erudizione che li distingue. Anzi fra quellino, rispetto ai quali ho quivi riferito i sensi di animo conoscente, alcuni serviranno di prova come, lungi dal commetterne all'obblio i benefizi o gli affetti, mirassi, a per quanto era in me, dall'obblio guarentirli, facendo s che vivano i nomi loro in questa mia testimonianza di affezioni o beneficenze, che mi legassero ad essi. Al quale scopo  dovere che seguiti a nominare l'erudito Guglielmo Choul, prefetto dei monti nella provincia narbonnese degli Allobroghi, non che l'esimio giureconsulto ed astrologo Bonifazio di Rovigo, e Giorgio Porro de' Griggioni, e Luca Giustiniano di Genova, e l'insigne aritmetico di Caravaggio Gabriello Aratore. Fu del resto maggiore, che non cogli altri, l'intrinsichezza che mi unisce a Gianpietro Albuzzi, medico e professore di Milano, a Marc'Antonio Moirago, a Mario Gesso bolognese, al medico di Carinzia Lorenzo Zehener, ed al fiamingo Adriano, di cui fu generosa e singolare, a mio riguardo, s l'officiosit che la beneficenza e la fede.
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Ma  pi che divino il patrocinio del principe di Matelica, poich superiore di quanto pu aspettarsi o prosumersi da umane cagioni. Ometto per ora le veramente regali virt, i pregi affatto singolari dell'animo, la perizia di tutte le scienze, anzi d'ogni cosa, la piacevolezza dell'ingegno e la clemenza di questo mecenate. A che poi rammentare in grazia degli avuti benefizj, o del fortunato momento che i nostri animi univa, n lo splendore degli avi , n i doni di sempre crescente fortuna, se il solo di lui senno trascende il colmo di ogni umana grandezza? Che mai era in me, onde ammaliarlo ad essermi largo di tanta umanit e dolcezza? Non certo la copia dei benefizj, o speranze delle quali potesse adescarlo un vecchio in odio alla sorte, cui abbattevano i disastri e l'et, e di tutt'altro carattere che ameno e carezzevole. Quando non fosse dall'opinione della probit, non saprei da che altro mai riconoscere un tanto favore. Il perch domando se debbano pareggiarsi agli uomini, o non piuttosto agli Dei, quellino che accordano tanto all'amor degli studj, alla ingenuit dei costumi, alla gratitudine, alla fede, al perseverare in fatiche interminabili, ed a sforzi ed imprese, non immeritevoli di lode, quanto suole accordare qualunque altro ai benefizj, alle speranze, al potere, alla diuturna famigliarit ed alle moine.
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Capo 16.
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Dei nemici e degli emoli.
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Sono ben lungi dal seguire lo stesso tenore nel riportare, colla diligenza usata verso gli amici, anche i nomi dei malevoli e degli avversari. Perciocch reputo grave mancamento in Galeno quel suo nominarci un Tessalo e farne sapere chi fosse, e su di che seco lui contendesse. Se ti rec ingiuria il nemico, e non  uomo dappoco, giova meglio il secolui rappatumarsi, e non occuparsi del prenderne vendetta; o piuttosto con fatti che non con parole. Per me ho quindi studiato a non solo disprezzare gli emuli, ma commiserarne la stolidaggine. Quellino, che se la presero meco a visiera calata fecero fede col fatto eglino essere anche pi degni di compassione; come lo sarebbe d'accusa chi fa mostra di s all'aprico, non essendo giusta la di lui causa.
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Capo 17.
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Di calunnie diffamanti ed accuse insidiose.
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Di due maniere si tramano insidie: ma, dovendosi parlare altrove della seconda, ora dir della prima; di quegli agguati, cio, che tendono ad intaccare la fama e l'onore. Nel qual genere d'insidie la trama  d'ordinario celata ed occulta; n sarebbe insidiosa, ove procedesse manifesta. Ora essendo malagevole il nascondere le gravi, e potendo sembrare vana o stolida s la curiosit che l'indagine delle pi lievi, mi star contento a raccontare di quattro specie (44), fra le appartegnenti alla classe, della quale mi proposi occupare in questo luogo i leggitori.
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Il primo caso avvenne all'epoca, in che doveva io essere destinato professore a Bologna; d'onde alcuni avversi alla mia riputazione spedirono certo qual referendario a Pavia, che ivi assumesse informazioni sul conto mio. Il messo, che n fu spettatore alla scuola, n prese consiglio dagli scolari; non so donde raccogliesse i materiali della seguente relazione, per non dire sentenza; giacch, accompagnandola, siccome fece, di stupende contezze intorno a non dir qual altro precettore, gli  da presumere ch'ei desse per vinta la non chiamata del primo.
"Di Girolamo Cardano seppi esso non avere scolari e leggere alle panche, pravi essere suoi costumi, lui malveduto da tutti e presso che scemo, o inconseguente per lo meno e stravagante nei tratti; oltrech piuttosto settario di opinioni, che non esperto in medicina, e perci accetto a nessuno e senza pratica nella citt per esso abitata (45)".
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Questa scritta si leggeva dal nunzio di Bologna, presente il per tante guise illustre Borromeo, allora legato pontificio nella stessa citt: e gi stavasi deliberando qualmente si declinerebbe dalla relativa negoziazione. Se non che, avendo posto mente uno degli astanti all'ultima espressione, che mi dichiarava senza pratica dell'arte: "Ol, diceva, io ben mi s questa essere menzogna; come quello che vidi personaggi assai distinti usare l'opera del Cardano, ed io stesso l'usai, quantunque n illustre n distinto". Prese allora la parola il legato e soggiunse, poterne fare lui pure testimonianza, ed avere io guarita la di lui madre, sebbene disperata, per sentenza di tutti gli altri medici, la di lei malattia.
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Al che replicava quell'altro, doversi presumere altrettanto veritiere, quanto cotesta, le altre informazioni: locch affermando eziandio il legato, quel nunzio ammut, e si f rosso anche in viso. Si conchiuse pertanto e decret che, atteso l'avermi gi invitato a quel posto, ne avessi la commissione durante un solo anno; che disimpegnando frattanto il profferto impiego, sia che la riuscita fosse quale indicavano le notizie avute, o non corrispondesse, comunque, al vantaggio di cui si ripromettevano l'universit ed il paese, mi si avrebbe lasciato campo di altra condotta procacciarmi; e che, tornando invece a favore l'esperimento, avanzerebbe sempre tempo da confermare i patti, e stabilire lo stipendio, sul quale cadeva oramai la quistione. Il legato acconsent; e questo era sugello a quella prima facenda.
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Lungi per che di ci paghi fossero gli avversari, ottennero, medianti obblique pratiche, dal senato, perch alle gi proposte si sostituissero altre condizioni; le quali non s tosto mi furono per delegazione offerte, che da me ricusate. Imperciocch trattavasi di onorario inferiore all'esibito poc'anzi, di altra cattedra e scuola che la promessa, e di niuna indennit per le spese del viaggio. Non avendo per conseguente annuito ai nuovi patti, l'apportatore dei medesimi ebbe a riportarne il rifiuto a Bologna, per poscia ritornare di bel nuovo a Pavia colla piena rafferma di tutte le convenzioni anteriori. Ora, quantunque siffatti ostacoli appaiano feraci di gravi conseguenze a cui li soffre, queste per altro non hanno fondamento e successo, fuorch nella fallace opinione degli uomini.
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Conciossiacch, siccome lo scopo delle azioni loro non pu mirare oltre alla sfera della vita, e questa  s breve perch'ei non possano risguardare all'estremit, cos  da saggio accontentarsi di considerarle, anzich darsene briga, n punto curarsi dei mezzi; come di quelli che deve il saggio reputare di prezzo anche minore che l'ombre dei sogni, nelle quali sei libero di osservare i fatti non pure di chicchessia, che anzi ei ti pare di chiaramente penetrarli sino al midollo. Quindi  che, ne' rapporti loro coi fini, le azioni dei mortali sono meritevoli del massimo disprezzo, niente meno che i giuochi fanciulleschi, ai quali esse rassomigliano appuntino, sotto questo risguardo, come due gocciole di acqua fra loro. Ma quando i fanciulli giuocano alle noci, nonsarebb'egli da pazzo conclamato il presagire a chi pi ne ghermisce, ch'ei sar per diventare o dottore o magistrato, e fors'anche padrone di un regno? Il che sebbene accadesse col crescer degli anni, chi oserebbe dalle premesse di que' trastulli argomentare una connessione qualunque di causa o di conformit col successo?
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Dopo tali vicende, mentre aveva gi salita la cattedra, ed erano in corso le mie lezioni, si congiur di stabilire a queste l'ora pi al pranzo vicina, e ad un altro professore la scuola medesima in quella stessa ora o poco prima; onde sottrarmi con tale artifizio gli ascoltatori e scemarne la copia. Con vana lusinga di ovviare a siffatto inconveniente, proposi una delle tre: che al precettore contemporaneo, cio, piacesse anticipare d'alcun poco la sua lezione, affine di alquanto pi tosto a capo venirne; o che gli fosse cangiata la sala, perch'egli non mi recasse impedimento a liberamente professare dalla cattedra che mi si era dianzi assegnata; o che, seguitando esso a dettare dalla medesima, si accordasse invece a me stesso lo scerre altro sito. Delle quali condizioni siccome niuna era gradita, e tutte e tre le mi si ributtavano, ricorsi apertamente, affinch, nella prossima destinazione delle scuole, venisse al competitore assegnato un locale diverso dal mio. Ed ebbero quindi origine le ambascie, il pianto, e le altre conseguenze della successiva imputazione (46): le quali per altro evitarono a me il soccombere a tante conspirazioni; ed i nemici furono costretti a poscia rivedere seduto in cattedra chi era scopo alle macchinazioni ed all'odio loro.
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Per ultimo, essendo anche gi sul declinare il tempo fissato alla mia condotta in quella universit, si disseminarono voci, le quali recassero, specialmente al cardinale Morone, scarsissimo essere l'uditorio alla scuola del Cardano. E non valse che la novella fosse menzognera, n che dal principio dell'anno accademico sino ai mesi di vacanza mi facessero anzi copiosa corona frequenti pi che altrove gli scolari; perci che tanta era la copia s degli emuli ed oppositori, s delle insidie per essi tramato, che si avver finalmente il proverbio, che, ove stringe la forza, virt cede il campo a fortuna. E, mentre i cardinali mi venivano lusingando, sotto apparenza di provedere al mio decoro, perch spontaneo rinunziassi all'impiego, si ottenne da me stesso intento a me contrario. E cos finiva colla cattedra un intrigo, del cui successo fu certo assai minore l'utilit che non la compiacenza di chi lo aveva provocato e condotto.
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Su le calunnie poi, e le altrettanto menzognere diffamazioni, potrei cominciare, non per finire di favellarne: tanta ne fu la copia, l'insistenza, l'assurdit, e la smaniosa pazzia; dacch miravasi assai meno a comprovare le accuse che a menarne romore. Egli  altronde notissimo a tutti come ne fossero pi tormentati nell'intima convinzione loro gli accusatori, di quello mi recassero essi detrimento. Che anzi venne quindi procacciato maggior agio alla composizione de' miei libri; talch, visando a tuttaltro, gli stessi nemici concorsero ad ampliare la mia gloria, e prolungarmi nel nome la vita. E gi sottraendomi essi alla facilmente soverchia bisogna dell'insegnare altrui, non solo mi furono cortesi di gradito sollievo, ma in me generarono, dir cos, la conoscenza di molti e preziosi arcani. Perlocch soglio dire, anzi non  cosa cui ripeta s di buon grado e sovente quanto, non essere i miei detrattori meritevoli di castigo, non che dell'odio a che mi provocarono, per quello che mi recassero quandomai nocumento, ma perch intesero a recarmene. Risguardo alle perfidie pi ancora crudeli, dalle quali fui assalito gi prima di trasferirmi a Bologna, ne render conto pi sotto al Capo XXXIII.
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Capo 18.
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Di ci a che specialmente prendeva diletto.
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Mi compiaccio assaissimo de' temperatoj, a provvedermi dei quali spesi gi pi di venti scudi d'oro (47); come ho pure gettato assai danaro per varie specie di penne da scrivere; cos che posso asseverare come dei detti scudi non bastassero dugento a guernire il mio calamajo. Mi dilettavano inoltre le pietre preziose, i vaselli e canestri di rame o d'argento, le palle di vetro dipinto ed i libri rari. Quanto fui poco amico del nuoto, altrettanto lo fui della pescagione; che ho coltivato per tutto il tempo in che feci soggiorno a Pavia: e cos non avessi poscia cangiato proposito. Oltre dei libri medici, la lettura che pi mi and a genio era quella delle storie. Nelle cose filosofiche ho preferito Aristotile, Plotino ed i ritrovamenti misteriosi. Dei poeti amo eziandio gl'italiani, massime il Petrarca e Luigi Pulci. Alle brigate ho sempre anteposto la solitudine; essendomi abbattuto in pochissimi compagni, che non fossero malvagi, ed in savio e colto nessuno. Il che non dico perch mi senta vago di dottrina, essendomi noto abbastanza quanto ella sia cosa da poco. Ma che pu mai obbligarci al perditempo? E questo  quello che abborro.
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Capo 19.
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Dei giuochi.
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Pu darsi benissimo non esservi cosa nella quale io meriti lode: se per la vi fosse, certo  che non saprei mai aspettarmene tanta, quanto vado conscio a me stesso di meritare invece riprensione per la smoderatezza colla quale mi dedicai tutto quanto ai giuochi di sorte, ai dadi ed allo scacchiere. Imperocch ho giuocato per pi anni s a questo che a quelli: agli scacchi per ben oltre i quaranta; mentre i giuochi di sorte non ne occuparono che venticinque all'incirca. E dissi occuparono, perci che non solo decorrendo quegli anni, ma non pass nei medesimi giorno, il quale destinato non fosse ai detti giuochi; ed  vergogna solamente il dirlo. Quindi  che, oltre il perdere il tempo e la fatica, vi ho pure perduta l'estimazione degli uomini: e non saprei a quale sotterfuggio ricorrere per iscusarmene; quando non fosse cui piacesse giustificarmi dicendo, non essere ch'io giuocassi per amore al giuoco, bens mosso da odio per quelle cose, onde scampar dalle quali mi riducessi a giuocare. Tali erano infatti le calunnie, i torti, la povert, l'insolenza od il disprezzo di certuni, la confusione dei ranghi, un fisico assai cagionevole, ma pi di tutto la nequizia dell'ozio.
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A raffermare l'accennata presunzione potrei addurre l'abbandono dei giuochi appena mi fu concesso esercitarmi con individui e bisogne migliori; e potrei per conseguente ripetere anch'io, la mia passione pel giuoco non essere stata neghittosit n amore, ma fuga ed avversione. Quantunque riconosca il mio libro sul giuoco degli scacchi essere copioso di eccellenti ritrovati ed osservazioni, tuttavia ne feci alcune altre, sulle quali mi trad la memoria, stante la molta e diversa occupazione successiva: n fu mai verso che potessi richiamarne al pensiere otto o dieci, che di vero trascendevano qualsivoglia forza d'umano ingegno, ed erano come impossibili ritrovamenti. Delle quali cose ho soggiunto alcun cenno in questo luogo, perch occorrendo, siccome spero, agli amatori dello scacchiere d'incontrarne od immaginarne di consimili, mi premeva consigliarli di aggiungerle, come un'appendice, alla fine del suddetto libro.
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Capo 20.
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Del vestito.
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L'opinione che ho di me su questo proposito  quale appunto l'aveva Orazio del suo Tigellio; e mi calza cos bene la dipintura che ne ha lasciata di costui, talch son per dire che Orazio non avrebbe, anche volendo, potuto raffigurarmi altrimenti.
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Nullo fu pari a lui, che o va s ratto,
Qual chi ha l'oste alle spalle; o grave quasi
Di Giunon Sacerdote: or dieci, or cento
Ha servi al fianco e s grandeggia in detti,
Che di satrapi o re stirpe lo credi;
Ora pi non desa che un desco e un sajo,
Quello a tre piedi e non con altro arredo
Che la saliera, e questo, pur che scaldi,
Non importa che sia di baracane (48).
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Se di ci ragione mi chiedi, o piuttosto i motivi, sappi che n'ebbi appunto parecchi. E, prima d'ogni altro, alla versatilit nel vestirmi contribuiva la gi tanta variet ne' costumi e nel pensare, poscia il bisogno di prevedere con ci al ben essere fisico, ed il frequente cambiar patria, o luogo, dir meglio, d'abitazione, come quello che anche pi sovente obbligavami a cangiar abiti; non mi convenendo n il venderli con pregiudizio, n l'inutilmente serbarli: cos che su questo particolare posso dire che la necessit mi fu legge. Un altro motivo di non minore prezzo che i mentovati, anzi tale, che su questo proposito non ve n'ha forse di pi rilevanti al paragone, si  che gli assidui studi rendono trascurante la per essi trascurata famiglia; che dalla trascuranza de' famigliari ne viene la non curanza delle vesti, e che per conseguenza le molte di numero si riducono a poche nell'uso.
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Il perch non so dissentire dalla sentenza di Galeno, che insegna dovere l'uomo starsi contento a quattro vesti, e poter sussistere anche solamente con due, semprech non vogli annoverare fra gli abiti la camicia. Ora, essendo lecita se non anzi giusta e doverosa la variet nel vestire, purch sieno legge al variare le realt dell'occasione, l'adempimento dei fini, e la convenienza di quello che uom si propone, sono d'avviso bastare all'uopo una suppellettile di quattro mute: l'una di abiti assai grevi, di meno pesanti l'altra, quindi leggieri e lievissime quelle della seconda coppia. Del qual numero essendo mestieri a cui vuole usare due vesti per volta, come credo egualmente necessario ad usarsi, dall'alternare cui farai, nell'accoppiarle, ti risulteranno quattordici diverse combinazioni, e non avrai finalmente logoro se non l'abito, che serve agli altri coprire.
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Capo 21.
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Della maniera di camminare, e della meditazione.
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La prima fra le cagioni del non essere ordinato ed eguale il mio portamento fu senza forse il meditare: giacch, se d'altro si occupa la mente che delle mani e dei piedi, questi si muovono all'insaputa, e talvolta eziandio le mani; siccome accade a cui  spinto da qualche premura. Alla indicata ineguaglianza contribuirono inoltre la variet e moltitudine delle occasioni e degli affari, non che lo stato e la disposizione del corpo: conciossiach progrediamo liberi e lieti, semprech ci arrida la sanit, n sia che ne aggravi le membra o lo stomaco, n ci troviamo dalle fatiche abbattuti; dove che invece il passo  tardo sotto altra qualunque, massime se opposta, circostanza. Quindi  che della mia foggia di camminare si potrebbe cavarne proverbio di sconsideratezza; poich appunto sconsiderato l'andamento, ogni qualvolta volgo in pensiero altri oggetti, fuori di quelli che mi si parano agli occhi.
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Bens che l'ineguaglianza non mi  meno particolare in qualunque altra cosa od azione, massime ove mi vi stringa durezza di necessit, o prepotenza d'animo impetuoso e determinato egualmente a persistere nel bene che a non voler sofferire il male.
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Nulla  poi costante in me, tranne la sola meditazione, siccome dissi; e qui soggiungo, neppur essa trattenersi perseverante sugli oggetti medesimi. Dove per avviene che si arresti, essa rimane assorta per guisa del contemplato subbietto che non pu il di lui pensiero abbandonarmi n alla mensa, n fra i piaceri, che non saprei senza di quello assaporare; com'esso mi rende insensato al dolore, a meno che gli si associ lo stesso pensiero; il quale neppure mi lascia dormendo l'unico vantaggio pertanto che mi viene dalla meditazione si  che, mentre la mi pone in grado per cui giudicare del male, impone all'animo tale tranquillit, che non saprei definire n se pi mi torni ad utile o danno il riflettervi, n se il male cesserebbe, ove intralasciass di meditarlo cotanto.
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Del rimanente, ora  frettoloso ed ora lento il mio camminare; ora distesi gli omeri ed eretta la cervice; ora inclinato il capo, le spalle pendenti, ed il portamento somigliante, pi in apparenza che in fatto, a quello dei ragazzi.
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Capo 22.
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Della piet e della religione.
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Ch nato in tempi cos torbidi, esposto a tanti pericoli, oppresso dalla povert, e reso per tanti viaggi famigliare con uomini alla religione stranieri non pure che di proposito avversi, mi serbassi fermo tuttavia e fedele alla medesima, senza mai prevaricare, ci  da reputarsi pi tosto prodigio, ed ascriversi a soccorso del cielo che non a virt e sapienza d'uomo. Vero bens che, dalla pi tenera giovinezza in poi, mi apposi, come d'obbligo, la prece alla infinita clemenza del signore Iddio, perch mi fosse cortese di longevit non meno che di senno e salute, s corporea che spiritale (49). Ond' che non far pi sorpresa perch io fossi osservantissimo del divin culto e della religione. Sembra infatti che il cielo mi fosse largo eziandio d'altri doni; tali per che apparisce manifesto non a me competerne il merito, ma doverselo tutto ad altrui. E ne siano esempio la sanit perseverante a mio quasi malgrado, e la maggiore, sarei per dire, perizia di nozioni e discipline, alle quali non attesi, e che da nessuno apparai, che in quelle per le quali ebbi scuola e maestri.
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Risguardo alla piet religiosa, fu essa che mi confort ad oppormi con pi d'energia contro la morte del figlio, ed a poscia reprimere il cordoglio cui mi cost il mal successo. Egli era finalmente mortale (diceva a me stesso), se anzi non m'ingannano i pronostici, questi lo volevano morto in quell'anno medesimo, e poco lontano dal morire senza prole; dove che invece lasciommi un nipote, che mi , in qualche modo, compenso alla di lui perdita. Ma che vado rimestando pi oltre affanni ed ambascie mortali colle delizie dell'eternit? Sarebbe giusto il mio lamento, se nulla sopravanzasse alla morte, o se, non morendo il figlio in quel punto, avesse potuto rimanermi eternamente.  forse mia colpa se alcunch mi smarrisce, o non  piuttosto follia il pensarlo, e delirio nefando l'appellarsene al cielo?
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Senza mai dimenticare n la maest ed onnipotenza di Dio, n il patrocinio della Beata Vergine ho inoltre divota fidanza in san Martino; dacch un sogno m'avvertiva che, la di lui merc, fossi per quandomai coneseguire una vita per sempre tranquilla. Su di che, giovando compendiare in questo luogo gli argomenti esposti gi tempo assai diffusamente in una mia dissertazione, dir non essere assolutamente possibile il contrapporre, invia di confronto, le molestie di questa colle felicit che dobbiamo aspettarci nella vita futura. N osta perch, soprannaturali essendo coteste felicit, solo ti commuovono quando puoi raffigurartele presenti, e ne sei allora compreso per modo che, apporvi dubbiezze non solo, ma non puoi a manco di estimarle trascendenti a quanta pu immaginarsi grandezza: dove invece le reputi un sogno, s tosto ch'elle si sottraggono al tuo pensiero, e le perdi, per cos dire, di vista. Cos fosse piaciuto a Dio, che non sorgesse cosiffatto scoglio frammezzo al mare di sue beneficenze; ch saremmo allora pi attenti ed arrendevoli ai divini consigli, pi guardinghi a non obbliarli, pi largamente o pi spesso rimunerati nella soddisfazione onde gode chi pi li ricorda, e condurremmo quindi anche pi religiosa ed esemplare la vita.
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Con tutto ci mi sento e confesso reo di grave delitto, per avere osato eriggermi a maestro, e dettar leggi di sapienza. Mi vi spinsero la piet ed il compianto per la miseranda condizione de' mortali; siccome quella in grazia della quale feci anche subbietto alle mie instituzioni l'immortalit dell'anima. E stimo che fra quelli che la trattarono, al semplice lume naturale dell'umano intelletto, n ragionassi conforme a quanto ne scrissero Platone, Aristotile e Plotino, anzi consentaneamente ai principj s della scienza che della ragione. Perciocch mancano in Platone la gravit, la opportuna distribuzione della materia in Aristotile, i premj e quindi lo scopo in Plotino. Ben lontano dallo arrogarmi un tale rilievo, me ne dichiaro debitore ad Avicenna, e sottoscrivo al di lui pensamento, in proposito, come al pi ricevuto fra i filosofi e simile al vero.
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Capo 23.
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Di alcune mie particolari osservanze.
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Per quanto a me pare, non  cosa in che fossi altrettanto valente, quanto nell'osservare: del che penso andarne specialmente debitore alla lunghezza della vita ed alla moltitudine degli avversarj. In primo luogo adunque, oltre le preci fanciullesche (le quali per altro fornirono materia ed occasione ai primi esercizj della mia riflessione), soglio rendere grazie a Dio per tutto quanto mi accade. N creder gi che mi stia contento a ringraziarlo dei soli avvenimenti propizj; poich il non farlo rispetto a questi sarebbe turpe sconoscenza nell'uomo non solo, ma sarei per credere sin anche nei bruti. Non ometto pertanto gli occorsi disastri, come quelli che, ove sieno di lieve momento, li risguardo siccome ammonizioni a starmene in guardia per l'avvenire: ed oh! quanto spesso evitai le pi gravi disavventure, la merc di cosiffatti avvertimenti. Risguardo alle mediocri ho due motivi, pei quali dichiararmi ad esse pure debitore: l'una che non accordo gran valore a nulla di quanto a cui pu recare insulto il tempo; l'altra che avviso non altri che Dio essere dispensiere di quali e quante si danno calamit.
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E, sebbene repugni a ci la vista ch'elle fanno di nuocere, non so tuttavia dubitare che, infeste come pare tornino ad alcuni quelle che diciamo disgrazie, riescano per altro del massimo vantaggio nell'ordine dell'universo, e che tanta  la copia delle traversie di quaggi, perch ne venga sollievo e compenso alla pi inevitabile di tutte, voglio dire alla morte. E ben s'appose Paolo d'Egina, quando asseriva, le gi sofferte ambascie rendere tanto meno tormentoso il taglio della vescica ond'estrarne la pietra, quanto  questa maggiore di mole; n altra darsi ragione del riuscire assai pi spesso mortale il taglio delle pietre meno voluminose, a paragone di quando abbiamo che fare colle pi grandi. Venendo finalmente all'altro estremo dei mali, nutro ferma convinzione, doversi appunto ne' pi gravi riconoscere una quasi testimonianza del trovarsi, chi li soffre, presente pi che mai agli occhi di Dio. Ed  colla scorta e merc di cosiffatto pensamento che giunsi a ci, di cui  maraviglia il dire, a la morte cio colla morte respingere.
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La seconda fra le mie speciali osservanze consiste nel non avere altronde implorati favori giammai che dal cielo: e, poich la mia vaghezza di perpetuare nelle opere la vita era vaghezza di un'esistenza che a quella in certo modo somigliasse del sommo Iddio, cos questa pure da esso invocava scrivendo; perch ad eseguire i suoi voleri mi fosse maestro quegli stesso che mi  gi signore. Or vedi se fu grande la di lui bont e piacevolezza (50); poich mi guarentiva da un triplice infortunio, s nel dare avanti che togliere, s nel pormi al sicuro dalla piena impetuosa di onde riboccanti, e s nell'accordarmi tranquillit nelle burrasche della vita.
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 mio stile, in terzo luogo, l'opinare che nelle disgrazie non basti occuparsi a risarcirne i danni; ma sia mestieri cavarne argomento ed usare di vie maggiori compensi e guadagni: cos che sar forse l'unico fra gli uomini, cui la saviezza non solo, ma la sperienza riducesse a tale da non odiare i sinistri avvenimenti. Quarto fra gli oggetti, cui ebbi specialmente risguardo,  il tempo, siccome quello di cui feci sempre il massimo conto: e, sia che mi occupasse il cavalcare o la mensa od il letto, sia che solo vegliassi o m'intrattenessi ragionando con altri, meditava sempre, o poneva in serbo alcunch, avendo sempre presente il motto, s trito che vero, sul risultare da molti pochi accumulati l'assai (51).
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E rispetto al crescere dei piccioli risguardi a cose di grave momento, sar breve in raccontare una storia, pi che novella, che m'intervenne, abitando in Bologna le case del Ranuzio. Vi erano due appartamenti; l'uno triste per mancanza di luce, ma sicuro nel resto; l'altro illuminato ed ameno, solch gli sovrastava un'intonacato, che minacciava di rovinare a momenti; e fu questo il da me prescelto. Cadde infatti la soffitta; ed avrei certamente scontato colla vita l'imprudenza della scelta, per poco meno che stato fossi accorto in sottrarmi a quel precipizio; poich fra i molti che vi soggiacquero fui solo a salvarmi.
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La quinta  la rispettosa osservanza, cui professai costantemente all'et provetta; siccome quello che usava di buon grado coi vecchi.
Sesto, mi fu precetto il por mente ad ogni cosa, tenendo per fermo, nulla succedere per caso nella natura: e questa opinione contribu a che mi dessi pi cura di conoscere arcani, che non di guadagnare danari.
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Ho pressoch sempre usato (in settimo luogo) di preferire il certo all'incerto: e fu per me cos benagurata s la ragione che la costanza di cotesta preferenza, che vado persuaso, dover io dalla medesima riconoscere il buon fine del pi delle cose, che mi cessero seconde. Per quelle cose poi che male accadevanmi, non fu mai forza di ragioni, la quale valesse invogliarmi ad ostinatamente persistere nelle medesime: per ci che l'ottavo dei miei divisamenti fu quello di accordare ognora d'avvantaggio alla sperienza, che non alla propria cognizione, od alla fidanza nell'arte. Locch mi fu legge, massime nella cura dei malati, non affatto alieno dal commettere altre bisogne alla sorte, come quello che anzi lo era dal ritornar col pensiero, siccome usano tanti; alle cose trascorse. Che ne sarebb'egli avvenuto pensandovi? o qual pu mai ridondare vantaggio dal passato, se gi pi a guadagno non torna lo sfuggito, o tanto meno vi torna, quanto pi scema e da noi si allontana?
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Nel porgere medicine agl'infermi, non pospongasi mai l'effetto ad una pretesa virt dei medesimi: giacch sarebbe altrimenti lo stesso che il fare pi caso di una canna da clistere vuota, che non del rimedio, quand'esso vi cape; o che l'ordinare del siero di latte contro l'idropisia (52). Se, usando coi potenti o con personaggi degli ordini pi distinti, massime se benemeriti, alcuno di essi ti maltrattasse, quanto pi sar egli villano ed iniquo teco, sii tanto pi cortese o castigato secolui: perciocch ti diceva esser giusto non solo, ma doversi equiponderare a vicenda ogni cosa. Standomi a cuore il far economia del tempo, non accetto verun affare che inutile sia, n per ci solamente lo rifiuto ch'ei fosse contenzioso, tornando questi a miglior conto.
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Quando sapessi l'amicizia essere subdola e falsa, torrei piuttosto a scucirla che lacerarla. A settant'anni appena compiuti ricusai (bench mi vi chiamasse il guadagno) di appartenere ad una societ, prima di essere fatto scorto quanti e quali ne fossero i socj. Fuggi quelle confidenze, che partoriscono disprezzo.
Se ho fidato quanto mi fu possibile meno alla memoria, tanto pi ho consegnato negli scritti.
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Capo 24.
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Delle case per me abitate.
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Da bambino ebbi stanza in Milano ai dintorni della porta ticinese, nella via cui dicono della rena; poscia in quella del maino, di fronte al castello; e di l a non molto, essendo ancora tenero d'anni, nella vicina Casa del dottor fisico Lazzaro Soncino. Giovinetto m'accolse la magione di Girolamo Ermenulfo in via dei novelli; indi quella dei Cusani, sinch, pi pronunziata essendo l'adolescenza, fui trasferito nell'abitazione di Alessandro Cardano, e vi dimorai sino al diciannovesimo anno. Pi tardi mi ridussi ad abitare, colla madre, in una casa per essolei comperata, rasente la chiesa di S. Michele alla chiusa; di cost a porta orientale; indi alle cinque vie; poi nella casa caduta molto prima e successivamente riedificata; e per ultimo di bel nuovo a san Michele.
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In Pavia, dopo avere alloggiato a san Giovann'in borgo ed a santa Maria, passai ad albergare presso i Cattanei alla Venere; quindi a san Gregorio di Monfalcone in borgo oleario; consecutivamente vicino all'universit ed al procuratore Ceranova; e per ultimo in casa propria, di fianco a santa Maria in pertica, dappoich mi decisi ad una comprarne. La strada Gombru, le case del Ranucio al cappello, e finalmente la da me acquistata vicino a san Giovanni in monte, furono i siti che mi fornirono d'albergo in Bologna. In Roma l'ebbi sulle piazze del popolo e di san Gerolamo, vicino alla curia dei Sabelli, poscia nella contrada Giulia, presso a santa Maria di monte ferrato.
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Capo 25.
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Della povert e dei danni sofferti nel patrimonio.
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Povero, senza n cupidigia di danaro, n ambiziosa cura di vane dignit, mentre che precipitando rovinava la casa, era infestata la patria dalle guerre non meno che da intollerabili abusi vessata, mi pesava il carico di quasi costantemente popolosa famiglia, escludevami con lunga ostinazione il collegio dei medici, ed era io stesso infermo del corpo, talvolta sconsigliato nella prodigalit, costantemente profuso in comprar libri, sfortunato ai dadi, dilaniato nella fama dagli emuli, e da mano rapaci dilapidato nelle sostanze; cambiando, non saprei se debba dire, pi spesso di citt, o di casa nella citt medesima ridotto a soggiornare senza costrutto in Gallarate, ove diciannove mesi di pratica neppure mi fruttavano i venticinque scudi per la cos prezzolata pigione; avendo quindi oppignorata ogni domestica suppellettile, non che della moglie il corredo e gli ornamenti; cos che desta maraviglia come potessi far senza ogni cosa pi necessaria, gli  pi sorprendente per altro che tanta stremit ed inopia non mi costringessero ad accattare, e lo  ancora d'avvantaggio ch'esse non mi determinassero a neppur volgere in pensiero, anzi che imprendere alcunch di men degno n della memoria degli avi, n degli onori ond'ebbi lustro gi tempo, e n della virt che mi torn poscia in fiore; ma fermo stassi e d'animo imperterrito a tanti mali, valessi a non pure indurarli che opporvi resistenza per quindici anni continui, e fossi persino resto a neppure frattanto giovarmi del posto e degli utili di medico residente.
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Ma per qual motivo? chiederai. Forse che insegnavi privatamente? No. Ti rivolgesti quando mai a chi ti fosse poi largo di sovvenimenti o doni? Sono d'avviso che l'avrei cercato indarno, se anche vergogna non mi vietava il farne ricerca: or vedi se, trovato, era in me viso per chiederlo di tanto. Avresti per avventura scemata la copia de' tuoi alimenti? Neppure. A che dunque t'apponesti? Andava scrivendo almanacchi; dettava in pubblico dalle scuole palatine; alcun poco m'acquistava la medicina; e dei famigliari, addetti al mio servigio, non fu quasi nessuno che non ne ritraesse compenso di profitti straordinari. Di alcun ajuto m'erano pure i regalucci degli Archinti, faceva traffico di consulte, prendeva norma da chi va rispigolando, e declinava da qualunque lusso e superfluit nel vestito. Cos ho sopportata l'avversa fortuna in maniera, che potessi poi meglio assaporare della prospera i frutti.
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Capo 26.
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Del mio matrimonio.
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Prima di tutto questo per, e sinch feci dimora in pieve di Sacco, viveva lieto, contento ed ignaro quasi di cosa  male. E qui sar per avventura importuno, ma non posso a meno di riferire un sogno, che troppo ha rapporto coll'argomento in discorso.
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Immaginate un mortale, trasportato fra le delizie dell'eternit, o dir meglio in grembo della gioja medesima. Tale mi era quella notte; perciocch sembravami di passeggiare il giardino pi ameno e ridente, cui sappia raffigurarsi un animo creatore. Copia di fiori che l'adornavano; d'ogni maniera frutti a renderlo fertile non meno che vago, e l'aria spirante cosiffatta soavit, che la stessa musa del Pulci non avrebbe saputo fingere nulla di pari a tutto questo. Era libera ed aperta l'entrata verso il vestibolo del giardino, e le faceva prospettiva un'altra porta nel lato di contro. Or ecco presentarsi a miei sguardi una donzella, cui cingeva candida stola: e non era io men presto a stringerla delle braccia che di baci a coprirla, se, appena fu spettatore il giardiniero al primo bacio, non mi chiudeva, s come chiuse, la porta. N valse il subito pregare, n l'insistere, supplicando, che aprisse; ch non fu mai verso di piegarlo, ed ottenere perch uscir mi lasciasse. Mesto pertanto e sdegnoso del rifiuto, quantunque non ristassi, perci, dal tenermi avviticchiato alla fanciulla, parvemi finalmente comech fossi respinto e serrato fuori.
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Di l a pochi giorni s'appicc il fuoco ad una casa; e, chiesto a quale, seppi essere quella di Altobello Bandarino, allora capitano delle ragunaticcie fra le milizie venete nell'agro padovano. Del quale non essendomi nota neppure la persona, quasi non mi calse dell'evento; sol che fortuna volle, ch'egli si traslocasse, per conseguente, nella magione, che giusto fiancheggiava la mia. Del che mi dolsi meco stesso, come con quello che, mentre bramava tutt'altro che una cotal razza di vicini, era per inetto a provvedere che ci non fosse. Intanto, essendo appena trascorsi pochissimi d, veggio dalla strada una damigella, che tanto alle fattezze, quanto ai modi ed alle vesti, somigliava, come non pu dirsi, la gi vagheggiata in quella notte nell'orto.
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Che imprender io, diceva fra me, con questa zitella? Se penso ad isposarla, povero come sono, e s priva di beni ch'ella , soperchiandole anzi e fratelli e sorelle, sar perduto, non v'ha dubbio; giacch a mala pena mi avanza per cui sostentarmi da scapolo. Se tento rapirla o di soppiatto violarla, essendo castellano suo padre, non gli mancheranno esploratori, n sar mai vero che un capitano sopporti od impunito lasci un insulto. Che potrei dunque fare nell'un caso e nell'altro, anche riuscendo a maraviglia l'intento, poich non mi resta scampo che nella fuga?
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Mentre tali e simili cose volgeva nell'animo, erami s dolorosa la vita, che mi sarebbe stato assai men grave il morire: conciossiach da quel giorno in poi non fosse pi amore il mio, ma vampa ed incendio. Se non che, da quanto mi fu possibile conghietturare, venni finalmente in chiaro che, sciolto e libero qual mi era, non avrei trovati ostacoli: ond' che ci sposammo di commune accordo, anzi consentendo non pure che pregando i di lei congiunti; i quali si offerivano essermi ad ogni evento soccorrevoli: e s che mi trovava in istato ed in parte, ov'era di molto rilievo il soccorso loro. Ella convisse meco per lo spazio di quindici anni: ma l'interpretazione del sogno non fin colla sposa; come quello che manifesta esercit la sua possa eziandio ne' figliuoli. E ben furono malagurate quelle nozze; poich tali che da esse mi vennero quanti concorsero mali a tutta bersagliarmi la vita: a meno che bisognasse ripeterli dal divino volere, o che a me si dovessero, affine di scontare per essi le colpe s mie che dei maggiori. Dotato altronde, qual era, di carattere ferrigno, diventai, siccome doveva, capace di signoreggiare le avversit.
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Capo 27.
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Delle disavventure ne' figliuoli.
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Che si dichiarasse ne' figli la verit e forza del sogno, su di ci non v'ha luogo a dubbiezze. Perciocch gi le prime gravidanze dispersero due volte la creatura (erano maschi e quadrimestri gli aborti); cosicch disperava di ottener prole non solo, ma ebbi sin anche sospetto che fosse opera di fattucchierie lo sconciarsi della moglie. Nacque finalmente il primo dei figli; e fu somigliantissimo nel sembiante a mio padre, tosto che spiegava colla giovinezza la fisionomia. Era inoltre dabbene, dolce, schietto, sordo per dell'orecchio manco, d'occhi piccioli, biancheggianti, senza mai posa irrequieti, e colla spina del dorso, pi che non dovesse, prominente, senza per altro che ci lo rendesse deforme. Al di lui pi, se non erro, sinistro erano inoltre due dita connesse fra loro; il terzo ed il quarto, semprech incominci a contare del pollice. Egli visse morigerato e tranquillo sino all'anno vigesimo terzo; quando fu laureato. Quindi a non molto s'innamor della Brandonia Saronna, e la ricevette in moglie senza dote. Gi da lungo tempo era spenta, come dissi, la di lui madre, e molto avanti l'avolo materno; poich sopravvissuto non pi di pochi mesi al mio sposalizio: cosicch non rimaneva tra i vivi se non la di lui avola e mia suocera Taddea.
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Coteste pu dirsi veramente che fossero nozze di pianto e di dolore; come di quelli che seco loro incominciarono: imperocch sebbene avessi a sofferirne di molti, vivente la madre, avevano pur fine i guai di que' tempi; essendo a me stesso ch'essi facevano allora contrasto. Avvenne intanto che al figlio si mossero accuse di per esso lui tentato avvelenamento nella sposa, durante il puerperio. Quindi  che il giorno diciassette di febbrajo lo vidi condurre in prigione; ove di l ad altri cinquantatr, voglio dire d'aprile ai tredici, condannato alla mannaja, gli fu mozzo il capo. Ed ecco il primo e dir meglio il massimo degl'infortuni: trattandosi di cosa della quale n poteva essere incolpato a buon dritto il padre, n senza ragioni assolto; e che n securo mi lasciava soggiorno in patria, n mi permetteva di senza pericoli abbandonarla. Ond' che la citt mi vedeva passeggiare fra i dileggi; disdegnavano di meco usare col discorso le brigate; gli amici mi reputavano ingrato, perch l'onta voleva che li evitassi; non pi si offerivano occasioni al fare, n vaghezza od inviti a qual parte rivolgere il passo; talch dubbio rimane se pi infelice fossi, o pi fastidioso e spiacevole.
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Successero poscia le bessaggini e ribalderie del figlio minore: trascendendo il quale ogni misura in vessarmi, fui costretto rinchiuderlo pi volte in prigione, farlo esigliare dalla giustizia, ed escluderlo dalla successione al patrimonio; dove gi riducevasi a nulla il retaggio materno. Non  che la figlia, dalla quale niun'altra soffersi molestia, tranne per assegnarle una dote; a fornirla della quale fui presto, per dovere non pure che per animo conoscente a suoi diporti. In prova per che tutto quanto ha risguardo ai figli era come destino che dovesse riuscire alla peggio, mentre appena mi attentava nutrire una qualche speranza di bene, che fosse per provenire dalla figliuola, come da quella che si univa in matrimonio a Bartolommeo Sacco, egregio s per costumi e per et giovenile, che per facolt e per natali, appartenendo esso alle patrizie non pure che alle case pi doviziose di Milano, la figlia fu sterile; n altra pi rimane lusinga, se non del nipote. Conciossia che, ritornando al primogenito, erano due i nipoti che m'ebbi da lui; ma di una sola famiglia si contavano in pochi giorni tre funerali: con che voglio alludere al figlio, alla nuora, ed alla picciola Diaregina fra i nipoti: n and guar che morte mi rapisse anche l'altro.
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Non ignoro, scrivendole, come tali cose non sieno per destare il minimo interesse n ai tempi a venire, n molto meno agli stranieri. Ma di che altro scriverei, dopo avere dichiarato non darsi nulla di quanto appartiene a noi mortali, che non sia vano, frivolo somigliante alle vuote ombre dei sogni, e non d'altro constare che di fango tanto la vita e le opere, quanto gli accidenti e le cose degli uomini? Dir bens che Cicerone, il padre della stessa eloquenza, non isdegnava siffatte cose apparare da Crantore (53), onde cavarne argomento e materia di conforto, quando perdeva esso pure la figlia. Dir che le pi gravi calamit ci richiamano di quando in quando alle cose medesime, ritornandole in certo modo alla vita; e che di qualche momento essendo l'utilit, che dall'usarne ridonda, non avremmo alcun dritto per cui disprezzarle.

Del resto so bene quali sieno le cose, che sole si avvisano degne, perch se ne serbi ricordanza nei libri. Imperocch siamo vaghi d'incontrarci, leggendo le grandi gesta, in quelle che provennero da' insignificanti od umili principj: e queste si vorrebbero esposte per serie, ora non facendone che cenni fugaci, ed ora dichiarando con ordine ogni cosa; in maniera che la storia ne fosse una quasi dipintura. E di vero che, tranne allorquando appartengono al sapere od a qualche scienza od arte., basterebbe, non dir lo sfiorarle di volo, ma il brevemente indicare le anche pi clamorose fra le azioni; sia che le producesse il caso, la virt, o la malvagit, e quelle persino che valgono servire d'esempio alle altre.
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Ma oramai giunse a tanto la perversit s dei tempi s dei costumi, talch altro quasi non iscriviamo, se non turpi adulazioni; dove Orazio e Plinio perci solo portarono alle stelle i Mecenati ed i Trajani che li estimavano incorrotti, virtuosi, e quindi meritevoli d'encomio. Noi per lo contrario usiamo da stolti, quando le nostre laudi, anzi che risguardare al fatto, insegnano quello che far si dovrebbe. Il che siccome non  certamente plausibile, quand'anche la sola speranza di cavarne profitto fosse quella che ne spingesse a lodare, quanto non sar sconcio e vituperoso il dar lodi ad usura, onde lodi acquistare, per non dire il grattarsi a vicenda, siccome usano i muli.

Or tu dimandi: e quando le si deggiono al merito? In tal caso, rispondo, siccome trattasi di cosa che tutti conoscono, baster l'accennarla di passaggio: n si lodavano altrimenti Plinio secondo e Marziale fra loro. Ove poi mi chiegga, se debbono essere perfetti, s risguardo alla scienza che all'arte, i libri, dei quali ti converr provvederti, dir essere perfetta quell'opera, che progredisce di un sol filo dal principio alla fine dell'argomento, serbando l'ordine dovuto nella partizione del medesimo; che n omette, n fuor di proposito aggiunge cosa veruna, di recondite ne insegna ed appalesa quale abbiano fondamento, e, trattandosi d'arti, ne disegna i modelli con quella precisione, cui Filandro attesta osservata per Vitruvio nell'architettura.
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Capo 28.
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Delle perpetue liti.
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Dalla morte di mio padre, sino a che giunsi all'et di quarantasei anni, ho quasi continuamente litigato. Il primo, con cui ebbi a piatire, fu Alessandro Castiglione, denominato il Gatico, stante una controversia per alcuni boschi (54). Ebbi poscia contenzioni cogli agnati; quindi coi conti di Barbiano; dopo questi col collegio dei Medici; successivamente cogli eredi di Domenico Della Torre, fra quali era quello stesso, che mi aveva tenuto a battesimo: e sortii vincitore con tutti. Il pi sorprendente si  che giungessi ad abbattere il Castiglione, non ostante che gli fosse zio uno dei giudici, e ch'egli avesse dianzi ottenuta sentenza a me pregiudizievole, che gi era passata in giudicato, secondo esprimono i causidici, e la quale non ost, perch lo costringessi a rimborsarmi dei danari e di tutte le spese.

Ebbi egualmente propizia la fortuna nel giudizio definitivo dei Rettori del collegio, nel quale fui quindi ricevuto senza pi eccezioni, dappoi esserne stato escluso in forza di tante sentenze; l'ultima delle quali era pure stata confermata col patto, che fossi bens associato al collegio, per come il solo subalterno al medesimo, anzi che pari di grado a tutti gli altri, che tutti mi erano contrarj. Anche rispetto ai Barbiani, coi quali ebbi s lungamente a piateggiare non pure che a sofferire ogni maniera d'interdetti e di minaccie, finii col venire a condizioni, la merc delle quali riscuoteva i danari pattuiti e da ogni lite mi liberava.
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Capo 29.
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Dei viaggi.
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Ho visitata pressoch tutta, in diverse gite, l'Italia; eccetto Napoli, la Puglia e le confinanti regioni. Fu pure da me veduta in parte la Germania massime inferiore, non che la Svizzera coi vicini Grigioni. Aggiungi la Francia e le provincie della gran Bretagna, che usiamo denominare Inghilterra e Scozia: e piacemi raccontare quanto m'intervenne in quest'ultima.
Era in que' tempi arcivescovo di Sant'Andrea (una delle citt principali della Scozia), legato pontificio ed anche primate del regno un fratello spurio del re, l'Amiltone. Questi soffriva di difficolt nel respiro; la quale ricorreva per intervalli, che prima duravano assai: ma, giunto esso all'anno quadragesimo d'et, la durata loro non era maggiore di otto giorni, e gli accessi lo tribolavano in guisa, che in ultimo sembrava comech la sopravvegnenza di ciascheduno gli recasse certa la morte; quantunque si trovasse affatto libero in capo a ventiquattr'ore, la merc di qualche dappoco rimedio ed anche senza.

Avendo egli gi inutilmente affaticato gli archiatri s di Carlo V imperatore, che di Enrico re di Francia, fatto scorto sulla celebrit qualunque del mio nome, commise al proprio medico d'invitarmi, onde consultar seco, a Lione, o tutt'al pi a Parigi, sembrando, allorch di ci mi chiedeva, che, se non l'infermo, egli medesimo sarebbe stato presto ad incontrarmi sino per lo meno a quest'ultima citt. Essendo l'invito accompagnato con un assegno di dugento scudi a Milano, e trovandomi allora libero dalla cattedra, come ho gi notato a suo luogo, mi arresi di buon grado alla commissione. Decorreva pertanto l'anno 1552; quando, otto giorni avanti le calende di marzo, impresi questo viaggio, passando per Domo d'Ossola ed il monte Sempronio (55) a Ginevra, il cui lago mi lasciava sul fianco. Giunsi a Lione il dodici (56) del mese or'ora nominato: ed era il d ultimo del carnevale di Milano; dove lo si protrae per quattro (57) giorni di pi, al paragone con qualunque altro paese.
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Fui di pi fermo in Lione per quarantasei d, senza vedere n l'arcivescovo di Sant'Andrea, n per lo meno il di lui curante, cui per lo meno aspettava; sebbene o non fu perditempo cotesta dimora, o mi fu desso largamente ricompensato per ci che, avendo stanza in detta citt l'illustre gentiluomo di Milano Lodovico Birago, capitano delle fanterie del re di Francia, tanta mi strinse con esso amicizia che, se avessi aderito accordarmi al servizio del vicer Brisacco, mi era il Birago mallevadore dell'offerto stipendio annuale di mille scudi. Giunse finalmente il medico dell'arcivescovo, Guglielmo Casanato, e giunsero seco altri trecento scudi ch'egli mi offeriva, onde continuassi il cammino sino in Iscozia; come sino a cost offeriva indennit per il viatico, e largo mi era promettitore di regali d'ogni maniera. Venni dunque a Parigi, ascendendo su nave il fiume Loira; e non prima vi giunsi, che mi si presentava occasione per cui vedere l'Oronzio, tuttoch resto a recarsi da noi.
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Essendomi scorta il Mangino, vidi pure il tesoro dei re di Francia nel tempio di San Dionigi; tesoro, cui trovai minore di sua fama, sebbene il trovassi maggiore di quanto mi aspettava, rispetto massime al corno del rinoceronte (58), che vi si conserva intatto. Visitato che fu San Dionigi, convenni a banchettare coi medici del re: all'inchiesta dei quali per non fui compiacente, nel farmi da essi ascoltare finita la mensa; onde quasi prendere di loro vendetta, perci che prima del pranzo pretesero che li precedessi ragionando. Quando era nondimeno per dipartirmi da Parigi, onde proseguire il mio viaggio, lasciai di me soddisfatti non pure che amici Fernelio, Silvio, ed un altro fra i medici del re. Passai quindi a Bologna di Francia, e da cost a Calesse; dove ammirai sorgere tuttavia ed insultare quasi al tempo la torre di Cesare.

In quest'ultimo tratto di via ebbi a scorta ed onore la comitiva di una ventina di fanti e di quattordici cavalieri armati; cos piacendo al principe di Serponte, di cui era comando il piacere. Valicato a Calesse lo stretto, ed avanzando per la foce del Tamigi, entrava in Londra il d ventotto di Giugno; e, progredendo quinci ad Edimburgo, giunsi finalmente a vedere l'arcivescovo. Fatta quivi dimora sino al giorno decimoterzo di settembre, vi ricevetti altri quattrocento scudi d'oro, una collana del valore di centoventicinque, un superbo giannetto, e tal copia d'altri presenti, che non ve ne fu neppur uno a cui fosse mestieri aspettare pi che tanto, finch sopraggiungesse il successivo.
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Ritornato per la via del Brabante visitai nelle Fiandre Gravellina, Brugge, Anversa, Brusselle, Gand, Lovanio, Malines, Lire; quindi Aquisgrana, Colonia, Coblenza, Cleves, Andernaco, Spira, Magonza, Vorms, Argentina, Basilea, Citt nuova (59), Berna, Besanzone; poi nel pi interno dei Grigioni Coira non che l'altra citt loro di Chiavenna; e di quinci, attraversando il Lario, mi ricondussi per fine a Milano il ventinove dicembre di quell'anno medesimo. Delle accennate citt non furono che Anversa, Basilea e Besanzone, ove m'arrestai alcun tempo di pi fermo; nella prima segnatamente, ove quasi non poteva schermirmi dalle officiosit e cure dei cittadini, che vagheggiavano indurmi a stabilire presso di loro il mio soggiorno.
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A Londra il Re mi accord non solamente udienza, ma fece dono di un centinajo di scudi; oltrach gliene rifiutai cinquecento, altri dicono mille, n mi fu mai possibile appurare la verit: solch fu motivo al rifiuto, ch a tal prezzo non mi volli sottoscrivere a certo qual titolo, cui si arroga il re della gran Bretagna, in pregiudizio del Papa. In Iscozia mi guadagnai famigliare il principe Isella, vicer dei Francesi. Non and guari che m'accogliesse in Basilea un albergo infetto di peste; n l'avrei certo scampata, se Guglielmo Gratarolo era men lesto a farmene scorto. Ho di gi fatto menzione altrove dell'onesto accoglimento, di cui mi fu cortese a Besanzone il vescovo della diocesi di Lisovia (60): il perch non ripeter de' suoi doni; omettendo gi di commemorare i conseguiti altrove.
Ripartendo in ragione de' luoghi, ov'ebbi soggiorno, anche gli anni della vita, gi quattro appartengono a Roma; nove a Bologna; a Padova tre; a Pavia dodici; uno a Gallarate; circa sei alla pieve di Sacco; i primi quattro a Moirago; a Milano trentadue, in tre, diressimo, rate; e tre sono gli anni che andai vagando qua e l.
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Oltre il poc'anzi descritto viaggio feci pure quelli di Venezia, Genova e Roma, visitando le citt che s'incontrano strada facendo; come sarebbero Bergamo, Crema, Brescia e le altre lungo la via di Venezia. Lo stesso dicasi di Voghera, Tortona, Ferrara, Fiorenza, e cos via discorrendo. Conchiudo adunque, anzi ripeto in poche parole, di avere percorsa quasi tutta l'Italia, non avanzandomi da vedere che il regno di Napoli, e le annesse provincie; la Puglia cio, il Lazio, il Piceno, l'Umbria, la Calabria, la magna Grecia, la Lucania e gli Abruzzi.

Che se mi chiedi, quale avvisi ridondare vantaggio dal rammemorare percorse tante citt, grandissimo, dirotti; e te ne convincer un sol giorno, cui ti piaccia consecrare all'esame delle dottrine ippocratiche: dove troverai quanto importi conoscere la natura particolare d'ogni luogo, l'indole degli abitanti, la parte cui deve in ogni caso prescegliersi a stanza, ed a quali specie di malattie vadi soggetta qualsivoglia contrada.

E risguardo allo scerre le pi comode, non hai che la cognizione de' luoghi, la quale valga farti rilevare se quello, a cagion d'esempio, che non conveniva gi tempo a motivo del clima, sia ora meno utile per altre cagioni. Su di che gli  mestieri avere contezza della storia, onde prendere da essa consiglio, e soprattutto  necessario essere al fatto e giovarsi di quelle fra le matematiche discipline, che tali cose descrivono. N meno di cotesto rileva lo studio s della storia naturale, rispetto al provvenimento dei vegetabili e degli animali, s delle descrizioni dei viaggi: nel qual genere abbiamo di presente il vantaggio di varie opere scritte in idioma volgare; dove, oltre l'occorrente a sapere su questo proposito, sono anche indicate le rispettive distanze topografiche.
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Capo 30.
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Dei pericoli, degli accidenti e delle tante insidie, tese diversamente, ma con ostinata perseveranza.
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Premetto essermi realmente occorsi gli accidenti che sono per dire.
In tempo, quando abitava in Pavia la casa dei Cattanei, una mattina che mi recava a fare la scuola, giunto presso ad una rovinosa muraglia, mi arrestai ad orinare, di fianco ad uno studente; il quale non s tosto avanzava per la via di sotto, che dal muro di rimpetto precipitava un mattone. Da questo risico mi liberava pertanto la neve; come quella che mi contese perch cedessi alle istanze dello scolare compagno, le quali non mi facevano poco meno che forza, onde progredissi nella strada indicata pi sopra. Passato appena un anno (era, se non m'inganna la memoria, il 1540), trovandomi sulla strada orientale di Milano, mi venne in pensiero, comunque senza motivo, perch dal fianco sinistro, lunghesso il quale procedeva, travalicassi verso il destro la via. N prima era fatto il passo, che dal disotto immediato di una gronda eminentissima della parete, onde mi dilungava in quell'istante, cadde una s gran massa di rottami, e tanta parte ingombro del circostante pavimento, che, se non avessi deviato, come diceva, certo  che mi avrebbe ridotto in briccioli ; e cos mi salvai per la grazia di Dio.
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Di l a non molto, e neppure in molta lontananza dal medesimo sito, mentre andava cavalcioni su d'una mula, ed il passo mi rallentava un carro, che assai men lesto procedeva sul mio davanti, annoiato pel ritardo e dalle bisogne sollecitato, stava gi in procinto di guadagnare la diritta del carro, e sopravanzarlo; quando fra me stesso diceva: E se mo si ribaltasse? Un tal pensamento appena mi trattenne quanto era mestieri, perch altro non fossi che spettattore alla di fatto successa caduta; la quale appalesava quanto sarebbe stato il danno che altrimenti per me s'incontrava, oltre il pericolo, cui affrontava gravissimo, di rimanere schiacciato. Non  gi ch'io sia compreso di maraviglia, perch tali cose accadessero cos e non altrimenti: ma di tante volte che mi avvenne di cangiare strada, non l'ho mai cambiata per intimo impulso di voglia spontanea, tranne in questi pericoli; a meno che non avessi le altre volte posto mente a tale spontaneit. Dico per i grandi avvenimenti non destare a sorpresa, che in quanto ne sono infrequenti gli esempli.
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Essendo poco pi che fanciullo (di undici anni, se non erro), entrava nel cortile del nobil uomo Donato Carcano, quando mi addentava nel ventre un picciol cane, di quelli a pelo morbido e gentile; il quale mi fer, morsicando, in cinque luoghi, di ferite non gravi, nel vero, ma che tuttavia nereggiavano. Su di che altro non dico, se non che mi giov, per avventura, il non avere allora contezza del pericolo della rabbia canina; mentre, se mi occorreva l'accidente in et pi matura, quando siamo fatti scorti sul detto pericolo, credo che lo spavento avrebbe cagionato ci cui non produsse il male.
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Nell'anno medesimo che mi vide creato rettore a Padova, ed era nel 1525, non and guari che mi affogassero le acque del Benaco; alle quali mi commisi di mala voglia, provvisto, qual era, di vettura, onde proseguire dalla riva il cammino. Imperocch una tempesta franse l'albero di maestro, il timone, uno dei due remi; ne fu lacera essa pure la vela di trinchetto, e sopraggiunse in tanto frangente la notte. Quando gi tutti ne disperavano, e poca rimaneva in me pure lusinga, giunsi nondimeno a salvamento in Sermione. Ma, se tardavamo anche meno di una coppia di minuti ad approdarvi, saremmo certo periti; giacch inferoc per modo la procella, da far s che piegassero, bench di ferro, i chiavistelli e le stanghe delle finestre nell'albergo. Con tutto ci, e quantunque sulle prime non mi risparmiasse affatto la paura, cui non ebbi cura di celare, quando per vidi la mensa imbandirsi d'un luccio di gran mole, cenai contento, siccome non osarono i compagni: eccetto quel desso che aveva spiegato coraggio ed attivit pi degli altri nello adoperarsi a tutti salvarci; scontando quindi la colpa di averne invogliati esso medesimo a quella malagurata navigazione..

Dimorando in Venezia, quando ricorreva la festa natalizia della vergine Maria, mi avvenne un giorno di perdere, giuocando, quantit di danaro, e tutto il soprappi all'indomani. Trovandomi abitare la casa del compagno di giuoco, e reso accorto essere adulterate le carte, stesi la mano al pugnale, n fui tardo a ferire il raggiratore sulla faccia, per di ferita non grave. Stava spettatrice al fatto una coppia di giovani suoi famigliari; erano infisse due lance nel tavolato, e chiusa trovavasi a chiave la casa. Avendo nondimeno ricuperato i miei danari tutti quanti non solo, ma resomi quindi eziandio signore di quelli dell'avversario, non che de' miei abiti ed arredi; ed essendo gi riuscito non pure a riguadagnare, sin dal principio del giuoco del giorno dopo, le anella che aveva perdute nell'antecedente, che a farle trasportare dal mio valletto in altra casa, unitamente alle robe, cessi volenteroso una porzione dei danari al truffatore, perci che ferito lo vedeva: e, fattomi addosso ai domestici che, impediti quali si trovavano dal cavar fuori le armi, non potevano schermirsi, poich li ridussi a supplichevoli domandare la vita, la donai a patto, che mi fosse per essi aperta la porta della casa. In vista di cos grande sbigottimento e di tanta confusione, sospettando inoltre di qualunque ulteriore dimora, credo perch sapeva di avermi aggirato colle carte falsificate, dopo fors'anche avere fra s conghietturato, non essere poi gran differenza in fra la perdita ed il guadagno, il padrone ordin perch mi si aprisse la porta, ed io me ne andai.
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Nello stesso giorno per mi fu mestieri pensare seriamente ad eludere le inquisizioni del pretorio, a motivo di certo insulto per me recato ad uno di que' senatori. Erano dunque le ore due di notte, allorch intento a sottrarmi o difendermi, armato qual era sotto veste, non so come inciampassi d'un piede, bens che mi trovai nella piena laguna. Non perci dimentico di me stesso, cadendo, abbrancava un sedile o non so che altro di remiganti; ed i compagni mi posero in salvo. Ma qual mai fu la mia sorpresa, quando, entrando in una di quelle barche, m'incontrai nel poc'anzi mentovato giuocatore di vantaggio, e lo riconobbi al capo involto di fascie per le riportate ferite? Eppure fu desso, che mi forniva spontaneo di alcune vesti marineresche non solo, ma che mi accompagnava, cos travestito, nella stessa nave che ambidue ne condusse a Padova.
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In Anversa, prendendomi vaghezza di comperare una gemma, entrato nell'officina del giojelliere, mi sentii cadere in una buca; la quale ignoro per qual fine o motivo si trovasse in quel sito. Il fatto  che n'ebbi contusa e malconcia l'orecchia sinistra; ma, riflettendo a che il male non andava pi in l della pelle scorticata, non mi lasciai pregare pi che tanto a perdonare l'accidente. Ben fu di maggiore momento la caduta, che mi avvenne di fare in Bologna, nello spiccarmi da un cocchio in pieno corso; poich non se ne potevano arrestare i corsieri. Imperocch ne riportai frante le ossa del dito annulare della mano destra, non che male affetto il braccio corrispondente, in maniera da pi non poterlo piegare.
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Ci che pi mosse a sorpresa in questo fatto si , che, dappoi rimasto il destro in tale stato per alquanti giorni, trasmigrasse lo stesso incomodo al braccio sinistro, e venisse quindi liberato pienamente quell'altro, a cui solo risguardava l'offesa: Ed  forse pi ancora strano, che dopo nove anni ritornasse lo stesso male, per una quasi malora o fattucchieria, nel braccio diritto; come non  per altro men vero, atteso che ne sono tuttavia molestato. Il dito, non ostante che rotto, e curato senz'ombra di rimedi, guariva in modo che, tranne una lievissima e via sempre decrescente obliquit del medesimo, non avrei che mi ricordasse la sofferta ingiuria.
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Or che dir del risico nel quale incorsi di contrarre la peste? Ci fu nel 1541, all'occasione che venni pregato assistere non che visitare, ignorandolo sospetto anzich gi di peste infettato, uno dei famigliari del colonnello Dall'Isola, illustre gentiluomo genovese, reduce allora dall'Elvezia; ove l'infermo erasi giaciuto frammezzo ad altri due, che gi pi non contavano tra' vivi. Arrogi che ignaro, come dissi, d'ogni cosa, e sedendo a quell'epoca rettore nel collegio de' medici, mi trovava del numero di quellino, ai quali era toccato sostenere il baldacchino, sotto cui faceva Cesare, in quell'anno, entrata solenne in Milano. Non prima si venne in chiaro del pericolo, anzi del fatto, che il colonnello insisteva perch fosse nascosto in villa il morto; ch non era chi non dasse per morto il malato. Non volli per acconsentire; come quello che di nulla teme altrettanto quanto dell'inganno e della frode. Il perch, anche ridotto a tali strette che tutti gi lo reputavano pi estinto che vivo, piacque nondimeno a Dio perch l'appestato si ristabilisse pienamente; venendo quindi di compenso ai soccorsi ed alle utili cure, che ad esso apprestai: n avrebb'egli potuto aspettarsene di maggiori da un padre.
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Ma quello che pu asseverarsi con verit, comech avesse del prodigioso, gli  quanto mi occorse un giorno dell'anno 1546; quando non mi era per anco riavuto e confortato, quanto volevasi ad un altro avvenimento accaduto il d precedente, nella casa d'onde allora sortiva; e dove mi aveva leggiermente addentato un cane, senza per che i suoi denti penetrassero, e neppure mi scalfissero la cute. Se non che l'avermi esso assalito all'impensata, quasi di furto e senza latrati, lasciava luogo, pur troppo, a paventare che rabbioso fosse. Il perch gli feci apprestare dell'acqua, dalla quale non rifuggiva; come non si ricus dall'inghiottire uno spicchio di cappone, cui parimenti ordinai di lui presentare: ma il fatto sta che d'acqua non ne bevve. Quest'altro giorno era quello d'aprile, nel quale Milano festeggia il ritrovamento della croce santa; giorno in cui la citt e s lieta, e con siepi di verdi festoni, e d'alberi comunque posticci, adorna d'ambidue i lati le strade. Io le percorreva, inforcando colle gambe la mula; quand'ecco, bench da lontano, venirmi direttamente all'incontro un grosso mastino, la cui sola vista mi fe' raccapriccio.
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E dicea fra me stesso: Che diamine han essi contro di me questi cani, che, quasi non basti l'accaduto jeri, mi vanno pur oggi perseguitando? Vero  bens che pagai di sola paura, e spero vana, il passato assalto; ma chi mi guarentisce, non essere da senno arrabbiato quest'altro assalitore? Mentre volgo tali cose in pensiero, il mastino s'accosta, ed anela fiso e ritto al capo della mula, come dardo che scocca dall'arco. Non sapeva in tal frangente a che partito appigliarmi; solch, bassa essendo la taglia della mula, deliberai come ci potesse tornarmi nondimeno a ventura. Ed afferrato cos di volo il divisamento, che solo poteva salvarmi, non prima il mastino s'avventa e sbalza col salto su di me, che, ripiegando sul collo della mula il capo, declino il colpo in maniera, che il cane mi sorpass ringhiando, e nudi percuotendo nell'aria i denti; perciocch non mi offese, anzi neppure mi attinse. La qual cosa ho tanto per fermo che miracolo fosse, talch non d'altro che di questa ragionai e scrissi cotanto e s di spesso ed in tanti luoghi de' miei libri.
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Allora per che mi occorse l'accidente, riteneva in vece per fermo che sognato avessi, o mi facesse inganno l'immaginazione. E rivoltomi a riguardare se dasse di volta il cane (cui forte spingeva della corsa l'impeto, e pi ancora quello del colpo fallito) o se assalito avesse il valletto, che dietro mi seguiva ed alquanto sul fianco; fatto questi avanzare a manca, finch del pari camminassimo, lo andava in diversi modi e pi volte chiedendo: Vedesti le diavolerie di quel cane? Fu esso molesto a te pure? o forse t'offese? A men non f nulla, rispondeva il donzello; ma vidi che sin da principio non se la prese che teco. Or d mo, soggiungeva io, sempre interrogando, che fece il ribaldo? Ed egli: Balz diritto per filo alla tua testa; ma, poich la chinavi, ti oltrepassava netto, senza toccarti neppure un capello. Allora diceva a me stesso! Non ti sei dunque fatta illusione; ma trattasi tuttavia di cosa, che non parr meritevole di fede a nessuno.
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Dividendo la somma dei pericoli, secondo la ragione dell'importanza loro, quattro ne incorsi della massima gravezza; tali cio che, ove stato non fossi felice od accorto in apporvi riparo, mi avrebbero costato senza forse la vita. Il primo fu il risico di annegarmi nel lago di Garda; quello del cane rabbioso il secondo; la caduta dei rottami di pietre, l'altro, e questo minore che i precedenti, poich prima sfuggito che incontrato; e per ultimo la rissa nella casa del gentiluomo veneziano. Non furono diversi di numero i pi rilevanti fra i danni e gli ostacoli sofferti: primo l'impedimento al concubito; poscia la morte crudele del primogenito; quindi la prigionia; e finalmente la perfidia del figlio minore.
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E forse a taluno parr pi conducente il distribuir questi fatti secondo l'ordine in che mi successero, vivendo. Non dico per ora n della sterilit della figlia, n della s lunga e pertinace controversia del collegio: come taccio, poich troppe sarebbero ad annoverarsi, le inique non meno che ingiuste persecuzioni; ed ometto la s cagionevole costituzione del corpo, la non mai scema impotenza delle facolt, e la continua mancanza di alcun famigliare o congiunto, che senno possedesse, o fosse per tornarmi altrimenti a qualche vantaggio. Ove stata non fosse la qual carestia, certo  che da uomini, quali diceva, mi sarebbe venuto un qualche sollievo, e sarei, la merc loro, andato immune dal pi dei guai di minore momento.
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Ora, venendo alle insidie aventi a scopo di privarmi di vita, sono meritevoli di maraviglia le cose che vengo a raccontarti: onde prego perch mi presti attenzione; ch ne udirai delle rare davvero. Essendo professore a Pavia, leggeva in casa propria; dove avventizia mi serviva una fantesca, e vivevano meco Ercole Visconti, ancora giovine d'et, non che altri due donzelli e, se non erro, un servo. Dei valletti uno era copista e musico, l'altro staffiere. Decorreva l'anno 1542, nel quale aveva divisato meco stesso, dipartirmi da Pavia e rinunziare all'uffizio della cattedra. Al che non instava peraltro contento il senato, che a ci risguardava come a divisamento preso da cui muove la collera.
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Erano frattanto nella stessa citt due laureati; uno de' quali gi mio scolaro, e uomo assai scaltro; l'altro che professava medicina, in qualit di secondo e straordinario, ed era d'indole schietto, credo neppure cattivo, quantunque spurio di nascita. Ma che non pu la cupidigia degli onori e delle ricchezze, quando  massime insieme quistione di quelli e di queste, e le si associa vaghezza di buoni studi, o che la seconda serve di scudo e pretesto alla prima? Gli emuli ponevano adunque ogni maggior cura perch abbandonassi la detta citt, e davansi a dividere apertamente presti a qualunque si fosse intrapresa, purch tale da menarli all'intento. Disperando essi pertanto che il senato m'avrebbe accordata licenza, non ostanti le insistenti e d'ogni maniera inchieste, per le quali mi studiava ottenerla, si appigliarono al consiglio di trucidarmi: non per col ferro; che nol consentivano l'infamia, la paura ed il rispetto al senato medesimo; bens colla frode. Imperocch il competitore comprendeva ch'ei non sarebbe stato nominato professore primario, a meno che lui cedessi comunque la piazza.
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Obbligando un tale divisamento a prendere le mosse da lontano, il primo tentativo degli avversari fu quello di spedirmi, scritto per essi, un foglio, sotto nome di mio genero, quasich lo instigasse a scriverlo mia figlia medesima: n pu darsi lettera pi villana e turpe di questa. Imperocch il genero e la figlia si vergognano, in essa, di essermi congiunti; protestano averne onta il collegio dei medici non pure che il senato; e, quasi di commissione loro, scrivessero, soggiungono, dal collegio e dal senato risguardarsi la cosa giunta oramai a tale, da indegno reputarmi di pi oltre coprire la cattedra, e trovarsi obbligati a rimuovermi dalla medesima. Percosso da cos aspra ed impudente redarguzione, e che provvenisse da chi mi apparteneva cos davvicino, era incerto non pure del cosa rispondere, che del dire o del fare in conseguenza: comech non mi fosse possibile arguire da che mai procedesse tutto questo, s temerario era ed importuno quanto capiva in quel foglio.
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Imperocch non  se non pi tardi che lo seppi opera della mano e del consiglio, che macchin ed esegu altre cosiffatte ribalderie. Erano infatti appena trascorsi pochi giorni, quando mi si addusse una seconda lettera colla sottoscrizione del Fioravanti (61); il tenore della quale si fu: "Esso adontarsi a nome della comune patria, del collegio dei medici e del consesso dei professori, per ci che sul conto mio si andasse divolgando quanto male usassi dei fanciulli; n mi appagasse il prostituirne uno solo se non vi accoppiava un secondo; e trattarsi di cosa udita non pi mai; e tutti supplicarmi seco, e per di lui mezzo, i tanti amici vicendevoli, perch rimediassi ad oramai pubblica infamia; e gi d'altro non tenersi n ragionamento n consiglio in Pavia, tranne di ci; ed esservi segnate a dito le case, ove si ragunano gl'intervegnenti a siffatti consigli".
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Il qual foglio come lessi, ammutii, compreso da stupore; giacch non poteva raffigurarmi n credere averlo scritto mano d'uomo amico e costumato. Se non che mi era tuttavia presente al pensiero la lettera, cui reputava del genero: e dico reputava, perch d'allora in poi non ho pensato pi mai, esso averla non dir scritta, ma n tampoco immaginato alcunch di simile a quella. Imperocch da quel tempo sino al d d'oggi, foss'egli amichevole o sdegnato, il genero mi ha sempre coltivato con istima, senza n per ombra far mostra giammai che nodrisse di me sinistra opinione; pensate poi se una cos assurda poteva occuparlo. Ometto che, quando pure avess'egli potuto sospettare altrettanto, non ne avrebbe fatto motto scrivendo: come quello che ben sapeva le lettere passare fra le mani di chicchessia, e non essere decente al genero il riprendere il suocero di colpa, la quale, incerta qual era per lo meno, sarebbe riuscita vituperosa troppo e troppo laida e grave a cui reo non ne fosse.
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Non s tosto ebbi dunque letto il secondo foglio, che mi vesto e reco dal Fioravanti, il quale interrogato sul medesimo, confessa essere suo: onde cresce in me a dismisura lo stordimento; poich ancora non sapeva in verun modo sospettare di frode, molto meno pensarla come certa. Cominciai dunque a stringere l'avversario di ragioni ed argomenti; massime col chiederlo dove mai si raccogliessero ed agitassero le s famose congreghe, delle quali mi scriveva. E qui fu principio al di lui sconcertarsi e non saper che rispondere; comecch si appellasse alle dicerie del pubblico e dello stesso rettore dell'universit; essendoch il Fioravanti era legato anzi venduto al Delfino.
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Avvertendo per la cosa ridursi a tale da piuttosto lui medesimo trascinare in guai e pericoli, n punto n poco indifferenti, anzi che neppure di sospetto minacciarmi, rispetto all'appostomi delitto, cambi egli consiglio e si diede per vinto; come quello che per quanto semplice fosse, come diceva, non poteva per a meno di comprendere quanta implicasse importanza la per lui mossa quistione. Cos da quel giorno ebbe fine questo complotto, e tutte precipitarono le tramate macchinazioni; delle quali, siccome non seppi che tardi a quali patti venissero le medesime concertate, cos far quivi un cenno, E dico essere stato il lupo, d'accordo colle volpi, quello che persuase all'agnello, qualmente, ove pi non gl'ingombrassi la via, il senato avrebbe senza forse decretato ad essolui l'impiego di professore sostituito; come a quello che primo era tra' concorrenti; e che ai professori surrogati veniva guarentito, per certo quell'antico e tuttora vigente costume, il succedere all'effettivo e quindi ritenere il posto; purch s'adoperassero a volpinamente conservarsene il possesso: il che per altro non era, e lo dimostr l'accaduto.
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Sciolto appena dalla precedente insidia, e quasi compiuto non fosse che l'atto primo della tragedia, incominciava il secondo: e fu quello che sparse luce sulle trame s tenebrose del rappresentato poi anzi, e svelava in certo modo la catastrofe del dramma. Si presero dunque le mosse dal brigare perch l'accademia pavese degli affidati, alla quale, oltre i pi egregi teologi, appartenevano due principi, voglio dire il duca di Mantova ed il marchese di Peschiera, si esibisse vogliosa di annoverare fra' suoi quel desso, i cui diporti avrebbero dovuto svergognare la famiglia e la patria non pure, che il senato, i collegi di Milano e di Pavia, il ceto de' professori, e quello persino degli studenti. N valse perch ritroso fossi ad acconsentire, o ad altro non valse che a chiamare in soccorso della frode le minaccie; onde piegassero queste la renitenza.
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Che poteva io fare, abbattuto qual era dalla recente, gravissima sventura del figlio? Avvezzo al mal successo d'ogni cosa, mi acquetai finalmente, adescato massime dalla promessa di essere dispensato in certi dati giorni dall'obbligo d'intervenire all'accademia. Altronde io m'era ben lontano dal penetrare allora la trufferia, che si celava sotto sembianza di volere accogliere in quel consesso chi, non prima di quindici giorni, era per essere proscritto ed escluso da tutti gli altri, quasi che sdegnosi di fratellanza col marito di quanti gli capitassero giovinetti. Or dov' la fede in Dio, se tanto  smisurata la perfidia negli uomini, la crudelt e scelleranza negli amici traditori, e se l'impudenza e sevizia loro trascende quella persino delle serpi?
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Che pi? al primo ingresso nell'accademia, m'avveggo di un trave insidioso, voglio dire collocato in maniera, sul passaggio, da potervi leggermente inciampare chi entra, ed esserne leggermente ucciso chiunque sconsideratamente v'inciampi. Non oso asseverare se tale agguato fosse teso ad arte, o se debba incolparsene la fortuita combinazione. Schivato il primo incontro, fui per accorto a bastanza, tanto nel comparire, il pi che per me si poteva, infrequente all'accademia, scusando con astuzia di falsi pretesti le mancanze, quanto nel recarmivi sempre intempestivo, non aspettato e coll'occhio rivolto e vigilante al trabocchello. Avrei cos evitato il pericolo del caso, dato che i nemici neppure vi pensassero; tuttoch non sia meno simile al vero, che il male non seguiva, o perch li trattenesse il rispetto a che non riuscisse palese troppo il misfatto, o perch nelle combricole cambiassero gli avversari consiglio nei mezzi, anche non rinunziando allo scopo.
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Ci per su cui dubbiezza non cade si  che, pochi giorni dopo l'affare dell'accademia, fui pregato a visitare il figlio infermo, del cerusico Piermarco Trono; e ch'essi avevano appostato un pezzo di piombo al di sopra dell'entrata nella casa, quasi come a disegno di per esso assicurarne le imposte di giunchi. Sia come si vuole il come, il quando e l'artifizio, di ci non mi cale; bens del per cui: ed era che il piombo cadesse; come cadde infatti: e non v'era pi quistione di me, se mi colpiva; dal che vi manc assai poco: n altri che Dio potea far s che mancasse. Questo accidente fu il primo che in me svegliasse un qualche sospetto; ma non sapeva di cosa: tanto era lo stupore onde aveva compreso ed ammaliato lo spirito.
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Or veniamo al terz'atto; ed  quello che, siccome udirai, mi svelava ogni cosa. Non passa gran tempo che da me si reca il pecorone, di cui diceva, onde intercedere perch, dovendosi celebrare una messa novella, volessi permettere qualmente fossero della festa i miei due giovinetti; come quellino che sapevano di musica, e che perci glieli cedessi, quasi come a prestanza. Nota che gli avversari non ignoravano essermi assaggiatori delle vivande quei donzelli; e che avevano gi concertato colla fantesca sulla maniera di avvelenarmi. Risguardo al Visconti essi lo avevano invitato gi prima, onde volesse intervenire anch'egli a tale solennit: ed alieno, qual era, da ogni obbliqua presunzione il Visconti, non fu che lo impedisse dal promettere che ito sarebbe.
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Ma, poich udiva cercati anche gli altri, non pot a meno d'aprire l'animo al sospetto, e male augurar dell'inchiesta: il perch rispose, uno solo dei giovani dilettarsi di musica e non ambidue. Ma troppo ardeva della voglia di ambidue strapparmeli, e troppo era pi ruvido che scaltrito il Fioravanti, perch fosse meno simulatore che importuno sul voler l'uno e l'altro, dicendo: Sappiamo anche l'altro esser musico, e quando pure non tanto valente, giover per sempre ad affoltare il coro cogli altri cantori. Ercole rispose: Adagio signori (poich gli erano in due); lasciate che se ne faccia un cenno al padrone: e fu tosto a pienamente informarmi di cosa, ed in quali modi, si trattasse, talch, a meno di trovarmi all'atto fuori di senno e senza cuore, troppo erami agevole indovinare a che oramai tendessero, con ogni loro macchinamento, i nemici. Tuttavia, quasi non bastasse neppur questo a disnebbiarmi la mente, n anche allora vi pensai, ed a mala pena per ci solamente cessi all'esortazioni del Visconti, ricusando solamente i valletti, che uno di loro n una sol nota intendeva di musica.
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Partivano dunque i venuti; ma di l a quindici giorni o, se pi, di non molti, ecco ritornata la stessa coppia, e chiedere di bel nuovo i giovinetti a prestito, comech fosse bisogno di loro, affine di recitare in una commedia. Questa volta per, nel riferirmi la nuova inchiesta, Ercole diceva: Or chi non vede manifesta la trama? Vogliono avvelenarti, e tentano perci di allontanare dalla tua mensa quanti hai famigliari. N solo  mestieri che ti guardi con ogni maggior cura da simili tranellerie; ma s eziandio che abbi l'occhio ad ogni cosa: giacch cessa oramai di essere problema, non d'altro farsi costoro cercatori, tranne del tuo sterminio. Sto pensandovi, rispondeva; ma non mi era fattibile il persuadermi di tanto. Qual daremo intanto risposta? soggiunsi; ed Ercole: Esserti bisogno de' tuoi famigliari. Al che detto, quei ritornati se ne andarono.
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Finalmente credo che, a forza di consultarsi coloro sul come, fosse venuta l'ora del perdermi affatto. Era, salvo errore, il sei di giugno e certo in sabbato; quando alla mezza notte non so che mi desti, e trovo, cercando a tastone, mancarmi l'anello, che in s capiva un ghiacinto. Ordino che sorga da letto il donzello, e vada ratto alle traccie del perduto; ma, nulla trovandosi, m'alzo, lo mando perch accenda una lumiera; esso va, torna, e spento assevera il fuoco. Del che siccome lo sgridai acremente, ingiungendogli che meglio frugolasse nel focolare, cos fu egli ben lieto, poich abbrancato riportava tra le molle un carbone, lucente alcun poco: ed assicurava essere vano il rifrugare il cammino per altri di l razzolarne, semprech dicessi non bastare all'uopo il recato.
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Gli comando che s'ajuti col soffio; ma dopo avere tre volte soffiato indarno, e persa oramai la speranza di cavarne la pi picciola fiammella, mentre il donzello rimuove dal carbone la candela, ecco tanto pi bella rifulge, quanto pi disperata la fiamma, che tosto s'apprende al lucignolo e l'accende. Oh! dissi, vedesti Giacomo Antonio? che tale aveva nome il valletto; e questi rispondeva: Ben veddi. Che vedevi? soggiungo; ed egli: Accendersi di per s la lumiera, senza che partisse dal carbone la fiamma. Or bada, replicai, che non si estingua, e che torniamo, da capo, al bujo. Ci detto, si cerca l'anello, cui ritroviamo nel bel mezzo del pavimento di contro alla lettiera; in parte cio, ov'esso non poteva giungere, a meno che spintovi con forza e di ribalzo dal muro.
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Presi quindi argomento a prefiggermi, con voto, che non sarei sortito, l'indomane, di casa; ed al voto erano egualmente propizie le circostanze per che niuno avessi allora malato sotto cura, e fosse di festa il di seguente. Il perch, sopravvenendo quella mattina quattro o cinque de' miei discepoli, che mi erano apportatori di un zaffiro, e del supplichevole invito perch facessi di me dono ad una cena, cui erano per intervenire, in quella sera medesima, tutti i professori dell'universit, non che i membri pi illustri dell'accademia, protestai non potersi per me accettare. Gli studenti ripigliano, come, sul timore che non fossi per arrendermi al pranzo, poich noto ad essi non esser mio costume il pranzare, avesse la brigata, per solo rispetto di me, trasporto e destinato il banchetto alla cena.
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Non decampo tuttavia dall'imsistere col non posso; e, chiesto sul motivo, diceva dell'occorso la notte, come di fatto prodigioso, e del voto giurato in conseguenza. Al qual racconto, mentre gli altri sembravano compresi di maraviglia, erano due che si guardavano l'un l'altro in viso; Furono reiterate le preghiere del piegarmi, del favorire, del non defraudare di mia presenza una s distinta brigata, e del non guastarla e turbarne la gioja, mancando; ma essi non altra ottenevano risposta, fuorch la prima. Non era trascorsa un'ora o poco pi, che riedono a me gli scolari, e pi incalzanti che prima le istanze rinnovano: io per faccio scudo alla costante ripulsa dell'essere iniquo il rompere i voti e decreto per me irrevocabile il non uscire in quel giorno di casa. Uscii tuttavia la sera; essendo questa nubilosa ed io richiesto prestarmi ad un macellajo, che povero essendo ed infermo, non parvemi guastassi il voto col visitarlo.
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Il turbamento, che in me cagionavano cos fatti avvenimenti, non declinava se non allorquando mi determinai spatriare: il che non prima successe che mi fu noto avere il senato commesso alla picciola volpe l'uffizio della cattedra; come seppi saltellare di gioja e gongolare del successo la volpicella. Ma quanto sono mai vane le speranze dei mortali! Non tre o quattro volte (a quanto mi si disse) gustava la boria di sedere in cattedra, che il nuovo professore inferm e, dappoi tre mesi di malattia, mor. E moriva non con altro compenso, tranne la piena ed il rimorso del proprio delitto; cui mi appalesava pi tardi un suo famigliare; che, destinato coppiere al convito, era consapevole della trama.
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Nello stesso anno perirono il Delfino e di l a poco il Fioravanti. Ch anzi corsero la stessa ventura, quantunque non cos presto, quanti furono i medici di Bologna che fabbri si resero di macchinazioni ed insidie contro di me: che neppur uno sopravvisse di quellino ai quali era voto la mia morte. Se per avesse annuito Iddio a che tante mi affliggessero calamit, in compenso dei beneficii, che mai non rist la sua mano dal piovere sul genere umano, sarebbero, in tal caso, di guiderdone i sofferti accidenti. Altronde mi erano scuola ed avviso a guarentirmene i casi dello zio Paolo che periva di veleno, e del genitore, il quale ne prese due volte; bench salvo sortisse al solo prezzo di perdere i denti.
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 Quanti poi non mi sopravvennero disastri, volgendo i tempi (anzi l'anno medesimo), che furono testimoni degli or'ora mentovati. Il mese di luglio del detto anno, avendomi duranti le ferie Milano, mi vide costretto recarmi di quinci a Pavia, per ivi assistere il nipote ancora bambino, che giaceva per grave infermit. Da questo viaggio contrassi una risipola sul volto, con dolore vivissimo ai denti; cos che manc poco al dovermi cavar sangue. Mi trattenne dal salasso la sopravvegnenza del plenilunio, dopo il quale andai migliorando; sottraendomi cos, con doppia sorte, al pericolo s del male che del rimedio. Mosso dalla cupidigia del danaro, tent poscia di uccidermi un servo; n prevenni che di poche ore la morte. A tutto questo successe la gotta, che in me fu altrettanto grave quanto lunga. Anche nell'anno settantesimo secondo soggiacqui a pericoli ed insidie non lievi, tra le minaccevoli alla vita.
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Imperocch non erami al fatto n delle strade, n dei s disordinati e sconci costumi di Roma, ove parecchi medici, anche di me pi cauti e meglio usati alle abitudini del paese, vi hanno per altro incontrato cagioni di morte. Il perch, osservandomi salvo pi tosto e sovente per divina provvidenza che non per mia propria industria, ho dappoi rinunziato ad ogni cura e diligenza, onde guarentirmi dai pericoli. Ma chi non vede in tutte questo cose le foriere o sarei per dire le vigilie di futura gloria e felicit? Del che fanno fede i destini che mi chiamarono e stabilirono per lo spazio di otto anni professore a Bologna; dove, oltre del decoro e degli emolumenti, godeva di certa qual tregua da tanti disastri ed affanni, e mi era dolce la vita.
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Capo 31.
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Delle felicit.
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Per quanto lontana sembri dalla natura dell'uomo la felicit, e pressoch straniero lo stesso di lei nome a suoi destini, essendo non pertanto assai pi simile al vero la possibilit di qual pi e qual meno conseguirla, qantunque perfetta non la consegua nissuno, sar di ci conseguenza l'avere io pure partecipato alla felicit. E ne fa non dubbia testimonianza, in primo luogo, l'essermi a puntino riuscita ogni cosa, per quanto possono riuscire le cose ai mortali, ove massime si risguardi al pi fra gli scopi. Che se avviene, in tal caso, che i principij conducenti ad esso loro prendano pi tardi o pi tosto, che non si vorrebbe, lor mosse, o che dal fine allontanino invece di condurvi, non vi sar nulla che non vada alla peggio.
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La seconda prova dell'essere io stato felice, l'avrai se risguardi a questa o quella porzione del tempo, in paragone del tutto: come sarebbe se prendessi ad esempio il tempo, che per me decorreva nella pieve di Sacco. Imperocch tanto nella razza dei giganti, quanto in quella dei pigmei,  necessario vene sia uno meno grande fra i primi, ed uno meno piccolo fra i secondi. Ma siccome non ne viene tuttavia di conseguenza, l'essere n piccolo quel tal gigante, n grande quel pigmeo; cos, quantunque a Sacco io fossi felice, non pu dirsi per questo che a lungo andare lo fossi ed in pieno.
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Vero bens che non mancavano a quell'epoca i giuochi, la musica, le passeggiate, i banchetti; non erano per me negletti, quantunque n assiduamente coltivati gli studi; non conosceva n molestia, n timori, n gelosie; tutti mi avevano rispetto e venerazione; mi aprivano volonterosi le case o brigate loro quei gentiluomini veneziani; o con essi conversava in quella del pretore, nella quale (come casa della comunit e dei pubblici aringhi) potevano dirsi riuniti la regia ed il foro; ed era nel pi bel fiore l'et. Nulla di pi caro e soave che il tenore di quella vita; la quale durava non interrotta fra i cinque e i sei anni; dal settembre cio del 1526 al febbraio del 1532. Che poi non solo svanissero quei tempi, ma che ne sia ora mai s limitata e mal sicura la memoria, da solo ricordarmene il senso delle fruite volutt, come l'ultimo a (se pur mai) dimenticarsi, ne fanno fede i sogni, che allora solamente sono per me lieti e graditi, quando l'immaginazione riconducono a quei tempi.
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Ci che pi di tutto rileva, in terzo luogo, si  che, siccome appartiene o conduce in qualche modo alla felicit il saper essere quello che si pu, sempre che non  concesso quanto si vorrebbe, cos ogni qualvolta l'ottimo sia fra quelle cose, per le quali abbiamo vaghezza, ci deve necessariamente contribuire a renderne pi contenti e felici. Importa pertanto che ci troviamo non pure al fatto, e sia compiuta la conoscenza, di quanto possediamo; ma che, fra il meglio di ci che sta in nostro potere, ci facciamo all'ottimo scerre. Voglio dire ad amare di vero cuore, anzi ad ardere della brama di conseguire la tale o tal'altra, e da circa due o tre, fra le cose che subordinate ci sono; e che a fine di agevolarne il conseguimento, e renderlo stabile, da noi vagheggiati non sieno i prescelti oggetti per ci solamente che valgono e sono in s stessi; ma s eziandio rispetto ad altri oggetti e motivi.
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Gli  mestieri per ultimo che ottimo sia il possedimento; giacch altro  semplicemente possedere, altro esser ottimo il posseduto, ed altro il possedere ottimamente, cio a perfezione. Non mancher, ne son certo chi di spregio rimuneri cotesti argomenti, e li reputi paradossi: ma non son men certo che da chiunque risguardi a quanto  vanit nelle cose dei mortali, e le trapassate rammenti, saranno trovati verissimi; e forse pi di quanto per me si desidera. A chi poi ricusasse di arrendersi ai medesimi ne far palese la verit, e prover cos e non altrimenti procedere le cose, il tempo che d'ogni cosa  scopritore.
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Prendiamo infatti ad esempio gli Augusti, gli Scauri, gli Acilj e Seneca. Niuno dubita immensa essere stata la fortuna d'Augusto, e lui felicissimo nel pensamento e giudizio degli uomini. Ma cosa rimane oramai di quell'uomo s felice? Non certo la prosapia od i monumenti; ch spenta  la prima e distruggeva il tempo i secondi. E, se anche sopravanzassero alcune reliquie delle sue ossa, chi  mai che ambisse di possederle, non che vagheggiarne il possedimento? O chi si moverebbe a sdegno perch altri movesse parole d'onta o disprezzo al di lui nome? Ma, quand'anche della stirpe, delle gesta e della salma d'Augusto esistessero avanzi, e fosse chi facesse tesoro degli ultimi, e di sua fama sorgesse campione, qual pro ne verrebbe ad Augusto? .
Ma dirai: Era felice vivendo. Forse perch tanto a lui, quanto agli altri, se non anche pi degli altri beati suoi pari non rimanevano se non pensieri e cure, sdegni e forsennatezze, timori e stragi? Perch fu sempre stanza di tumulti la di lui casa, di confusioni e disordini la regia, e furono mostri di insidie i pi confidenti suoi famigliari? Infelice, se da lui rifuggiva il sonno, e di maggior prezzo questo che non la veglia per essolui, se dormiva, gli tornava dunque a male il vegliare, posto ch'ei trovasse migliore, quantunque indifferente per s, il sonno.
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Cosa n' di M. Scauro, delle sue profusioni, dei suoi tesori e spettacoli? Tutte cose, delle quali non resta oramai se non ombra di ricordanza. A che altro tornarono che d'argomento alle penne degli autori le veglie, i torbidi e le ansiet, che gi lo tribolavano vivendo? Che se opponi le pompe, i piaceri e gli spettacoli, questi appartenevano piuttosto a chi ne godeva che non fossero di chi li dava. Qual poi credi possibile felicit in Acilio, se tutte si dileguarono le ricchezze di lui, e se tanto e s tristo ebbero in esso compenso, per non dire usura, di affanni le volutt, e di miserie l'opulenza? Ora che star ad affaticarmi, onde provarti Acilio infelice, non essendovi argomento altrettanto sicuro di vita infelicissima, quanto l'averla condotta prospera e giojosa gi tempo, e poi trascinarla miserabile (62)?
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E di Seneca finalmente che altro sovrasta fuorch la mala fama? Poteva mai essere beata l'anima di colui, che menava la vita in mezzo ad una mandra di bagascioni sbarbati, e fra gli scrocchi, ond'era soperchiata ed oppressa l'Italia? Forse perch d'avorio e cedro le mense alle quali veniva esso pregato, e perch tanti a lui fiorivano giardini, talch passarono in proverbio gli orti di Seneca? Qual mai felicit, se la paura dei veleni di Nerone lo costrinse finalmente a non d'altro alimentarsi che di pane, mela ed acqua, e ad assicurarsi della fonte, onde questa s'attingeva? E fu Nerone, che lo rese maestro altrui del mai non mancare, a cui sa e vuole, il vitto necessario alla felicit; giacch bastava cos poco al pi sregolato e sontuoso fra i nipoti dell'antica Roma, e poich tutto il restante si riferisce alla volutt, non ai bisogni del nutrimento.
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Ci per, che vie meglio conferma gli addotti argomenti e giudizi,  la stolida jattanza di L. Silla, quando (avendo morto il giovine Mario), comandava che lo si denominasse felice: e s che gi deposto aveva la dittatura, e vecchio era, e tapino, e per le prescrizioni esecrato, e di stragi lordo, e non d'altro al colmo, che degli odj e delle nimist. Certo che, se d'altro non fosse mestieri ad esser beato, si accrescerebbono anche i miei dritti a questo nome.
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Se niuna  dunque felicit fra i mortali, e se in sostanza  di sua natura frivolo, vano ed inchinevole a corruzione quanto si riferisce ai medesimi, stiamoci una volta contenti al vivere. Se per sappiamo darsi alcun che di buono ed atto a fregiare la scena della vita, perch soffriremo di esserne defraudati? A tali ornamenti e fregi appartengono la pace, la tranquillit, la modestia, la temperanza, l'ordine, le alternative, l'ilarit, la pulitezza, gli spettacoli e le geniali brigate; per tacere del sonno, del meditare o contemplare nella veglia; della bevanda e del cibo; dell'acqua e del fuoco; del passeggio, del cavalcare, o della navigazione. Aggiungi le notizie di cose non pi udite o recenti; la ricordanza ed opportuna distribuzione delle accadute gi tempo; la piet, l'educazione, le nozze, i conviti; i piaceri, che all'orecchio fornisce la musica, gli oggetti, che ne circondano, all'occhio, e che all'animo in generale ne vengono s dal discorso che dalle arti creatrici e dalla storia.
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Non dir degli uccelletti, dei cani e d'altri animali domestici di minor prezzo; per fare almen cenno della libert, del contegno in ogni cosa e delle consolazioni, onde pu essere argomento persino la morte; come lo  di gi il trapasso del tempo, degli avvenimenti e delle fortune: trapasso, che non usa preferenza n fa torto ad alcuno, e che anzi mette a paro i bene avventurati cogl'infelici. Resterebbero finalmente il lusingarsi di cose inaspettate, l'addestramento nelle arti note a ciascheduno, la copia e variet nei cambiamenti, e la stessa vastit dell'universo. Altronde non credo che tu fossi per trovare del male nei benefattori e nei saggi, la moltitudine dei quali  s grande che non  parte od angolo, d'onde non tralucano raggi di speranza. Non  dunque vero che viviamo infelici: ed ove nol vietasse la condizione ordinaria degli uomini, o non fosse altrettanto vano che turpe divisamento il mentire, per fare inganno ad altrui, oserei farmi panegerista e banditore di amplissima ed assoluta felicit.
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Rispetto ai luoghi, nei quali stabilire la propria stanza, ove libero mi fosse lo scerre, mi trasporterei negli ameni recessi di Porto Venere (63), d'Aquila (64) o di Trapani del monte (65), in Sicilia; ed, oltre d'Italia i confini, a Dieppe vicino alla Durenza (66), od a Tempe di Tessaglia. Imperocch non consentirebbe l'et n che di Cirene (67) mi recassi alle contrade, o di Sionne al monte in Giudea (68), n che valicassi alle isole dell'Indie (69) in traccia di Ceilano: ch il suolo finalmente sorregge, ma non rende gli uomini felici. (70)
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Capo 32.
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Delle onorevolezze ricevute.
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Non mi escuser d'ingordigia per gli onori, poich non gli ho neppure vagheggiati, anzi n tampoco amati, ottenendoli: siccome quegli che ben comprendeva quanto essi rechino detrimento all'umana vita. Dicono essere male assai grave lo sdegno; per  transitorio, dove che non hanno mai fine gl'incomodi che dagli onori provvengono. E primieramente la cura dei medesimi scema ed esaurisce, col distornare dalle fatiche, le ricchezze: anzi d'ogni ricchezza dissecca per conseguente le fonti; mentre ne vorrebbero tanto copiosa la vena s la pompa del vestito e la sontuosit dei banchetti che la moltitudine dei servi. Chi poi torrebbe ad enumerare i tanti e s varj modi, coi quali trascina l'onore alla morte?
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Ora, cio, col suicidio, colle risse o per non aver mai fine le improbe liti; ora nell'assistere ai principi, nello straviziare banchettando, o nel braveggiar colla moglie o colle sgualdrine; e quando nel commettersi al mare, o nell'affrontare ogni pericolo per la patria: reputandosi professione d'onore quella del pugnare per la medesima. Il sacrificarsi alla patria combattendo, fu gi un non nulla pei Bruti; a Scevola il darle prezzo delle fiamme la mano; a Fabbrizio la ripulsa dell'oro: ed  forse questa la sola prova di senno tra questi sacrifizj; mentre quegli altri non fanno fede se non di bessaggine, per non dire della pi sfrenata mana.
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Che altro  la patria, se non una cospirazione di pochi tiranni, aventi a scopo di opprimere i paurosi, gl'imbelli, e per lo pi gl'innocenti? Con che voglio alludere ai Romani, ai Cartaginesi ed ai popoli di Sparta e d'Atene; ai quali era la patria un mal pretesto, perch i doviziosi e tristi signoreggiassero i buoni e miserabili. Poteva mai darsi maggiore negli uomini scelleratezza, che il pretendere altrui cos prodigo della propria vita, perch togliesse ognuno a morire per la patria, in grazia forse meno di lei che dell'onore? Ma chi son essi finalmente cotesti eroi? Uomini rozzi, mendici, e ridotti a pensare fra s: Qual pu mai essere condizione pi meschina che la mia? Se torner vivo dai pericoli e dalla mischia, sar annoverato fra i primi della citt, e fatto signore, ugualmente che il tale o tal altro, dell'altrui, come altri si resero padroni del mio. Se poi avverr ch'io muoja, ne avranno guiderdone i figli, che dagli aratri saranno chiamati ai cocchi ed alle pompe.
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Ecco a che si riducono l'amore della patria e lo stimolo d'onore. Non vorrei per queste accuse applicate n a quelle citt, le quali combattono per la libert, n a que' principi, la signoria dei quali altro non ha frutto n scopo, tranne la tutela della giustizia, il secondare i buoni, l'essere di soccorso agl'infelici, di alimento alla virt, ed il rendere via sempre migliori i congiunti e quanti gi salirono alla cima della fortuna o del potere; facendo in modo che il potere, la fortuna e gli onori sieno i premj esclusivi delle utili fatiche. Imperocch non ascrivo a vizio delle citt la vaghezza del dominare, n dei cittadini quella del soprastare ai loro eguali: ma riconosco nella dominazione un effetto necessario dell'ordine, come della malvagit nella tirannide.
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Ma, essendo siffatte cose a pochissimi note, riprendo a ragionare delle pi triviali; e dico, l'onore derubarci nel tempo non solo, coll'occuparne di tante officiosit, e coll'obbligarci prestare orecchio a chicchessia, ma s eziandio allontanarci dall'applicare al pi vero e sublime fra gli studj; quello cio della sapienza, mentre non v'ha nulla che pi di questa pareggi od avvicini l'uomo alla divinit. Quanti non sono coloro, che mai non riescono da nulla, non che degni del nome di scolari; dove non sarebbero loro d'uopo che due o tre anni, onde renderli atti a gi per s stessi dettar dalla cattedra; se durante i detti anni dedicassero agli studi quella coppia di ore, le quali non passa giorno ch'ei non ispendano invece nell'adornar la persona e coltivare la chioma? Ecco il lustro, i premi ed i vantaggi quali reca l'onore. Che v'ha poi di pi forsennato, quando esso ne distorna dalla cura domestica dei quindi sbrigliati figliuoli?
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L'onore ci fa schiavi all'invidia; questa partorisce l'emulazione; dall'emulazione procedono gli odj; agli odj consegue l'infamia nella pubblica opinione: quindi le persecuzioni, le accuse, la confisca o rovina dei beni, le morti e persino i supplizj. Se ragioni col saggio, ti sar forse pi grave di tutto questo il defraudarti, cui fanno gli onori, della massima parte se non anche di tutta la libert. Se poi ti stai contento a solamente opinare col volgo, il quale ripone ogni bene della vita nei piaceri, anzi che fartene copia,  l'onore che te li allontana od invola. Ma il peggio si  che, non paghi gli onori di proteggere l'ozio, aprono insidiosi, comech di buona grazia, la via che alla scioperatezza conduce: ed, adescando su questa la gi traviata giovent, espongono ai pi gravi pericoli, anzi rovinano da capo a fondo le famiglie.
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Rifletto per ultimo, che tranne all'onore, a tutto quanto, cui diamo nome di bene, sopravanza mai sempre di bene alcun poco. Perciocch i figli sono fondamento alla perpetuazione della prosapia; l'amicizia costituisce tanta parte della felicit; dalle ricchezze ne vengono tutti gli agi della vita; la virt  sollievo nelle disgrazie, ornamento nella prospera fortuna, occasione alle societ e ragnuanze utili o liberali, e procaccia la massima sicurezza tanto nelle presenti, quanto in qualunque delle circostanze avvenire.
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Or a che mira tutto questo? A farne per avventura evitare per sempre gli onori e sfuggirli? Lungi dal convenire in tale sentenza, penso anzi di contrapporre al gi detto i vantaggi, che possono derivarne. E dico primieramente, aumentarsi dagli onori le ricchezze, il potere, i guadagni; siccome veggiamo nei magistrati, nei medici, nei pittori ed in generale nelle arti, alle quali dice per conseguenza il proverbio, essere alimento l'onore (71). In secondo luogo esso guarentisce da molti risichi; massime nelle comunit, ne' collegi e dovunque sieno altrettanto gravi e moleste le invidie, frequenti la falsit o la calunnia, s facilmente precoce il condannare.
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Il terzo vantaggio, cui produce l'onore, consiste nell'aumento, che ne viene specialmente al potere, sopra tutto nella carriera dell'armi, ed in alcune magistrature, delle quali si avvicendano le cariche per la via, come dicono, dei concorsi, ed in successione progressiva dal minor grado al maggiore. Conciossia che, generalmente parlando, le distinzioni e le dignit ne risarciscono e salvano dall'ignominia e dal disdoro, che niuno dubita inferiori all'onore, o giovano cogli emolumenti; quali arrecano seco, a cui vengono largite, o fanno che altri sappia chi tu sia, ovunque ti presenti sconosciuto. La quarta ed ultima delle prerogative in discorso avr luogo ogni qualvolta le onorificenze o le dignit sono ricompense, che non ostano all'esercizio n delle virt n delle utili fatiche, o che lieve oppongono, e solo a quest'ultime, ostacolo.
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Rispetto ai quali vantaggi non oso lagnarmi come che avara mi fosse la sorte. Imperocch recatomi, sin da fanciullo, a Cardano, per non so quale augurio felice de' miei futuri destini, era gi folta e lusinghiera la mia comitiva: e, non prima famigliari mi furono le lettere latine, che fossi anche noto a quanta  vasta la nostra citt. Fu pure numeroso ed onorato il corteggio, che mi accompagnava, poi che mi tradussi a Pavia: dove, se avessi annuito alla prima fra le condizioni che mi vennero offerte, mi sarei aperto il cammino a conseguire un giorno i pi grandi onori dal pontefice Pio IV. Ho per disputato in Pavia con bastevole successo; e Matteo Corte non per altro mi fu oppositore, se non perch sapeva che gli sarebbe ridondato ad onore il battersi meco. Ivi non ho professato, che durante un anno, le matematiche, atteso che l'Universit fu disciolta nel 1536; quando gi mi chiamava il nuovo pontefice Paolo III. Le matematiche per altro le aveva insegnate due anni avanti, e non solamente l'aritmetica e la geometria, ma insieme anche l'astrologia e l'architettura (72).
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Nel 1546 il molto illustre Morone mi proferiva l'uffizio di una cattedra in Roma, con altri onorari per parte del Papa. L'anno dopo Andrea Vesalio ed il legato di Danimarca esibivano trecentosei ungheri d'oro all'anno, assegnati sulla taglia dei nobili. Le quali monete sono dell'ottava parte minori nel valore ai nostri scudi reali; oltrech ne sarebbe stato forse tardo, ed esposto pi spesso alle vicissitudini della sorte, che non dalla buona fede assicurato, il pagamento. A questo si aggiungeva il vitto s per me che per cinque domestici e tre cavalli. La terza commissione fu quella di Scozia: e mi vergogno dichiararne di bel nuovo gli emolumenti; come quelli che in pochissimi anni mi avrebbero fatto ricchissimo. Non accettai la commissione antecedente, sia per la rigidezza del clima e l'umidit del suolo, sia perch affatto barbari quegli abitanti, ed alienissimi dai riti e precetti religiosi della chiesa romana. All'altra non mi arresi, a motivo del non potersi n trasmettere per la via de' corrieri, n per quella dei banchi realizzare in Italia, o per lo meno in Francia, i denari.
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A questa proposta, che mi giunse nel mese di agosto del 1552, ne successe in ottobre un'altra di ottocento scudi annui; la quale mi provveniva dall'oltremodo affezionato principe di Badolfia e dal Vilandero, segretario del re di Francia. E solch mi fossi arreso a pormi detto fatto in cammino, e piegato avessi a baciar la mano, come dicono, al re, mi si prometteva inoltre un monile del valore di altre cinquecento monete d'oro. Ma, siccome altri mi sollecitavano assidui per l'imperatore, che occupava delle sue truppe la Lorena, e stava stringendo allora d'assedio la citt di Metz, non volli darmi n al re di Francia, n a Cesare. Non all'imperatore, perch lo vedeva ridotto alle pi difficili strette, come quello cui rapivano s gran parte dell'esercito il freddo e la fame: e non al re; non sembrandomi n decoroso n conveniente l'abbandonare il suo principe, per darsi al nemico di lui.
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Allorch, dipartendomi da Anversa, passai a Basilea, mi accoglieva nella sua villa il chiarissimo Carlo Affaitato; il quale si prov, con quanti poteva tentativi a vincere la mia ritrosia in ricevere la pi stupenda e generosa mula che dire si possa, come quella che si reputava del valore di un centinajo di monete d'oro. Imperocch l'Affaitato era d'animo libero e cortese, come se ne danno ben pochi, oltrech amantissimo degli uomini distinti per virt o per sapere. Nel viaggio medesimo l'Azzolino, gentiluomo di Ginevra, mi offeriva un ginetto (cavallo di quelli che gl'Inglesi chiamano chinee (73)); ad accettare il quale quantunque mi fosse di ritegno il pudore, questo non poteva per altro impedire che ambissi di possedere un animale, che a me pareva il pi leggiadro e superbo che potesse mai desiderarsi. Erano due, ugualmente bianchi da capo a fondo, ugualmente snelli e tondeggianti nelle forme; e mi era libera la scelta fra una coppia s rara e perfetta.
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Nell'anno consecutivo il principe don Ferrando (come si usava denominarlo a que' tempi offeriva niente meno che trenta mila ducati, perch mi commettessi una volta per sempre al servizio del di lui fratello, signore di Mantova (e dicono duca): ed, oltre i regali ed altro, ne avrei numerati mille dal bel primo giorno, se non avessi tuttavia ricusato accettare. Del che furono grandi le meraviglie in don Ferrando; cui non poteva che riuscire assai grave la ripulsa, per ci specialmente che fattosi egli mediatore della trattativa, e proposte avendomi assai pi che oneste condizioni, parevagli onesto assai meno, e disdicevole al paragone, il rifiuto: cos che, non valendo l'esortazioni, si volse persino alle minacce. Se non che, reso finalmente scorto qual fosse della ripulsa il motivo, e che, simile in ci agli armellini, avrei preferito il morire al contaminarmi di macchia qualunque, cessava da quel d ogni rancore non solo, ma fece luogo alla meglio sentita e per me dolce benivoglienza; essendo questo lo stile delle anime generose.
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La sesta esibizione accadde, come dissi, nel 1552, e fu quella del vicer Brisacco; il quale non apponeva limiti all'offerta; s forte lo aveva di me invogliato l'illustre nostro concittadino Lodovico Birago. Solch, dove gli altri mi cercavano qual medico, il Brisacco mi voleva in qualit d'architetto (74): ma fu ben lontano dal vedere compiuto il suo voto.
Prima che abbandonare cotesto argomento, vuo' fare un cenno di brevi parole sul perch fosse generosissima sopra tutte le altre la esibizione di un re di cos limitate facolt che lo  quello di Scozia; i cui redditi non oltrepassano, a quanto si dice, la somma di quaranta mila zecchini all'anno. Raccontano, pertanto, essere vassalli al detto re quattordici mila ottimati (quantunque io sia d'avviso questi non essere poi tanti); ai quali  legge, in forza degli statuti del regno, l'obbligo di servirlo armati negli accampamenti, per lo spazio di tre mesi ogni anno. Ora, s tosto che alcuno di questi vassalli cessa di vivere, il re, o chi viene delegato per essolui (secondo si costuma),  tutore dei figli del morto, sino a che il primogenito non sia giunto all'et di ventun'anno compiuto.
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In tale frattempo, se diffalchi l'occorrente pel vitto e pel vestito, quanto rimane delle rendite appartiene al tutore; il quale non  tenuto n punto n poco alla resa dei conti: come quello che amministra i beni dei pupilli a pro e nome del re; e che su questo particolare lo rappresenta. Aggiungi cosa di fors'anche maggiore momento: ed  che al tutore compete l'unire in matrimonio, a cui pi gli aggrada, i suoi pupilli; non importa se maschi o femmine, purch la sposa o lo sposo, ch'ei loro destina, appartenga al ceto dei nobili.  noto competere inoltre al tutore lo stabilire non che stipulare la dote, senza risguardo se competente alla condizione di chi la d o di chi la riceve.
La condotta di professare a Pavia l'ebbi tre o quattro volte dal senato di Milano; e tre dal bolognese, per la cattedra di quella universit; quantunque non sortisse alcun effetto l'ultima di queste commissioni.
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Quando ritornava dalla Scozia, stavano in aspettazione del mio arrivo a Parigi quaranta gentiluomini di questa citt, onde far prova di quanto valessi nell'arte del guarire. Uno solo fra questi profferiva mille scudi, perch mi soffermassi, e fossi lui soccorrevole del mio consiglio: ma le circostanze non mi concedevano dimora pi lunga di quanta fosse compatibile col passaggio per quella capitale. Del che fece testimonianza in una delle sue lettere il presidente alla facolt di Parigi Amato Ranconeto; al cui non ordinario valore negli studi, s greci che latini, ho gi reso anche dal canto mio testimonianza pi volte. Nel traversare, cui feci, la Francia e l'Alemagna, oso dire fosse lo stesso di me, in tutte quelle contrade, che di Platone in Olimpia.
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Perci che ha risguardo alla sperimento subito presso il collegio di Padova, e del quale gi feci parole (75) ne sia prova la relazione che ho recitato, in proposito, al prefetto della citt. Non fu guari dissimile da questo lo scrutinio di Venezia; dove stabilito essendo che non riesce alcuno, cui fosse contrario anche solamente un voto, e malgrado che oltre sessanta fossero i votanti, gli ottenni ci non di meno propizij tutti quanti. N minore arridevami fortuna in Bologna; quando , contandosi nel senato ventinove suffragj, ed essendo mestieri che venticinque fossero per il s, onde fossi eletto, lo fui col favore di due voti oltre il bisogno, atteso che ventisette annuivano.
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Il mio nome fu noto a tutte le genti non pure, che a quanti sono i principi, gl'imperatori e re della terra. Locch, se pu dirsi assurda e vana jattanza, giova per lo meno a comprovare che, ove pur fossero spregevoli, una per una, le cose che mi risguardano, l'insieme loro per altro, di sprezzo non gi, ma pu essere meritevole d'estimazione. Ora vedesti, o vedrai combinarsi nello stesso individuo esercizio d'impieghi e di cariche; cimento di pericoli e di viaggi; commissioni offerte; amicizia di principi, conoscenza di cose parecchie, alcune delle quali trascendenti e straordinarie; prodigj nella cura degl'infermi, e nel predire cose che il fatto avverava; finalmente la scorta e veggenza di uno spirito, e la penetrazione della luce (76).
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Aggiungi l'avere appartenuto a tre collegi, a quelli cio di Milano, Pavia e Roma, ed il non aver mai richiesto non che prezzolato alcuno degli ottenuti onori; tranne che necessit mi costrinse, anzi che m'invogliasse ambizione, a chiedere la cattedra di Bologna, una volta, e l'altra d'aver posto nel collegio di Milano. In Bologna per il senato mi accordava spontaneo quella onorevole cittadinanza; ed al collegio di Milano fui piuttosto acclamato che ammesso; poich di pieno consentimento sul declinare di agosto nel 1539. Tutto ci non di meno conchiudo, ripetendo, essere cosa generalmente meschina per gli uomini gli onori; dico per, sull'argomento in discorso, che, sebbene i da me ottenuti non fossero d'altro tenore, n degni, per conseguenza, d'altro nome, ne ho tuttavia conseguito alquanti non solo, ma pi di quanti sperava. Or dunque rivolgiamo il ragionamento ai disonori.
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Capo 33.
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Dei disonori, del come vi avessero parte i sogni, e di una rondinella nell'arma gentilizia.
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Dietro quanto premisi nel capo antecedente, la ragione dei disonori vuol essere interpretata in tutt'altra maniera che non quella degli onori. Se vedemmo infatti essere libero a chicchessia il fuggire da questi, non  per n utile n dicevole ad alcuno il sofferire l'infamia: essendo egualmente vieto e volgare che dalla sperienza comprovato il proverbio, che dice, la tolleranza delle antiche ingiurie allettare alle nuove (77). Imperocch, se le sopporti, sarai assalito come neghittoso e dappoco, e ti getteranno sempre a terra. Qui non occorre far discorso della fanciullezza, come di quella che non  suscettiva d'infamia. Il che se non fosse, mi starebbe sempre in pronto, ad evasione dell'argomento, la sentenza d'Orazio, rispetto ai figli, quali educa il padre; ch'egli, cio, mi fu ajo incorrottissimo e vigilante su quanti avessi maestri d'intorno (78).
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Chiunque pertanto sopporta i disonori, e l'infamia, soggiace, come dissi da principio, a quanti sono i danni, quali vedemmo dall'onore generarsi; ed anche a maggiori di questi, specialmente allorquando il disdoro si riferisce alle donne, od abbia rapporti col sesso. Essendo per doppio il genere, s dell'onore che del disdoro,  pestifera la fortuna e condizione di coloro, nei quali sta l'onore a fior di pelle, mentre il di dentro  putrido e guasto dalla turpe ignominia. Hanno ad essi rispetto gli stolti e la plebe; ma li abborre chiunque non  volgo, e l'insolenza ne fa scherno. Quellino all'opposto, l'interno dei quali si sente onorato, e che sono tuttavia spregevoli al di fuori, hanno per lo meno in sicuro la vita, e l'avranno pure tranquilla, semprech sappiano e possano starsi contenti ai propri destini.
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Chi poi si trova nullo, abbietto, e non d'altro che di spregio ribocca di dentro e di fuori,  da pareggiarsi ai nostri facchini e villani, come a quelli che vivono, sinch soggetti ad un principe giusto, e se la passano anche discretamente, massime riunendosi fra di loro in socievole comunanza. Chi  finalmente onorato, s nell'esteriore che nell'interno,  quello appunto, cui risparmiano meno degli altri la calunnia, le imputazioni e le private insidie. Per li assicura il giudizio del pubblico; non essendo chi l'odio del pubblico non paventi, e non creda esposta persino la vita nell'offendere il giusto.
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Trovandomi a Bologna, mentre si pattuiva per quella condotta, furono certuni che da me si recarono di notte tempo, chiedendo, a nome dei giudici non pure che dei senatori, perch dichiarassi, con testimonianza della mia firma, che in forza del diritto, s civile che pontificio, dovesse assolversi una donna, gi condannata qual rea d'empiet e di veneficio, voglio dire d'incantesimi; appoggiando siffatto giudizio alla ragione dei filosofi, come a quella che non ammette l'esistenza del diavolo. In altra occasione si usava meco nell'eguale maniera; onde indurmi a che sciolta volessi dalla carcere una seconda fattucchiera; contro la quale per altro non avevano ancora pronunziato sentenza i giudici; quasi dovesse questa escusarsi, perch morto l'ammaliato in mano di medici stranieri.
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Mi si adducevano inoltre delle fedi natalizie a fascio, affinch ne cavassi gli oroscopi; usando cos meco in guisa come, non gi professore di medicina, ma fossi un indovino, un negromante. Per quanti per furono che siffattamente mi tentavano, sprecarono la fatica, e ne ritrassero cattiva riputazione. Prima di tali avvenimenti, m'innoltrava nell'anno duodecimo, quando, scaricandosi per me un fucile, carico di polvere, il turacciolo di carta colpiva di ferita la moglie di un professore di musica, donna onesta e bennata: e ne fui rimunerato con s aspra e soda ceffata che mi rovesciava supino al suolo.
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Fu poco brillante il successo della contesa, cui sostenni a Milano, perch superiore alle mie forze, allorch la intrapresi. Dir anzi essere stata una specie di violenza, che mi si usava da certi medici, quella che m'indusse a pattovire condizioni vergognose col collegio: ma da queste fui poscia disciolto nell'anno 1536, o 37 che fosse, quando venni pienamente integrato su questo particolare.
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Nell'anno 1536, contando fra le mie pratiche la casa de' Borromei, verso il crepuscolo d'una mattina mi apparisce in sogno una serpe di straordinaria grandezza, non senza timore di esserne morto. Di l a poco viene un valletto ad annunziarmi, che sollecito fossi a visitare il figlio del conte Camillo Borromeo, illustre gentiluomo e dei principali della citt. Vado, e trovo il fanciullo (poich d'anni settenario) giacente per malattia di apparentemente poca entit, sebbene intermettesse costantemente il polso ad ogni quarta battuta. Come sta? chiedeva la contessa Corona, madre del giacente.
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Rispondo, la febbre non sembrare gagliarda; per che la continua sospensione del polso ad ogni quarta pulsazione mi lasciasse temere di cosa, di cui non sapeva difinire. Imperocch mi era tuttavia straniero quanto scrisse Galeno intorno ai presagi da inferirsi dal polso. Procedendo, per altro, nello stesso tenore tutte le circostanze della malattia, sino alla terza giornata, volgeva in pensiero di prescrivere il turbito con un medicamento, cui dicono diarob, affinch lo si desse da prendere a bocconcini. Era gi scritta la ricetta, e gi partiva il messo per la spezieria, quando mi ricorre alla mente il sogno; e dico fra me: Che dovesse il giovinetto morire in conseguenza dell'avutone indizio? E si  trovato nei libri comparsi dappoi che lo doveva nel fatto.
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Cotesti medici, proseguiva, mi sono tanto avversi, che ne incolperanno, per certo, il rimedio. Su questo sospetto richiamo il messo, il quale non era che a tre o quattro passi dalla porta; e, quasi mancasse al recipe alcunch, lo riprendo affine di aggiungere, diceva, ci che manca: ma, non tosto ripreso, lo straccio di soppiatto, e scrivo un'altra ordinazione di perle polverizzate coll'osso di liocorno e con pietre preziose.
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Presa e vomitata la polvere, pare agli astanti essere il fanciullo in cattivissimo stato, e si chiamano tre altri medici de' pi rinomati: uno di essi per meno avverso al curante che i due; come quello che mi era stato compagno nella cura del figlio dello Sfondrato (79). I sopracchiamati prendono ad esaminare il prescritto medicamento e, cosa vuoi? quantunque fossi odiosissimo a quei due, quasi non permettesse Iddio che tutto tutto quanto mirasse al mio sterminio, non solo collaudano tuttitr il rimedio, ma comandano perch non si decampi da quello, anzi di bel nuovo s'appresti: e questa circostanza mi fu salvezza. Ci  quanto apprendeva tornato a visitare sulla sera l'infermo.
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Richiamato sul primo albeggiare dell'indomane, riveggo il fanciullo pi aggravato che mai ed agli estremi. Prostrato e piangente il padre mi rampogna; ed ecco, diceva, cui non volevi ammalato (quasi ci asseverato avessi): non vogli almeno abbandonarlo sinch vita gli resta. Mentre prometteva di rimanere, m'accorgo due gentiluomini usare al conte forza, onde contenerlo; e di l a poco veggio com'ei tentava di svincolarsi da loro; e, sorgendo, sclamava; oh! se questi nol mi vietassero; e me incolpava del caso. Che pi? Certo  che, se avesse avuto effetto la prescrizione del diarob col turbito, per me non v'era scampo; giacch anche ci non istante furono s pertinaci ed agre le doglianze di finch visse il genitore, talch tutti mi sfuggivano; quasi avesse Canidia soffiato in me veleni pi ancora pestiferi di quelli delle serpi affricane (80). Ho per a tale prezzo evitata la morte, compensando altronde i danni dell'ignominia con altrettanto maggiore assiduit negli studi; cos che non ebbi finalmente a pentirmi di questo avvenimento.
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Non crederei che fortuiti fossero n il sogno dianzi premesso n i pi sopra mentovati: che anzi gli  agevole a riconoscere nei medesimi altrettanti avvisi, dei quali si valesse il Signore; non piacendogli abbandonare, cui gli era divoto nell'animo, alle miserie che gi troppe l'aspreggiavano. Perch poi riflettessi alla visione, della quale diceva poco fa, era motivo l'accordarsi della medesima coll'accidente, che tosto le sopravvenne. Imperocch nel campo di santa Maria del pavone (81) sorgeva una casa, di serpi effigiata la muraglia tutta quanta, poich venne rimestata la vipera colle antiche insegne de' Borromei.
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Anche a noi Cardani fu stemma, gi tempo, un guardingo rosso colle sue torri, frammezzo alle quali sorgeva una torricella di color nero, ed era bianco il campo circostante alla rocca. N altro che la torricella faceva che altri scernesse le nostre insegne da quelle dei Castiglioni; quando a rendere cospicuo il nome loro, sorgeva sublime un lione sul castello dei medesimi. Quindi  che l'imperatore aggiunse anche all'arme dei Cardani un'aquila nera (tranne il rostro) in campo giallo, coll'ali espanse in ampio giro; la qual aquila ora si rappresenta intera, ed ora bipartita la fronte.
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Cos alcuni dipingono in giallo, voglio dire dorato, s dell'aquila il campo e s quello della rocca; mentre, seguendo altri l'antica usanza, questo ritengono bianco, e colorano di croco il sovrastante, ove l'aquila campeggia dall'alto. Ora, quasi non pago di quanto accordavano i Cesari, avvertendo inoltre essere quasi impossibil cosa il raffigurare la variet dei colori sull'impronta del suggello, in quel giorno medesimo che mi vide arrestato, io pure aggiunsi allo stemma l'immagine di una rondine, appostata sotto l'intonacato di un porticale in guisa, che atteggiata la diresti al canto.
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Ei mi parve accordarsi la rondine, per diverse ragioni, coi modi e coll'indole a me particolari; poich n volgare, n pregiudizievole a chicchessia quest'uccello; presto ad accomunarsi coi poveri, anzi che averli a schifo; compagno assiduo degli uomini, senza famigliarizzarsi con alcuno di loro; pronto, secondo i tempi, a trasmigrare in altre contrade, ma reduce costante alle dianzi abbandonate; vago di nozze, anzi che solitario, rimunerante l'ospitalit con piacevole canto, ed insofferente di carceri e strette.
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Oltrecch solo fra gli augelli a ricuperare, acciecato, la vista, in tanta pochezza di corpo, esso nasconde pietruzze di rara belt, e non  cosa che tanto lo alletti, quanto la dolcezza del clima ed il calore.  poi s maravigliosa la di lui maestria nel fabbricarsi il nido, che, tranne Alcione, credo non sia chi la vinca in quanta  vasta la famiglia dei volatili. Nera qual ebano al di fuori, la rondinella  candida come neve sul ventre: il suo ritorno all'antico albergo  prova di ricordanza e gratitudine; non v'ha uccello, anche fra quelli di rapina, che guerra le muova, e non ve ne sarebbe alcuno cui bastasse l'animo, in questo caso, di raggiungerne o pareggiarne il volo. Ma riprendiamo il filo del racconto.
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Nella pieve di Sacco furono due le cure, che mi andarono a male: quella cio della Rigona, donna di rango e mia concittadina; la quale moriva in settima giornata, poich le aveva tratto sangue dal piede il giorno avanti: e l'altra di un uomo del volgo, e poverello anzi che no, il quale mor, se non erro, la notte medesima, che successe alla mia prescrizione di non so quale medicamento. Credo fosse cagione del mal successo d'ammendue il trovarmi tuttora digiuno, a quell'epoca, dall'avere osservate le malattie, onde quelli giacevano.
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Ma fu tanta l'ignominia, che me ne tornava, che poco pi ci voleva perch mi gettasse nella massima rovina, essendo gi ridotte all'ultima ristrettezza le cose mie, s private che pubbliche. Non dico della cattiva riuscita nel caso del Vignani; perciocch non fu caso di morte: bench non si facesse il Vignani scrupolo d'abbandonarmi, a malgrado che tornati, per opera mia, in salute altri nove individui della stessa famiglia. Ad ogni modo non sarebbero che tre gli accidenti, nei quali errava in cinquantun'anni di pratica medicina: e non rist dall'imputarmeli; quantunque non me ne desse l'esempio Galeno; forse perch i di lui errori furono tanti, che non vi sarebbe stato luogo a discolpa, ove se ne fosse di per s accusato.
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Non ho mai sofferto alcun pubblico disdoro; e di quante se ne sparsero voci, pi di tutto in Milano e Bologna, non fu per mai chi se ne facesse mallevadore: sono anzi d'avviso che le or ora nominate citt sieno conoscenti e grate al loro concittadino. Non posso dire lo stesso di Pavia; quantunque dovesse questa reputarmi suo cittadino vero, per la nascita non pure, che pel lungo soggiorno e per l'acquistata magione. Ma siccome a risolvere alcune infermit giova la febbre, la quale insegnava gi Ipocrate, negli aforismi, liberare talora gl'infermi dal male, cos allor quando mi sopraggiunse la prigionia, cui provocavano tanti clamori e tante scelleratezze, ammutirono quelli e queste cessarono, in guisa che pi quasi non trapelava scintilla degli attizzati sospetti.
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Essendo agevole il quindi argomentare a che giunga l'invidia, potrei quivi rivolgermi ai medici, e chiedere, in che mai li offendessi o fossi loro molesto. Voglio per starmi contento al riflettere, come avessero appunto fine i vituperi e le ignominie, quando e dove pi si nutriva speranza che dovessero incominciare. Con che tralascio il favellare pi oltre di cavilli e nequizie, che oggi mai sono d'obbrobrio piuttosto alle donne che agli uomini. Quali furono di fatto la celebrit ed il successo di quel dialogo simulato, che girava per Bologna, sotto nome di Melanfrone, volendo alludere ad una sapienza tenebrosa e nera? Era s male conceputa la ciancerulla, e fu s male partorita, che appariva manifesto, non essere n bianco n scuro il sapere di chi fu padre a quella sconciatura; talch l'onta costrinse gli stessi autori, perch si adoperassero a disperderne persino la memoria.
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Ora, tornando alla patria, questa mi discacciava dallo spedale di sant'Ambrogio, del quale non ritraeva che da sette a otto scudi d'oro l'anno per la cura di quegl'infermi: locch avvenne, se ben mi ricordo, nell'anno mio trentesimo sesto. Gi nel ventinovesimo aveva cessato la mia condotta nella terra, o borgo di Caravaggio; la quale non mi riportava ottanta scudi, e fatiche m'imponeva da basto. Per buona fortuna era gi venuto a patti con que' di Magenta; bench fosse quivi minore di circa venticinque scudi la mercede, sul torno cio di cinquantacinque. Il perch, non prima sonava l'ultim'ora del tempo convenuto a Caravaggio, che di l mi sottrassi: altrimenti vi sarei morto di consunzione, anzi che vecchio diventarvi.
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In quell'anno medesimo usarono meco alcuni amici, perch mi arrendessi a fare il medico in Bassano: ma per ci non accettai che non mi si proferivano se non cento zecchini d'onorario; quantunque si trattasse di una comune fra le distinte nella provincia di Padova. Ma la pi bella  stata l'oblazione di Cesare Rincio, medico fra i primi della nostra citt; il quale proponeva di vendermi per dodici, credo, scudi all'anno, alla cura degl'infermi di certa qual villa del novarese, distante cinquanta miglia da Milano. Non pi dunque maraviglia che preferissi la pieve di Sacco, e vi dimorassi oltre lo spazio di cinque anni, quantunque non ne ritraessi alcuno stipendio (82). So di due Giampietri, un Pocobello a Monia, e l'Albuzio a Gallarate; i quali accumularono un patrimonio, con circa venti zecchini d'onorario. Il che pu riuscire a coloro, pei quali  incentivo al prender moglie la speranza di ereditare: quantunque non riuscisse a nissuno dei due mentovati or ora il menar altra moglie; come quellino dai quali non si dipartiva, morendo, la prima.
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Capo 34.
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Dei maestri avuti.
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Primo ad informarmi, colla famigliarit di un amico (in cos tenera et, che poteva essere la mia, di nove anni all'incirca), delle rudimenta dell'aritmetica, e di non so quali n d'onde per esse pescati arcani,  stato mio padre medesimo. Poco pi tardi, quando gli era divisamento l'addestrare, con ogni sforzo d'arte, in me la memoria, e pi tenace renderla nel far tesoro delle cose apparate, quantunque non fosse in me attitudine alcuna per la memoria artifiziale, lo stesso genitore mi fu maestro dell'astrologia degli Arabi. Poich giunsi all'anno dodicesimo, esso imprese ad instruirmi ne' primi sei libri d'Euclide: incominciando per a d'ora in poi non darsi pi cura di quelle cose insegnarmi, ad apprendere le quali foss'egli d'avviso, essere io suscettivo per me stesso.
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Fin qui delle cognizioni o discipline che appresi o acquistai senza n soccorso delle scuole ordinarie, n conoscenza dell'idioma latino.
Gi quasi compiuto il vigesimo anno, mi recava agli studj di Pavia; dove, sul declinare del ventunesimo, disputava gi sotto il Corti, che, sebbene professore primario di medicina, si compiacque non pertanto accordarmi l'onore, cui non avrei neppure osato sperare, di averlo cio oppositore nelle argomentazioni. In filosofia fui anche uditore del Branda Porro, non che di Francesco Teggi novarese; alle cui lezioni per non ho assistito che di quando in quando. Nell'anno 1544 era scolare a Padova del Corti, un'altra volta, e del Memoria in medicina, come anche spettatore a Gerolamo Accorombone, che ivi esercitava gli allievi nella parte cui dicono pratica. Tra i professori di quella universit ho conosciuto, a quell'epoca, Toseto Momo e lo Spagnuolo, filosofo d'altissima fama.
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Capo 35.
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Degli scolari e degli allievi.
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Siede alla cima di tutti, nella serie del tempo, Ambrogio Bigioggero; uomo ingegnoso ed audace, che divent ammiraglio di un bastimento raguseo. Viene secondo Lodovico Ferrario di Bologna; il quale fu professore delle matematiche, tanto in Milano quanto in patria, e di abilit non ordinaria in tali scienze. Segue terzo Giambattista Boscone, che fu referendario del senato, essendo imperatore Carlo V. Il quarto  Gasparo Cardano, nipote di un altro Gasparo, che mi  fratello cugino; e questi fu medico, anzi profess pubblicamente medicina in Roma. Fabrizio Bozzi, che serv nelle milizie torinesi, quantunque lo si reputasse di Milano,  il quinto: sesto Giuseppe Amato, secretario del nostro proconsole: settimo Cristoforo Sacco, il quale divenne pubblico notaro; ed ottavo Ercole Visconti, giovine lepido e geniale, che si dilettava di musica.
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Succedono a questi, come nono e decimo, il pavese Benedetto Cattaneo, che si dedic alla giurisprudenza, ed il molto erudito, non che di musica ed arti amatore, Giampaolo Eufomia. Lodovico Selvatico, il quale si dedic alla medicina e, mentre scrivo, la pratica in Roma,  l'undecimo. Decimo secondo, Giulio Pozzi bolognese; il solo che ricusasse di comparire in giudizio contro di me. Terzo decimo, Camillo Zanolino, pure di Bologna, professore di musica e pubblico notajo; oltrech di maniere gentili e costumate quanto mai. Decimo quarto ed ultimo, il calabrese Ottavio Pizzo, che si trova ora meco.
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Quellino fra questi, ai quali accorderei la palma, sono il secondo, il quarto e l'undecimo. I primi due per erano da morte rapiti, non senza torto all'et; poich d'anni quarantaquattro il secondo, e, non ancora entrato nel quadragesimo, il quarto.
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Ove modi non serbi,  raro a cui
L'et non manchi, e giunga la vecchiezza.
Di quanto piace abbiti pur vaghezza,
Tranne del troppo aver piaciuto altrui (83).
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Capo 36.
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Dei testamenti.
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Dei testamenti ne feci pure assai fino a questo giorno, in cui siamo alle calende di ottobre del 1576. Dopo quelli di Milano, fatti col mezzo di Bartolommeo Sormani, Gerolamo Amati e Crivelli Giangiacomo, i pi recenti furono i rogati a Bologna da Jacopo Machelli e Tommaso Barbieri. Non dir d'altri codicilli; giacch sto presso a risolvermi ad un altro testamento; e credo sar l'ultimo definitivo.
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La somma di tutti si , qualmente amerei, se lecito fosse, che le mie facolt e sostanze, passassero in retaggio ai figli: ma fu s perverso il contegno del solo che mi sopravanza; talch preferisco perch mi succeda il nipote, cui mi lasciava il figlio primogenito. Desidero in secondo luogo, che i miei successori debbano rimanere, quanto pi si potr, sotto tutela; e ci per alcuni motivi a me noti.  terza mia brama, che i beni soggiacciano a fede commesso; che, venendo la mancare la mia prosapia, debba il patrimonio passare per intiero agli agnati; e che vi passi a perpetuit e, per quanto sar possibile, senza pi contestazioni.
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La quarta cosa cui vagheggio , che i miei libri sieno corretti, poscia promulgati colle stampe; affinch prestino all'uman genere quel servigio, a cui li destinava il mio pensamento. Intendo, per quinto, che, nella indicata mancanza di quellino di mia stirpe, la casa, cui posseggo in Bologna, sia ceduta in propriet del collegio addetto alla famiglia dei Cardani, e che, anche non appartenendo a questa, gli eredi ne portino tuttavia il nome. Non dico del sesto articolo, come di quello che potrebbe andar soggetto a variazioni, secondo l'opportunit.
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Capo 37.
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Di alcune meravigliose prerogative naturali, e fra queste dei sogni.
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Il primo criterio , indicante anomala, per cos dire, in me la natura, fu il nascere coi capegli gi lunghi, oltrech neri, crespi ed arruffati: poich circostanza questa che, se non del miracolo, ha dello strano certamente; se aggiungi massime quell'altra del comparire, cui feci, al mondo pi morto che vivo (84).
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A questo primo segnale successe nell'anno quarto, e dur quasi oltre al settimo, il secondo. Nel quale frattempo era comando, siccome dissi (85), del genitore, perch non sorgessi da letto, se non trascorsa la terza ora del giorno. Quindi  che le poche ore, dal momento in che mi abbandonava il sonno sino a quello dell'alzarmi, eran'ore per me deliziose: come quelle che mi rappresentavano lo spettacolo il pi giocondo che mai. N in quegli anni pass una sola mattina in cui aspettarlo dovessi, o ne fosse defraudata l'aspettazione; che anzi era quasi un sol punto lo svegliarmi ed il godere di quella vista. Perciocch vedeva diverse immagini di quasi corpi aerei, alla formazione dei quali concorreva una congerie di minutissime anella, non dissimili dalle maglie di ferro, delle quali osserviamo talora tessuti gli usberghi de' nostri uomini d'arme: e s che ancora non erano stati per me osservati a quell'epoca n usberghi n maglie. Coteste immagini sorgevano una dopo l'altra senza interruzione dal basso della lettiera; ove, dall'angolo destro movendo, salivano lente e lente ripiegavano in semicerchio, per cos discendere a manca e sotto quell'angolo seppellirsi o sottrarsi allo sguardo.
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Era quindi pi sovente una processione, anzich una prospettiva, ora di case o castelli, o d'uomini ed animali diversi; un giorno, di cavalli montati o no da cavalieri; un'altro, d'erbe o di piante o di cento guise vestimenta; oppure di spettacoli e spettatori, e massime di trombe sonanti all'aspetto: giacch la scena era muta e non udiva l'orecchio n voce n suono. Altre volte comparivano soldati, popoli, campi, e forme di oggetti non prima veduti; e foreste o boschi, e tanta copia di cose che non mi  possibile rammemorarle: bens che, se talora s'affollavano molti oggetti, non per ne risultava mescolanza o confusione; ma solo pareva che l'uno l'altro incalzasse a pi rapido corso. Tutto appariva diafano; con tale per trasparenza che n sembrassero vani e quasi non esistenti gli oggetti, n, facendo essi fede all'occhio di loro presenza, lo impedissero di penetrarli a traverso e mirare pi in l: essendo per cos dire trasparenti ed opachi nello stesso tempo i corpi rappresentati.
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Non potrei esprimere con parole n quanto mi arrecasse diletto cotesto spettacolo, n quanta prestassi attenzione a cosiffatti prodigi. Trovandomi un giorno assorto in tal guisa, la sorella di mia madre mi chiese: Or che miri? Alla quale inchiesta, sebbene fanciullo, immaginai meco stesso che ove palesato avessi quale che pur si fosse della gioja e dell'estasi la causa, poteva questa non andare a grado, ed essere per conseguente interdetta la festa. Conciossiache, oltre il detto poc'anzi, trattavasi anche di molti e bei fiori e quadrupedi ed uccelli d'ogni maniera, e tutti effigiati a maraviglia; comech vi mancasse il colore soltanto, e non fosse che aria la sostanza, Io pertanto, cui s da giovine che da vecchio fu sempre straniero il mentire, stetti s lungamente in forse, prima della risposta, che la zia mi prevenne, replicando: A che vai dunque s attentamente guardando, figliuol mio? Al che non mi sovviene; se rispondessi e cosa, ma credo nissuna.
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La terza e la quarta prerogativa sono le gi indicate (86), rispetto al quasi non mai riscaldarmi dalle ginocchia in gi che non fosse imminente l'aurora, e che poscia prorompesse, dormendo, un sudore assai caldo e copioso da tutta la persona.
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La quinta, nella serie del tempo,  la visione, che mi fu quasi abituale, di un gallo rosso non meno le penne che la cresta e le barbettine sotto mento. Anche dormendo aspettava, e temeva nello stesso tempo, che dal suo becco sortissero accenti umani, come non andava guari tempo che succedeva. Sebbene vedessi questo gallo centinaja di volte, e quasi altrettante lo udissi parlare, non so tuttavia ricordarmi di cosa dicesse, neppure una volta; bens che le sue parole furono quasi costantemente minaccevoli.
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Le suddette apparizioni cessarono a misura che m'innoltrava nell'et pubere; quando subentrarono altre due singolarit, le quali mi rimasero costanti: ed anche al giorno d'oggi persevera s l'una che l'altra. Voglio dire che, ogni qual volta ho ridotto a compimento alcun tema, e fatto copia dello scritto agli amici, non  raro che mi avvenga l'una delle due. O che alzando gli occhi al cielo veggio la luna, e da senno la veggio a me rivolta e di fronte; siccome dissi allorquando esposi la ragione di questo fenomeno (87). O che, portandomi l'accidente frammezzo a qualche rissa, non  mai che la zuffa diventi sanguinosa, o ne sorta ferito, comunque, alcuno dei combattenti.
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Del che fatto scorto, n pi oramai fortuita reputando la cosa, per le tante volte che ora la fortuna ora il caso mi porse occasione di osservarla, tolsi ad avvisatamente immischiarmi nei tafferugli e ne' tumulti: e neppure allora fu mai chi sangue spandesse, o ne riportasse offesa la persona. Ho poi anche osservato che, recatomi, nella detta circostanza, con altri alla caccia, non venne mai ferita n dalle freccie, ne dai cani, alcuna fiera: e, quantunque intervenissi pi infrequente che no a siffatte comitive, il detto privilegio mi fu per altro fedele, ogni qual volta mi arresi a cacciare di brigata. E, trovandomi nel caso in discorso la sola volta che i cani ghermirono un lepre, non prima fu questo sottratto ai denti del predatore, che lo si riscontrava illeso: e grande fu di ci maraviglia ne' circostanti, che meco seguivano il principe Istone a Vigevano. Vero bens che fecero eccezione a tale privativa i casi di pubblico supplizio; come non ho mai preteso arrogarmela quando fosse questione di cavar sangue a bello studio. Dir anzi di un caso, nel quale fu non so chi da suoi nemici assalito, gettato a terra e messo, dopo alcuni colpi, a morte sotto l'arcale del duomo di Milano: e che sopravvenni mentre, gridando a soccorso il percosso, uno degli assalitori gli di un altro colpo, e quindi seguiva i compagni, per cui non saprei se, me presente, recasse ferita quell'ultimo colpo.
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L'ottava prerogativa , che n fui mai presto ad alcunch, n abbracciai qualunque si prestasse occasione, tranne allor quando pareva non darsi pi rimedio, perch accadesse altrimenti. Il che, per verit, sembra consentaneo alla natura. Se per badi ai modi, alla somma frequenza, e potrei dire perseveranza del fenomeno, vedrai cosa che n pu stimarsi, n farsi altrui credere naturale. Cos anche la visione del gallo nei sogni era naturale; ma l'averlo veduto cos di spesso, e sempre della stessa forma e colle stesse maniere, ha (non v' che dire) del portentoso. Se, giuocando ai dadi senza trufferie, arrischi a chi fa tre assi una gran somma o qualche affare d'importanza, finch riesce il primo e diamo anche il secondo colpo la cosa  in natura, n vi sar per cui farne le meraviglie: ma se continui a tirare la terza e quarta volta, e sempre vincendo, moverai certamente sospetto in chiunque ha fior di senno. Or d lo stesso del non sortire mai effetto per me alcuna cosa, e del mai non arridermi l'occasione al conseguimento, se non quando gi deplorata ogni speranza, in maniera da non potersi ad altro attribuire il successo, fuorch al divino volere. Su di che riferir due casi, appariscenti quanto basta, perch servano di prova.
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Decorreva l'anno della redenzione 1552, ed era di estate, quando usava recarmi tutti i giorni alla casa di Antonio Vimercato, patrizio della nostra citt, e consumarne gran parte al giuoco degli scacchi. La scommessa era da un reale sino a tre, talora di quattro, per ogni partita: cosicch, sortendone quasi costantemente vincitore, me ne ritornava pi ricco di ora pi ora poco meno di uno zecchino di guadagno, e senza non mai. Quindi  che le spese della guerra erano tutte a carico e piacere del Vimercato, ed erano per me tanto il combattimento, quanto i frutti della vittoria. Ma il troppo vincere m'aveva invilito, e reso talmente scioperato nel resto che per alcuni mesi, oltre un intiero biennio, io pi non aveva risguardo n agli studi, n all'esercizio della professione, come neppure alla stima del pubblico ed all'aprirmi altre fonti di guadagno; mentre quello del giuoco non bastava impedire che le mie faccende si trovassero alla peggio.
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Un giorno finalmente (era sul finire d'agosto), sia perch stanco il compagno, e spiacente oramai delle continue perdite, sia perch reputasse in me quasi pi dritto che fortuna il sempre vincere, si determin a non voler pi battersi meco. E, comech temesse non fossi per quando mai rimuoverlo dal suo divisamento, importunandolo di ragioni, di giuramenti e di scongiuri, costrinse me stesso a promettere, giurando, che pi non mi avrebbe ricondotto a casa sua la partita degli scacchi. Promisi per tanto, chiamando a mallevadori della promessa quanti sono gli Dei: e quello fu l'ultimo giorno, per me, di simili tresche, siccome fu il primo a tutto quanto consacrarmi agli studj.
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Ed ecco non prima sopraggiunge l'ottobre che, soppresse dalla guerra le scuole di Pavia, e tutti cacciatine i maestri a Pisa, il senato mi offre di professare in Milano (88). La quale offerta, siccome inaspettata, cos di miglior grado l'accettai, esibendosi; poich non mi allontanava dalla citt nativa, dove io non aveva sino allora insegnato che le matematiche, dichiarandole soltanto ne' giorni di festa. Che del resto sarebbe stata per me ricusata quale che pur si fosse condizione, sia che ammettesse competitori alla scelta, o che mi chiamasse altrove. Nel qual ultimo caso avrei dovuto rinunziare ai proventi giornalieri della citt, sottopormi al disagio di via trasportare le suppellettili, i congiunti, i famigliari, ed esporre la riputazione in terra straniera.
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Or mentre per questo stesso motivo esitava arrendermi, l'anno dopo, a cosa che mi obbligava dilungarmi da Milano, la notte prima, che il senato mandasse chi doveva estorquere a che fossi per finalmente appigliarmi, precipitava da capo a fondo la casa; non rimanendo in piedi se non la stanza, ove mi giaceva dormendo: e fu sorte che vi giacessero anche i figliuoli e la moglie. Fui quindi costretto aderire a ci, cui non avrei mai fatto spontaneo, come non avrei mai potuto altrimenti aderirvi senza taccia: e ne stupirono quanti, ai quali fu conta la cosa.
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Ora piacemi raccontare un altro fatto, quantunque di genere diverso; giacch degli esempli del primo ribocca tutta quanta la vita. Stava tuttavia travagliandomi, e m'avea travagliato pi volte alla disperazione, l'empiema spurio, del quale ho fatto altrove parola (89). Mi ricorre finalmente al pensiero di aver letto, fra le scritture collettizie di mio padre, qualmente chiunque, inoltrando alla Vergine preci d'intercessione presso il divin Figlio, affine di ottenere alcunch di lecito ed onesto, supplicasse piegato sui ginocchi, ed aggiungesse alle preghiere tanto l'orazione domenicale, quanto il saluto angelico di Maria, avrebbe conseguita la cosa pregata; purch la prece avesse luogo la mattina del venticinque marzo alle ore otto. Postomi quindi alla guardia del giorno e dell'ora, e fatta (poich giunsero queste) la preghiera, tal quale diceva, sentii subito un qualche alleggiamento del male; bench non me ne trovassi affatto libero che nel d del successivo Corpus Domini.
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Memore del benefizio, ho poi pregato, molto dopo, altre volte, onde implorare ugual grazia rispetto alla podagra: tanto pi che risguardano precisamente alla podagra i due casi riferiti nelle cronache di mio padre; che lasciava scritto, ambidue quegl'infermi essere guariti perfettamente in conseguenza. Il che siccome avvenne a me pure, cos credo avere giovato anche in ci la preghiera dell'Annunziata (90); quantunque, onde guarirmi della gotta, non trascurassi ricorrere ai presidj dell'arte.
In prova di quanto si manifestassero prodigiose le mie prerogative, rispetto al figlio primogenito, sono per dire di quattro casi che ad esso lui si riferiscono. Il primo ne risguarda il battesimo; il secondo ebbe luogo nell'anno, che fu l'ultimo di sua vita; come accadde nell'ora in cui esso confessava il delitto, cui scont colla morte, il terzo; e l'ultimo dur dal giorno in cui fu posto in prigione, sino al punto in che spirava.
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Nato il figlio nel decimoquarto giorno di maggio del 1534, essendo forte in me temenza che fosse per mancare di vita, nel sedicesimo, che ricorreva in domenica, lo feci levare al sacro fonte in casa, tra l'ora quinta e la sesta del mattino; quando gi rifulgea di chiarissima luce la stanza. Tranne il nuovonato ed un servo, facevamo cerchio tutti quanti alla puerpera, secondo l'usanza; e, rimossa dal vano del balcone, la cortina penzolava in s raccolta e rasente il muro di presso. Quand'ecco penetrare per la finestra un grosso calabrone, che s'aggira e ronza intorno al bambino; sinch, dopo averne fatto palpitare, quanti eravamo, che potesse recargli offesa, quello se ne allontana senza toccarlo; ma urta poco dopo e s'intrica nella cortina con tale rombazzo che ne parve averne lacero il timpano dell'udito. Accorriamo tutti alla finestra; ma, per cercar che si faccia, non si trova pi nulla: e niuno comprendeva in che modo potesse il calabrone partire, come tutti sospettavano fosse per accadere alcun sinistro; bench nessuno lo sospettasse cos tremendo che fu, pur troppo, il successo.
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Nell'anno della morte, il figlio aveva da me ricevuto in dono un abito nuovo di seta, quale usano vestire i medici; ed, essendo giorno di domenica, s'avviava cos vestito a porta Tosa. Cost, passando esso davanti ad un pizziccagnolo, e stando fuori della bottega secondo il costume un branco di porci, uno di questi sorge dal fango, s'avventa contro il figlio, e lo sospinge, lo insucida ed infarda per guisa, che n il servo n i bottegai n i vicini e n le stesse picche, onde questi s'avevano armati, bastarono a cacciare il sozzo animale. N se ne staccava il ribaldo, se nol vinceva stanchezza ed impotenza di pi oltre inseguire chi solo nella fuga trov salvamento. E parve a tutti prodigioso l'accidente. Ritorna maninconioso qual non soleva il figlio, mi racconta ogni cosa, e domanda: Che pensi dover io aspettarmi da tanto? Alla qual domanda rispondo, che si guardasse dal farsi, vivendo, imitatore di chi lo aveva siffattamente offeso; perch, ove ci facesse, gli sarebbe toccato assomigliarlo pure morendo. Ma tale ricordo pareva soverchio ad un giovine, che, tranne i vizj del giuoco e della gola, era di costumi altronde intemerati e di ottimo cuore.
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Appena incominciato l'anno successivo, poich sui primi di febbrajo, quando l'ufficio della cattedra mi riteneva di pi fermo in Pavia, un giorno, in che stava osservandomi a caso le mani, scorgo verso la radice del dito annulare della destra certa qual traccia sanguigna, effigiata sulle forme di una spada; e n'ebbi tosto raccapriccio e spavento. Che vuoi? Nella medesima sera m'arriva uno staffiere del genero, messo ed apportatore per lui di lettere, le quali annunziano preso il figlio, e pregano quindi onde mi rechi sollecito a Milano; dove mi avviava nel d prossimo a venire. Intanto la macchia di spada e di sangue prosegu per cinquantaquattro giorni a pi sempre arrossare, non che a salire dalla radice verso l'apice del dito; e ne appariva s vivo il colore, poich del dito attinse la cima, talch pareva pi fiamma che sangue. Quantunque lontano dal quindi augurare quanto gran male stasse imminente per accadere, mi sentiva tuttavia compreso da terrore; senza che n sapessi renderne ragione a me stesso, n a qual consiglio appigliarmi, e n cosa dire o pensare. - A mezzo il corso di quella notte medesima il figlio cadde sotto la scure. Nella mattina seguente la macchia smarriva e, fra la seconda e terza, dileguava del tutto.
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Prima di ci e dopo circa una ventina di giorni di carcere, o su quel torno, mentre attendeva agli studi nella mia libreria, mi ferisce l'orecchio una cantilena, come d'uomo che si confessi: ed era fioca, gemebonda e, quasi ad ogni accento, cadente la voce. Mi si apre, dilania e convelle, in quell'istante, il cuore; il furore mi spinge dalla biblioteca nel cortile: dove si trovavano presenti alcuni dei Pallavicini, presso i quali aveva appigionata la casa, e ben sapendo quanto recassi danno alla causa del figlio, in caso ch'ei non avesse confessato il delitto, e molto pi se ne fosse innocente, sclamo: "Ohim! che, saputa morta la moglie, il figlio ha confessato in questo momento, e sar condannato al patibolo, e lo percuoter la mannaja". E, preso di subito il ferrajuolo, corro alla piazza; quasi a mezzo la strada m'incontra il genero tutto mesto, e dice: Ove ten vai? Dubito, rispondo, che, fatto consapevole dell'accaduto, abbia il figliuolo confessata ogni cosa. Ed egli: Pur troppo il facea, e non sono che pochi momenti. Sopraggiunge intanto il da me commesso a sotto mano spiare quanto accadeva, e tutto conferma, narrando la serie del fatto.
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Tra le circostanze, alla mia natura particolari, deggio ricordare come le mie carni olezzassero alcun poco di zolfo, d'incenso e non saprei dire di che altro. I quali odori furono pi che mai pronunziati all'et di trenta anni; quando mi tenne una delle pi gravi tra le sofferte infermit. Allorch anzi risanai, erano specialmente le braccia, onde pi grave sentivasi lo zolfo; e fu allora che incominciai anche a soffrir di prudore. Ma tutti cotesti sintomi svanirono all'avvicinarsi della vecchiaia.
L'ultima singolarit si  che, ogni qualvolta mi dedicassi agli studi, libero da cure non solo ma s eziandio col soccorso dei maestri, non era mai caso che giungessi a comprendere n Archimede n Tolomeo. Ora m, che gi tanto inoltrata  l'et, non ostante un'interruzione di forse trent'anni da quegli studj, ed a malgrado che dagli affari sopraffatto e dalle cure impedito, intendo benissimo, e senza che nessuno m'ajuti, s l'uno che l'altro scrittore.
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Dei sogni.
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Non sembrer egli degno d'ammirazione, rispetto ai sogni, che ne fosse dal successo comprovata, sopra ogni credere, la verit? Non voglio tuttavia che accennarne una minima parte; giacch sarebbe vano il dilungarmi nella storia di tutti: ed  perci che mi limito ai pi appariscenti, e che pi manifestamente si riferiscono a cose importanti e manifestissime. Tale quello che m'apparve sul fare di non so qual giorno dell'anno 1534, di quell'anno, in cui non era per anco di me stabilito che mi fossi o dovessi diventare; mentre andavano gi tutte a precipizio le cose mie.
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Sognai pertanto, comecch movessi, correndo, verso le falde di un monte, il quale mi sorgieva di manca, e che meco vi accorresse una quantit innumerabile di persone, di qualunque stato, sesso ed et: voglio dire uomini, donne, vecchi, giovani, fanciulli, poverelli, ricchi e di mille guise vestiti. Fattomi ad interrogare, a che mai tutti corressimo, uno dei tanti rispose: Alla morte. Mosso da cotal detto a spavento, e trovandomi sulla sinistra, come diceva, la montagna, mi rivolsi, onde averla sulla destra: e, poich fui presso a salire, m'accorsi come dalla met del monte sino al sito in che mi trovava, eravi copia di viti; rivestite per di aride frondi, senza un grappolo d'uva, e ben lungi dal pareggiare la vista cui fanno s lieta in autunno le nostre vigne.
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Affaticai anzi che no coi primi passi, che mossi lunghesso le falde; poich scabro verso la radice il monte o scabri, per dir meglio, i colli, che ne formano il piede. Superati questi, era pi agevole alquanto la salita verso l'erta: se non che, avendola gi quasi attinta, e mentre andava pi oltre spingendomi la voglia impetuosa, m'avveggo trovarmi frammezzo a scogli nudi, scoscesi e dirupati; onde non and guari che precipitassi nell'abisso tenebroso di una profonda voragine. E s forte mi comprese lo spavento che, sebbene trascorsi dappoi quarant'anni, tuttavia, ogni qualvolta penso a cotesto sogno, esso mi rattrista e rabbrividisce. Diedi volta pertanto a destra; ove bench altro non iscoprissi, oltre un campo ricoperto di tamarisco, ivi mi avviava non di meno la paura; e procedendo, ignaro s del cammino s della parte, ove esso fosse per guidarmi, trovomi finalmente sul limitare di una capanna contesta di paglia, vimini e canne. E qui, mentre m'accorgo avere stretto fra le braccia un fanciullo di circa dodici anni, e lui ricoprire una stola cenerognola, mi abbandonano insieme il sogno ed il sonno.
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Ora gli  manifesto come questo sogno mi presagisse un nome immortale, fatiche interminabili ed immense, prigiona, timori grandissimi, incomoda e come fra le selci ogni dimora e penuria di tutto (poich povera d'alberi e d'altre utili produzioni la visione); per contante, effeminata e sempre uguale a s stessa la vita. Fu dunque il sogno, che nella vigna, la quale non  mai anno in che non produca vendemmia, insegnavami eterna sopravvivere ad ogni cosa la gloria. Credo poi fosse d'augurio assai pi fausto il fanciullo, s'ei raffigurava essermi guida uno spirito buono, che non quando avessi dovuto riferirlo al nipote. Cos la capanna, posta in mezzo a quella solitudine, mi confortava sperare tranquillit; come lo spavento ed il precipizio potrebbero avere indicato il caso del figlio, che pagava di morte l'aver preso moglie. Che accadesse la qual cosa  ingiusto il solo pensarlo: eppure accadeva in Milano.
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Non molto lontano dal surriferito succedeva un altro sogno, nel quale mi stava (comech spoglio della corporea salma) spirito nudo, solingo e vagabondo nel cielo della luna. E mentre chiedeva, per cosa e come ci fosse, ascolto la voce di mio padre, in quedste parole: "Io sono quel desso, cui Dio ha destinato per tua custodia. Qui tutto  pieno di anime, che tu per altro non ravvisi, come non vedi neppur me, che ti parlo; mentre con quelle altre non potresti n tampoco abboccarti. In questo cielo resterai per sette mill'anni, ed altrettanti, ogni volta, passando a ciascheduna delle orbite successive, una dopo l'altra, sino all'ottava, dalla quale giungerai al regno di Dio". Le quali parole furono per me interpretate nel modo che segue.
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Il tutelare mio spirito  l'anima stessa del padre. Qual mai pi amico e gradito bramarne? Alla Luna riferisco la grammatica; l'aritmetica e la geometria a Mercurio; a Venere la musica, la scienza delle predizioni e la poesia; la morale al Sole; a Giove la fisica; a Marte la medicina; l'agricoltura, la botanica e le altre discipline di minor valore a Saturno; e rimangono finalmente nell'orbita ottava il rispigolare in ogni sapere, massime nelle cose naturali, e gli altri studi, se ve ne sono. Ora tutto questo non era per me neppure avvertito, bench mi dichiarassi analogamente nelle mie opere, quando le ripartiva in sette maniere di problemi (91); ai quali non rimane se non che il tempo li compia e divolghi.
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Altre volte mi sembrava usasse meco vezzi e carezze un giovinetto, e teneva per fermo di conoscerlo, dormendo; bench mai non sapessi di lui ricordarmi, vegliando. So che interrogatolo una volta chi fosse, e d'onde provenisse, rispose con gravit: Stephanus Dames. Il senso delle quali parole non pu nell'idioma latino dichiararsi per quello che le medesime suonano affatto diverso in idioma straniero. Al che avendo pi volte riflettuto, credo che nel greco la prima di queste voci dinoti corona e la seconda significhi met, o stato di mezzo (92).
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Fu pure un sogno, che mi significava qual tenore di vita fossi per menare un giorno in Roma. Il quale sogno mi appariva nel giorno decimoterzo del mese di Gennajo dell'anno 1558, in Milano; dove me ne stava inattivo d'ogni pubblico impiego. Ed  che mi vidi come trasportato in una citt molto adorna e copiosa di palagi: fra i quali era una casa d'oro, all'aspetto; e ne ho poi veduta la somigliantissima in Roma. Parevami essere giorno di festa, e trovarmi tuttavia solitario per quelle strade, sapendo nello stesso tempo aver meco il famiglio e la mula, ma dividermi da loro la casa dorata; come quella dal cui di dietro mi giungeva del famiglio la voce. Accorrendo quindi alcuni pochi sulla via, la curiosit mi spinse a chiederli, premuroso, qual fosse il nome di quella citt: e mentre non era chi dei richiesti si curasse n punto n poco di soddisfare alla dimanda, una vecchia mi disse, la citt chiamarsi bacchetta.
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Il qual vocabolo corrisponde alla verga dei latini, cui anche sferza dicevano gli antichi: ed  quella onde soglionsi battere per castigo i fanciulli; siccome ne abbiamo testimonianza in Giovenale; quando avvisa essere stato accorto egli pure nel sottrarvi la mano (93). Quindi  che non pago della risposta, io me n'andava tuttavia sollecito, cercando chi pur mi fosse cortese del bramato nome; dicendo fra me, quello della vecchia non essere il vero, bens una barbara voce, onde l'Italia non aveva mai udito denominare alcuna di sue citt. Alla qual obbiezione, quasi ascoltata l'avesse, la vecchia soggiunse, nella stessa citt essere cinque palagi; e, poich le risposi averne contati pi di venti, quella replicava: Eppure non sono che cinque. Dopo di che, cercando e non trovando n il servo n la mula, mi destai.
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Ora non saprei che altro con sicurezza rilevare intorno a quest'apparizione, tranne ch'ella riferivasi manifestamente a Roma, e che non sono meno evidenti su questo proposito il senso e l'applicazione della parola bacchetta. Vi fu chi applic il medesimo soprannome a Napoli, o perch fosse quistione di soggetti ed occasioni turbolenti, o forse per divina inspirazione.
Trovandomi a Pavia nell'estate dell'anno 1557, un altro sogno m'avvertiva come giacesse infermo il minore de' miei figli; e tanto m'incuteva timore un tale avviso del pericolo non fosse questi per morire, che mi destava in istato di svenimento. Or chi pensi mi richiamasse in quello stesso momento all'uso dei sensi? La servente che, accorsa, grida: Su presto che, se mal non m'appongo, Aldo sta per morire. Cos'ha? domanda la risposta; ed ella: Torse gli occhi, e non parla. M'alzo; corro dal malato; gli fo inghiottire una polvere di perle e pietre preziose, alle quali era molta in me fidanza; il fanciullo rece; replico la dose; quello pi non rece, ma dorme, suda ed  guarito in tre giorni.
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Ora di siffatti prodigi non sono meritevoli se non coloro, dei quali  norma la piet nelle opere, ferma in Dio la fede, prudente il consiglio e salutare il fine. Imperocch non accorda il cielo altrettanto, se non a que' provvidi padri di famiglia, i quali sanno cogliere le utili occasioni; a chi ha egualmente cura del corpo che dello spirito, poich dal corpo inseparabile; ed a chi ben scerne, fra i medici argomenti, quali sieno i meglio addatti al caso. Muove a riso e non  che uno scempio indovino di professione colui, cui pare basti far ci che altri fanno, e crede riducibili a disciplina le scienze, come nel sono, gli esempli: n poteva essere che un miserabile chi os propormi un impresa di questa fatta.
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Ometto a bello studio parecchi altri sogni, che oltre ogni credere mi occorsero maravigliosi; e faccio fine, coi sogni, alle non meno sorprendenti e peregrine qualit, ed ai ritrovamenti e pensieri di vario genere, che mi furono particolari. Rispetto alle circostanze, dir cos, del momento, le pi rilevanti furono quattro; ed, avendone riferite gi tre nei capi antecedenti (la caduta nel mare, il precipizio della casa e la condotta di Magenta), riserbo ad altro luogo (94) la quarta; voglio dire il fatto veramente ammirabile della brettina.
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Siccome non posso a meno di riconoscere in tutte queste cose la mano soccorrevole di Dio, cos avverto che s'ingannerebbe a partito non solo, ma ne riporterebbe leggermente assai danno, chiunque avvisasse poter servire altrui di norma e legge le vicende, le cose maravigliose, i sogni, ed i momenti che m'intervennero. Che andrebbero errati coloro eziandio, ai quali piacesse ascrivermi a merito cosiffatte singolarit,  conseguenza dello averle gi dichiarate largizioni di Dio, cui certamente non istringe alcun debito, perch sia cortese n di queste n d'altro a chicchessia, e molto meno a me.
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Se poi si dilunga dal vero, e non poco travia, chi le medesime attribuisce alle fatiche, alla perspicacia, ed alle cure in ci riposte (poich n bastevoli queste ad una sola produrre fra migliaja delle cose onde si ragiona), sarebbe iniquo il pensamento di chi le prosumesse da me non per altro immaginate, od anco eseguite, se non per vana bramosia di fama. E tanto pi lo sarebbe in chi, vago di fama sapendomi, sa poi anche di quanto alieno mi sia dal cosiffattamente prezzolarla. Ma, quando pure mi si credesse innestato e naturale alcun raggio di virt, che mai potrebbe invogliarmi a contaminarla di favole, finzioni o fanfalucche, sapendo non darsi di virt scintilla, che non emani dal cielo?
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Capo 38.
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Di cinque prerogative, delle quali mi sono giovato.
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Sin qui ho di me ragionato come d'uomo non dagli altri dissimile, anzi talora minore in alcune doti, che sono retaggio della natura, o dall'educazione acquistate. Ora imprendo a ragionare di quanto v'ha di stravagante o maraviglioso nella mia natura medesima: ed  tanto pi sorprendente che lo sento, e ne sono a me consapevole, ma non posso mai dir cosa sia. Essermi altronde inerente un certo non so che, me ne fanno fede il sentirne la presenza non pure che il vederne gli effetti, e questi aver luogo non quando a me piace, ma quando giova o conviene. A tali effetti appartiene quanto mi occorre di trascendente la sfera di mie facolt.
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Della prima fralle prerogative in discorso m'accorsi volgendo al suo termine l'anno 1526, od incominciando il successivo, cos che non manc tempo a farmene sicuro; essendo gi trascorsi nove lustri, dappoich si appalesava la cosa. Ed  che dalla parte, ove fosse chi di me ragionasse, sentiva entrarmi con istrepito alcunch nell'orecchio. Se ci di che si ragionava mi tornasse a vantaggio, lo attestava l'entrata per l'orecchio destro: che se fosse a manca la parte, ove si teneva ragionamento, ci non impediva perch l'avviso penetrasse non di meno all'orecchio suddetto, e regolare, come all'ordinario, vi destasse romore. Imperocch, dato il caso che fosse contenzioso il discorso, l'altronde ordinato romoro diventava rombazzo formidabile. Quando il parlare tendeva al male, qualunque fosse il provvenimento, lo strepito giungeva sempre diritto per punto e per filo dal medesimo, ed affettava costantemente l'orecchia sinistra, qualunque fosse quella che desse adito al messaggiero; essendo che il mal romore m'entrava per tutte le parti del capo.
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Riescendo la quistione ad improspero fine, accadde sovente che, sul declinare od anche gi finito lo strepito a manca, esso infuriasse di bel nuovo con istrana e discorde moltitudine di suoni. Cos non era infrequente che, accadendo la contesa nella citt per me abitata, non prima finisse il frastuono, che vedessi pararmisi d'avanti chi mi chiamasse, o fosse apportatore di non saprei cosa per commissione dei quistionanti. Quando poi la quistione avvenisse in sito lontano e desse occasione a messaggi, se il tempo computavi, cui vi si voleva per deliberare, imprendere il cammino ed arrivare, trovavi coincidere appuntino col fatto il romore dell'orecchio, ed essersi, dir cos, eseguita la sentenza nelle forme. Cotesto privilegio non dur che sino all'anno 1568: succedendo al qual anno la nota congiura (95), e non ricevendone il consueto avviso, m'accorsi e maravigliai come cessasse ad un tratto la prerogativa in discorso.
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Pochi anni dopo, vale a dire otto circa dal manifestarsi della precedente facolt, credo nel 1534, cominciai a vedere in sogno quanto fosse per accadermi fra non molto. Se la cosa era per succedere nel giorno medesimo, ne aveva chiarissima e senza uopo d'interpretazioni l'apparizione, appena spuntato il sole. Cos ho veduto come andava essere posta in giudizio, indi mercanteggiata, poi condannata la mia causa col collegio; e che mi sarebbe stata conferita la carica di professore a Bologna. Questa prerogativa dur trentatr anni all'incirca, poich cessava un anno prima che la precedente: e ne fui privo nello stesso tempo che lo fui del mio Paolo (96); che nell'anno 1567 si dipartiva dal novero degli altri miei camerata.
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La terza  una lucidezza di mente, la quale incominci coll'anno 1529 all'incirca, e and mano mano rendendosi pi limpida sempre, avendo anche per me contribuito ad accrescerne il chiarore; quantunque non prima riescissi a perfezionarla che sul declinare dell'anno settuagesimo terzo, tra la fine d'agosto ed il principio di settembre del 1574. Dir anzi che non la ridussi a tutta perfezione che nel corrente 1575; o che ora per lo meno mi pare avervela ridotta. Ed  questa una dote, che non solo mi rimane fedele, ma che mi tien luogo delle due precedenti, e largamente ne compensa l'abbandono: come quella della quale son certo che non mi abbandoner giammai, e che tanto mi giova s nel guardarmi dagli emuli, s nel provvedere ogni qualvolta incalza o preme necessit.
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N d'altro finalmente si tratta, fuorch di saper combinare la sperienza colla luce, che tutti circonda e rischiara; essendo che da questa artificiosa mischianza risulta l'acume o lo splendore in discorso. Cos non v'ha dubbio, una tale prerogativa, oltre che giocondissima in s medesima, essere anche di molto maggior prezzo che non l'insieme delle due summentovate, sia nel conciliare autorit o procacciare guadagni, sia nell'esercizio degl'impieghi e nella consolidazione degli studi. Essa infatti non distrae n da questi, n dalle cure ordinarie, n dall'usare cogli uomini: ma rende gli uomini presti ad ogni cosa; guida ed illumina la penna degli scrittori nelle opere loro, e pareggia, o per lo meno avvicina da presso, lo scopo finale della stessa natura umana; poich tutte in un tutto rappresenta e raccoglie le cose, che a quel fine conducono. Se non dunque divina,  questa certo la pi perfetta fra le opere dei mortali.
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Del quarto privilegio accenno solamente come si rendesse palese nell'anno 1522, durasse costante sino al 1570, o 73, e credo mi fosse accordato per necessit di conforto in tanti disastri. Esso incominciava, di fatto, quando recuperai la sanit, essendo gi perduta ogni speranza di vita: n prima fui salvo che il bisogno compresi di raffermarmi nella fede in Dio; come compresi di appartenergli tutto quanto, egli essere tutto per me, n mai dover io far cosa che fosse men degna di tanto. Che se alcuno mi chiede, perch a pochi soltanto, e non a tutti,  data la stessa veggenza, o non tutti veggono altrettanto, rispondo essere comune a parecchi l'egual perspicacia, e ravvisarsi chiaro da molti ci che appare tenebroso ad altri. Se poi a' tuoi occhi sembrasse tutt'altro che prova di beneficenza od amore la morte s crudele del figlio, mi far io a domandarti: Pensi tu eterna poter essere dell'uomo la vita? Se nol pu, e non  chi viva immortale, di che vuoi che mi lagni? Della crudelt di sua morte?  sempre acerbo il morire: n v' forse angoscia di morte che pareggi l'angoscia del dovere lungamente aspettarla, ed essere certi che non manca giammai.
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La quinta particolarit, la quale dur non interrotta neppur essa, e continua tuttavia, si  che mai non mi trassi di risico n mi ridussi, nelle disavventure, a salvamento, se non quando la cosa era gi disperata; come non caddi mai ne' pericoli e nelle sciagure, se non quando parea m'arridesse la sorte pi che mai. E tutta la mia vita fu come in mezzo alla tempesta naviglio, che ora dalla cima dei cavalloni precipita e s'inabissa nell'imo dei vortici ondosi, ora dall"abisso di questi  sospinto sin dove i flutti contrastano colle nubi. Quante volte non ho compianta meco stesso la tanto ingiuriosa fortuna di mia condizione, perch tutto mi tornasse a rovescio ed, anzi che mai confortarmi della speranza il sorriso, mi fosse ogni speranza preclusa?
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E, mentre affaticava inutilmente il pensiero, senza mai conseguire l'intento, semprech immaginassi ripieghi onde salvarmi, od anche per solamente ordinare a mio grado le cose, tutto invece cambiava d'aspetto fra qualche mese, ogni qualvolta mi abbandonassi al destino, e non ponessi n fatica n mente a per me cangiarne il tenore: Quindi  che il maggior numero delle vicende che mi occorsero e le pi appariscenti furono meno l'effetto del volere o del fare che di cotesto quinto privilegio, e fu s copioso il numero di tali effetti che sarebbe vergogna indicarlo. Dir invece che il frequente succedersi delle contrarie alternative, le quali dissi costituire la prerogativa in discorso, fu anche frequente motivo perch andasse tutto quanto a precipizio.
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Capo 39.
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Della erudizione e come acquistata e coltivata.
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Se io mi sappia qualche cosa, o non sia in me che la mostra di sapere, lascio che altri ne giudichi. Dico per che non ho mai apparata grammatica, n delle lingue la greca, n la francese o la spagnuola, quasi non sapendo come di tutte queste acquistassi la pratica. Cos non ho mai conosciuto alcuna delle regole di rettorica, n dell'ottica i precetti, n la meccanica dei pesi, allo studio dei quali non fu mai che applicassi. Sarei stato forse vago dell'astronomia, se non me ne distoglieva la difficolt di questa scienza. Ho invece applicato alla musica, e quantunque senza punto riuscita nell'esecuzione, credo non dover dire lo stesso rispetto al conoscerne la teorica. Della geografia poi, dell'etica, della giurisprudenza, della teologia, e di quella filosofia, che solo consiste nel disputarsi, non me ne sono dato cura n punto n poco; siccome di scienze tutte straniere al mio proposito, e che tanta parte abbracciano del sapere, perch ciascheduna occupi tutta e richiegga la mente non pure che la vita dell'uomo. Vero bens che neppure mi diedi alle arti e scienze malvagie, perniciose o disutili, come la chiromanzia (97), l'arte del manipolare veleni e la chimica; delle quali ho pertanto negletta l'instruzione.
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Cos non mi curai di quella fra le magie, la quale si occupa d'incantesimi e, fuori chiamando spiriti od anime, usa coi demoni e coi morti. Se non per la stessa ragione, ho per trascurato eziandio la cognizione delle fisionomie, come quella che richiede lunghissimo studio e tempo e gran forza di memoria ed acutezza di sensi; forza ed acume, onde credo mi fosse avara la natura. Rispetto alle utili o commendevoli discipline, l'avvertito poc'anzi difetto nella memoria mi rese negligente nell'acquistar conoscenza delle piante, come dell'anatomia l'orrore che dessa inspira, e dell'agricoltura il saperla pi bisognosa di braccia che non di dottrina. Al compor versi non fui presto che ove li reputassi necessari; quindi  che assai poco mi occupava la poesia. Cosa  dunque ci, a cui non ho forse posto mente n tampoco, e di cui tanti mi decantano conoscitore? Bench penso muoverli a questo l'obbliqua tendenza, di quindi rintuzzare la riputazione che mi sono acquistata in medicina; ben sapendo i maligni essere volgatissima la sentenza che dice, tanto minore a ciascheduna l'attenzione, quanto maggiore il numero delle cose alle quali si attende (98).
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Ho coltivato l'astrologia, quella massime che insegna presagire gli avvenimenti: e ne fui pi caldo coltivatore che forse non dovessi; giacch non decampai dal tutto ad essa commettermi, quand'anche sapessi per esperienza non ritornarmene che danno. Per lo contrario non feci alcun conto, anzi che occuparmi, dell'astrologia naturale; n prima la conobbi che gi innoltrato nel quindicesimo lustro, vale a dire or tre anni. Studiai a fondo e di proposito la geometria, l'aritmetica, la medicina teoretica e pratica, pi ancora di queste la dialettica, e la magia naturale (99): quella specialmente che indaga le propriet e le rassomiglianze dei corpi, e dichiara le ragioni delle medesime, come sarebbe del mantenersi, o dipendere dall'elettro il calore innato.
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Aggiungi, se credi poterlo annoverare fra le scienze, il giuoco degli scacchi. Non dico dell'esercizio nell'idioma latino ed in alcuni altri; e solo ripeto avere con assiduit non minore applicato alla teorica della musica; I miei studi non si estesero n alla nautica n all'arte militare; dalla quale (prescindendo se la si debba fra le utili discipline annoverare) mi trattennero le molte sue difficolt: come l'incontrarne anche, nello studio dell'architettura fu motivo che neppure a questa mi dedicassi. D lo stesso di alcune semiscienze, pari a quella del conoscere come si compongano, si usino e si debbano interpretare i geroglifici. Non ho finalmente pratica della chirurga; quantunque attegnente al campo di mia professione. Se dunque, passando in rassegna le scienze pi cospicue, le ti risultassero trentasei di numero, vedresti non essere che dieci quelle che posseggo, e me troveresti straniero affatto nelle altre ventisei, come in quelle alle quali non ho applicato n punto n poco.
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Sono alcuni d'avviso estendersi d'avvantaggio, e meglio raffermarsi la conoscenza e perizia delle arti e scienze, con certa qual maestria nel farne acquisto e tesoro. Giovano infatti assaissimo a tale proposito la meditazione profonda e costante, lo studiare i rapporti vicendevoli delle cognizioni e delle cose fra loro, ed il vicendevolmente fra loro combinarle, s tosto che apprese a dovere. Importa inoltre che ottimi sieno i principj, e non dettati n dalla smania di contraddire, come ne abbiamo in Galeno la prova, n rilassati e talvolta falsi, tal altra immaginari, quali osserviamo in Plotino. Aggiungi, poich di soccorso importantissimo allo scopo, la fermezza e precisione de' giudizi, l'et provetta, il contegno silenzioso (100) e l'esercitarsi nelle cinque maniere, delle quali non rileva, dopo tante altre volte, il far quivi di bel nuovo menzione. In cotesti avvertimenti credo l'amore del vero mi fosse dritto a talora dipartirmi alcun poco (non per s lungi che altri pretendono) dal comune pensamento.
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Alle dieci, che dissi pi sopra di possedere, debbo aggiungere un'altra conoscenza: ed  che sono versato in parecchie storie; le quali quand'anche non facessero parte, per s stesse, di alcuna disciplina o scienza, tuttavia i fatti, che vi si raccontano, contribuiscono pi che altri non crede a rendere dignitoso ed ornato il ragionamento. E della storia tolsi a far cenno in appendice, atteso che, richiedendosi grand'agio di tempo al di lei studio, ed essendo gi s breve la vita e piena di guai, per non dire dei tanti altri ostacoli al coltivare lo spirito, mi premeva esortare chiunque si abbatter in questo scritto, perch non si dedichi a troppe cose, ma stia piuttosto contento a poche studiarne, per quindi poter essere pi assiduo e diligente con queste.
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Il pi sta nella scelta: e qui esorto a preferire sopra ogni altra scienza le utili alla societ e, pi di tutto, a noi stessi. N meno importa il prendere opportunamente le mosse, che lo evitare, nel progedire, i salti e l'aver cura di non mai perdere di vista le connessioni delle cose. Non sia poi mai cui la noja o la presunzione invogli trascurare gli antichi, per ci solo che vieto il saper loro, giovando sempre il conoscerne i pensamenti, onde cimentarli al paragone coi nuovi, ed ai migliori attenersi.
Sia che t'infiammi vaghezza di gloria o speranza di utilit, cui fossi per trarre da tuoi studj, avrai pi tosto e facilmente l'intento, semprech ti doni ad uno soltanto, e che a perfezione riduci una bench unica opera, che non se ti commetti a mille dei primi e mille di queste imprendi, senza neppur una ridurne a compimento..

Saepius in libro memoratur Persius uno,
Quam levis in tota Marsus Amazonide (101).
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Del che fanno sicura fede il successo e la fama dei grandi scrittori, e massime d'Orazio, che s brillante conseguiva tanto l'una quanto l'altra, la merc di un sol libro, di non somma importanza per verit, ma del pi forbito lavoro, e di rara eccellenza. E ben istarebbe a quel poeta il gloriarsi oggigiorno di quando cantava:
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"Di me gran parte vivere
Deve immortal; Proserpina
L'attende in van: non tutto morir.
Ai pi remoti posteri
N'andr famoso, e crescere
Le lodi mie cogli anni ognor vedr:
Finch vedrassi tacita
Salire al campidoglio
Col sacerdote la vestal, vivr (102).
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E gi da secoli non  pi trascinata la vergine agli altari di Giove capitolino; mentre dura e germoglia tuttavia fioritissima d'Orazio la fama. Potrei dunque lusingarmi non dovesse arrestarsi ed affogare neppure la mia negli stagni letei, ed essere anzi per sopravvivere io stesso n miei scritti (103); poich aumentai di forse dieci parti l'aritmetica, e non lievi arrecai emolumenti alla medicina.
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Egli  altronde proprio del saggio il tosto affrettarsi alle divisate imprese: al che si richiede copia straordinaria di lettura, e perci la capacit, sarei per dire, a divorare il pi grosso volume in tre giorni. E qui  pure mestieri d'accorgimento, sia nel saltare a pi pari le cose pi trite o di minore utilit, sia nel marcare di opportuno ricordo i passi pi oscuri od inestricabili, aspettando che l'occasione vi sparga luce, anzi che ostinarsi a senza costrutto interpretarli.
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Ne' miei ragionamenti soglio prendere le mosse, del successivo, da ci stesso con che terminava l'antecedente: nella qual pratica non faccio che seguire le tracce lasciate da' pi rinomati scrittori. Il ragionamento poi vuol essere nitido, elegante, connesso, regolato, senza mai emanciparsi dalla propriet dell'usato idioma, e tessuto in modo l'insieme, che tutte le di lui parti, non che il senso, vengano dedotti da un principio medesimo. Le scienze astratte, come l'aritmetica e la geometria, mirano all'infinito, e non ammettono quindi n ornamenti n limiti: altre invece, come l'astronomia e la giurisprudenza, soffrono assai meno di essere accresciute, che divise in parti ed ornate.
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Capo 40.
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Della felicit nel curare ammalati.
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1. Caso. Il fatto cui sono per narrare accadde nell'estate dell'anno 1533 o 34 che fosse; quando stringevami la pi intima famigliarit con Donato Lanza, per che gli avesse giovato assaissimo la mia cura in un emofloe, che da pi anni faceva di lui aspro governo. Avendo l'amico per conseguente inculcato pi volte al senatore Sfondrato, intimo segretario di Cesare, perch si giovasse pur egli dell'assistenza mia nelle convulsioni (di quelle altronde frequenti ne' fanciulli), alle quali soggiaceva il di lui figlio primogenito; ed essendo questi gi tutto storpio non pure che di sensi privo, ed oramai ridotto a tale che paresse pi morto che vivo, bench poi risanasse (alquanto per scemo di mente), avvenne che fosse preso da febbre il di lui fratello minore, bambino di nove o dieci mesi.
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Ne aveva la cura Luca della Croce, amico strettissimo dello Sfondrato: comech legati ambidue per lunga intrinsichezza non pure che pei nuovi e non pochi benefizj e servigi scambievoli; essendo il Croce sopraintendente al Collegio e patrocinatore del collegio lo Sfondrato. Ora dappoi che, seguendo in ci lo stile dei medici, diede il curante buone speranze, continuando pur sempre la febbre acuta, sopraggiunsero a questa convulsioni fortissime; minacciando le quali evidente pericolo di morte, furono cagione perch altri si chiamasse a consiglio. Il Croce propose con officiosit di persuasioni Ambrogio Cavanago; e, memore di quanto gli diceva il Lanza, piacque allo Sfondrato che fossi terzo fra i consultanti.
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Ci raccogliamo adunque tutti e tre sulla seconda ora del giorno intorno al picciolo ammalato, presente il di lui padre. Sapendo non questi essere uomo da prendersi a gabbo, fu spedito e breve anzi che no, quantunque sincero ed erudito, il curante nelle cose da lui premesse, toccanti la malattia. Poich a queste non soggiungeva nulla il Cavanago, siccome quello cui toccasse a parlare per ultimo, Signori, dissi, badate che il male del bambino  un opistotono. Stup a queste parole il protofisico (104), offeso quasi da chi mirasse ad aggirarlo ed imporgli con vocaboli oscuri e peregrini.
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Se non che fu presto a togliere di mezzo tal sospetto il Croce, dicendo a quell'altro: Il collega intende a dire, contrazione dei nervi posteriori. Certamente, rispondo; anzi vengo a dimostrarvelo; e, ci detto, feci sorreggere il fanciullo, che tutta e forte si vide inclinare la testa verso le schiene. Locch volendosi dagli altri medici attribuire a debolezza; come a quella che abbandonasse pendolo il capo alla forza del proprio peso: Fate m, dissi, di piegarlo in avanti, ma fate pian piano. Ad ottener la qual cosa poich non valse n arte n forza di replicati esperimenti, rimasero tutti compresi di maraviglia, e pi di tutti attonito il padre.
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Parlando allora il Croce, imprese con un vello (105); voglio dire con voce forse meno calzante ad incominciare un discorso che a stuzzicare altrui, cominciandolo; e disse: "Non v' il simile a don Girolamo in conoscere malattie". Ma, uguale sempre a s medesimo, lo Sfondrato accolse tali accenti nel senso per essi espresso, e soggiunse, volgendosi a me: Poich dunque la malattia conoscete, vi sar egli rimedio? Su di che tacendo gli altri due, io per non guastare con vane promesse l'onore acquistato poc'anzi, mi rivolsi ai colleghi dicendo: Voi certo sapete cosa insegna nel caso Ippocrate: febbrem convulsioni (106); e recitai l'aforismo.
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Il Croce intanto, come quello che non disperava ricuperare, col tempo, l'antica benivoglienza del senatore, quand'anche il di lui figlio tornasse per altrui cura in sanit; e comech non amasse, in caso di morte, far sembianza di avere anzi tempo invidiata la gloria del competitore, pens miglior partito il non corrucciarsi meco, e l'affettare moderatezza. Il perch propose di cedermi quella pratica, e tutte commettere alle mie cure l'assistenza del bambino. Il protomedico acconsentiva; e ben comprendeva s l'uno che l'altro non farsi luogo per essi ad altra pi lode sperare oramai dal contendere meco, e convenire assai meglio perch stessero contenti a quella, che loro poteva ridondare da un modesto contegno.
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Reso padrone della cura, ordino embrocazioni su tutto il corpo, e doverselo blandamente fomentare con pannilini, intrisi d'olio di lino e di glgli, non che trattare con ogni maggiore dolcezza, finch l'infermo avesse incominciato ad erigere spontaneo il capo. Vieto qualunque uso di carni alla nutrice, ogni bevanda od alimento, al fanciullo, che latte non fosse, anche di questo inculcando parsimonia, e faccio s che abbia stanza la culla in luogo temperatamente caldo, che non si rimuova da esso il giacente, che dolce la si dimeni e senza mai posa, finch il dimenare lo inviti a placido sonno.
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Appena sortiti gli altri medici, rammento che lo Sfondrato mi disse: Questo bambino  tuo; giacch te lo cedo, quasi fosse a te figlio. Provvedi male a' suoi destini, risposi, dandogli un padre povero, ed un ricco togliendoli; ed egli: Volli dire che ne abbi cura, come di cosa tua, senza darti punto briga se fossero quegli altri (ed intendeva i medici) per averselo a male. Anzi bramo, replicai, che testimoni d'ogni cosa i colleghi sieno soccorrevoli al malato, ed a me cortesi dei lumi e consigli loro. Le quali risposte, ora di conforto e sicurezza, ora d'incertezza e timore, andava cos rimestando a bello studio, perch il padre comprendesse come n disperassi affatto, n troppo confidassi nel successo, e perch'ei mi sapesse pi modesto che perito e valente o, se valente, non per lo meno prosontuoso nell'esercizio della professione.
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Ad ogni modo il fanciullo risan, ed era compiutamente ristabilito in quattro giorni, fors'anche in grazia della calda stagione, e del trovarsi gi in quattordicesima giornata, quando fu commesso alle mie cure (107). Ci che pi dest le maraviglie fu appunto la guarigione in s breve spazio di giorni; dove che il maggior fratello era stato fuor d'ogni credere tribolato; a pura perdita di rimedj, per oltre sei mesi, e finalmente pi abbandonato semivivo che non guarito. Non credo altronde che dovesse fare al padre sorpresa, n che abbia conosciuto, siccome credo, la malattia, essendo ci naturale in chi ha pratica, n perch la riducessi a guarigione, come cosa da leggermente imputarsi al caso. Il fatto  che d'allora in poi lo Sfondrato mi ha sempre anteposto a qualunque altro; e sono persuaso essere di ci debitore all'esito felice non meno che ai modi ed alle circostanze, che accompagnarono questo accidente.
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Imperocch gli  troppo simile al vero qualmente non isfuggisse allo Sfondrato che, procuratore del collegio ed obbligato a trattarne gli affari, non poteva il della Croce se non essermi nemico ed emulo, tanto pi ch'ei non si fece punto scrupolo nel dire al Cavanago, in presenza del senatore, che, ove non si trovasse da necessit costretto, non gli sarebbe convenuto essermi largo di laude; poich soggiungeva esser turpe cosa l'encomiare cui era nemico il collegio. Era inoltre gi chiaro e palese a bastanza, non gi la dubbiosa condizione dei natali, bens l'invidia e l'emulazione farmi contrasto all'entrata in quel consesso.
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Quindi  che non prima si aggiunse a tanti guai la disavventura del tiglio, che pi non esit lo Sfondrato a far conta ogni cosa in Senato, e ad innoltrarne parole officiose tanto al proconsole della provincia, quanto ad altri ministri e cardinali, e persino al collegio medesimo. Il quale si determin finalmente a ricevermi; facendo forza una tal mediazione alle tante sentenze, alle convenzioni ed agli intrighi senza numero, che me ne avevano escluso per sempre.  pure la merc di tali offici che al ricevimento nel collegio si aggiunse il per me onorevole incarico di professare pubblicamente nell'accademia, oltre i doni de' quali fui rimunerato per questa cura; la quale mi conciliava la stima ed il favore di tutti.
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2. La cura, che successe pi davvicino all'or'ora descritta,  quella dello scozzese arcivescovo Hamilton, l'et del quale trovandosi allora di quarantadue anni, erano gi dieci, dacch'egli sofferiva d'asma (108). Dopo inutili prove di quanto valessero a guarirlo prima i medici del re di Francia, poi quellino dell'imperatore Carlo V, gli venne pensiero di me, cui trasmise per la prima volta dugento scudi, quali gi dissi, a Milano, perch mi trasferissi a Lione; quindi altri trecento, affine di proseguire il cammino sino a Parigi, ed anche in Iscozia, nel caso che le guerre gli fossero state ostacolo al farmisi, egli stesso, all'incontro sino in Francia.
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Fu pertanto in Iscozia che mi tradussi, quando vi trovai l'ammalato sotto cura di chi si regolava conforme alle ordinanze avute per ci da altri medici di Parigi. Siccome veniva ci nondimeno imputato a lui solo, perch la cura non procedesse a seconda, cos mi fu giuoco forza dichiarare del poco successo i motivi. N si tosto li dichiarai, che l'infermo se la prendeva contro il medico, e questi contro di me della importuna spiegazione: cos che, mentre l'uno mi faceva temere non fossi arrivato in mal punto, l'altro mi rimproverava perch giunto non fossi pi tosto. E mi fu persino malagurato e dannoso, perci che sprone a tale rimprovero, il pronto alleggiamento del male, subito che impresi a trattarlo.
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Le quali seccaggini siccome non lieve arrecavano disturbo, cos mi ridussero a chiedere commiato, cui ottenni a ritroso, e non prima che gi decorsi due mesi e mezzo dal giorno dell'arrivo; ma finalmente l'ottenni. Partendo lasciai tal consiglio alla direzione della cura consecutiva, perch ne fosse conseguenza, di l a due anni la guarigione; come ne fa testimonianza il certificato che ne ho poscia ottenuto (109). Fu anzi mandato un Michele, primo ciambellano, con copia e magnificenza di regali, onde invogliarmi ad essere medico stabile alla corte dell'arcivescovo: n per mi arresi all'invito. Questa chiamata gli cost mille ottocento monete d'oro, bench alla fine de' conti non me ne toccassero pi di mille quattrocento (110).
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3. Venendo alle cure fatte in patria, ho ridotto in sei mesi a guarigione da una lebbra biennale Francesco Gadi, altro fra i pi distinti e di rango elevati canonici lateranensi di Sant'Agostino. Ma non furono, diresti, conservati per le mie cure i giorni s di questo prelato che dell'arcivescovo di Scozia, tranne perch dovessero soccombere vittime delle fazioni; dalle quali ebbero ambedue violenta morte in capo a dieci anni, tanto  meschina la fortuna dei mortali.
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4. Mentre, dopo un decennio dalla ricuperata salute, i due precedenti perivano vittima, come dissi, della violenza, giaceva gi tredici anni confinata sopra una sedia, n aveva mai potuto muovere un passo, Marta Motta, che ho, posso dire, guarita in due anni di cura da cos fatta impotenza dell'estremit inferiori. Imperocch la ridussi a segno da camminare, quantunque a tronco piegato, e ricurva sul davanti; siccome son d'avviso non le verr mai fatto altrimenti sinch vita le resti. E la ho lasciata in tale stato ventitr anni dappoi finita la cura, quando mi dipartiva dalla patria.
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5. Guariva da una tisi polmonare Giulio Gatti: cos che in breve tempo ha potuto essere ajo del signore di Mantova; essendo questi nella sua pi tenera giovent.
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6. Salvai pure dall'etica il figlio di Astolfi Giammaria.
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7. E da un empiema un fiammingo per nome Adriano; che mi fu di ci conoscente a segno tale che dovetti ammirare i soccorsi e la benivoglienza onde egli mi era cortese, e desiderare assai volte uguali prove di gratitudine fra gl'Italiani.
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8. Viene in seguito Giampaolo Negroli, mercante conosciutissimo a tutta la citt; il quale, dopo avere sperimentato l'opera ed il valore dei pi rinomati fra i medici della medesima, fu da tutti abbandonato qual tisico incurabile. Di questo pure fu singolare, a mio riguardo, la successiva benivoglienza.
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9. Ma che dir del tavernajo Gasparo Rulla, il corpo del quale gi si trovava come ridotto alla condizione di un pezzo di muro, e tanto era impotente all'anche pi piccolo movimento ch'egli medesimo si rassegnava rimanere immobile per sempre? Eppure si ricuper non con altro avanzo di s gran morbo, tranne l'ostinatezza del torcicollo.
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10. Che poi se vi dicessi che in monte non mi periva pi di un malato sopra trecento, e mai neppur uno di febbre? E di ci  pur quanto attestano i registri mortuarj, quali si conservano dall'uffizio di sanit: non essendovi cittadino cui non sia notissima una tal pratica nel magistrato di questa citt. Il che valga giustificarmi di quando non potessi addurre uguali testimonianze pei casi che mi occorsero altrove, sia per mancanza di mezzi ed opportunit, o perch non sembri pi vanaglorioso che decente il farne inchiesta, e tanto pi che ben poco si curano i medici di simili cose (111).
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11. Fra quellino che mi chiamarono dall'universit di Pavia fu il duca di Sessa (112); il quale mi si attest grato con cento scudi d'oro, e con doni di stoffe di seta.
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12. Cos da Bologna chiamavami a Modena il cardinale Morone; il quale mi ebbe assai pi lesto e volonteroso alla chiamata, che non facile ai doni, ch'ei m'obblig non pertanto accettare; troppo essendo conscio a me stesso di quanto sopravanzasse tuttavia il mio debito a suoi passati benefizj. Ma siccome in cotesta missione mi assistevano compagni altri due, n poteva che tornarmi a vantaggio il consiglio loro, come quello di assai colti e distinti collaboratori, cos, amando non occuparmi, anzi non d'altro appagandomi, che di quanto appartiene a me solo, non mi arresto su questo particolare.
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E dico piuttosto che, raccogliendo in un tutto i casi di Milano, Bologna, e Roma, trovo per me ritornati alla sanit pi di cento infermi gi deplorati. N sia cui sorprenda la perizia e felicit nella cognizione, scelta ed amministrazione dei rimedj (113); giacch non poteva riuscire altrimente la cosa in chiunque fosse cos profondamente istruito, che lo fui, nell'arte di conoscere le malattie (114).
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La singolare capacit in quest'arte mi fece ardito e sicuro nel guarentire due cose al pubblico di Bologna. L'una, che avrei guarito qualunque ammalato si fosse commesso, gi sulle prime oppure in tempo debito, a miei consiglj; semprech la sua infermit non provvenisse da gravi cadute, ferite o colpi, e non da veleni, massime se ripetuti, n da fortissimo terrore o da consimili fra le cause cos dette occasionali (115); purch di mente sana e consapevole a s stesso il malato, non dianzi cagionevole alla maniera dei tisici, noti gi da qualche scirro viziato il fegato, n profondamente ulceroso qualche viscere o parte ugualmente importante, o da pietre di gran mole occupata la vessica; e purch finalmente non patisca di mal caduco il soggetto; ne sia di et maggiore ai settant'anni e non minore di sette.
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Delle quali cose avendo fatta menzione assai frequente ne' miei pronostici, debbo avvertire dell'errore ivi trascorso nello stabilire all'ultima condizione gli anni cinque; volendo pure scrivere sette. L'altra cosa cui prometteva (quantunque di questa mi riserbassi libero l'accettare o no la scommessa)  che, dovendo il malato perire, avrei prima determinato qual fosse per essere nel di lui corpo la causa della morte, e che, ingannandomi e comprovandosi dopo la morte l'errore, ne avrei fatto ammenda collo sborsare dieci volte tanto, quanto avessi gi ricevuto per la cura.
Da principio furono molti che per fermo tenevano, anzi andavan divolgando, qualmente m'avrebbono colto, e redarguito non pure che fatta scontare dell'errore la pena. E fu sotto auspici cosiffatti che si sbarrarono diversi cadaveri, quelli, fra agli altri, del senatore Orsi, del dottore Pellegrini e di Giorgio Ghislieri. Fra i quali era maraviglioso a vedersi confermato, nell'ultimo, il mio presagio, come quello che del male incolpava il fegato, bench le orine fossero di ottima qualit, e dichiarava illeso il ventricolo, cui tanto angustiavano e con tanta pertinacia i dolori. Dopo siffatti cimenti, non si ristava dal tuttavia replicarne occorrendo, per alla coperta; sinch finalmente, non essendosi mai dato il caso per cui riconvenirmi del minimo abbaglio, non si trov pi n chi affrontasse la scommessa, n chi si facesse consigliere altrui di affrontarla.
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13. Ripigliando il discorso delle cure felici di Bologna, vi ho ristabilito a maraviglia Vincenzo Torrioni, che giaceva da oltre un anno per la pi tormentosa coscialgia; la quale n mai gli concesse alzarsi da letto, ne mai trov rimedio che scemasse, non dir il male, ma che neppure arrecasse alcun sollievo ai dolori.
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14. Lo stesso avvenne, sotto le stesse circostanze, pi quelle del dovere imprendere la cura nel cuor dell'inverno alla moglie di un Claudio mercatante.
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15 e 16. A Roma poi coronava tal successo le due cure della nobil donna Clementina Massa e del giureconsulto Giovanni Cesare Buontempo, perch da lunga serie d'anni godano ambedue della vita che loro assicurai, dopo un biennio della pi calamitosa infermit, essendo essi gi ridotti agli estremi, e deluse le prove dei pi famosi fra i medici di cos famosa capitale.
Rapporto a Milano avrei dovuto avvertire qualmente si commettessero a me di preferenza gli Spagnuoli, che stavano a dimora in quella citt; siccome quelli ai quali diedi prove maravigliose della pratica la pi felice che mai. N ultima credo, fra queste prove, il non essersi mai potuto vantare nissuno comech gli fosse riuscito di guarire chi da me si dichiarava insanabile; mentre io ridonai la salute a tanti gi stati abbandonati come incurabili per altri.
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Che nelle arti non valga fortuna l'ho gi rilevato altre volte: n v' alcuno cui fosse quella per sembrare di qualche vantaggio al barbiere od al musico, perci che pi valente il primo nel radere i peli, e nel modulare la voce o percuotere le dita sui tasti del gravicembalo il secondo. Non v  dunque ragione, perch debba valere la fortuna in medicina (116). Come arte per va questa soggetta pi che le altre all'azzardo in tre circostanze particolari.
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La prima si  che il di lei subbietto non  altrettanto subordinato e palese ai sensi, quanto lo sono i capegli al parrucchiere o le scarpe al ciabattino. Il perch se ti abbatti in qualche malattia, che abbia profonde radici o sia complicata e moltiforme, non  l'imperizia dell'artefice che sar poco valente in recar giovamento. A quanto ha di svantaggioso questa circostanza  provveduto, in qualche maniera, nel potersi la medicina partire in pi rami: ond' che fu costume di gi tempo, e si usa tuttavia, distribuirne la pratica tra fisici, botanici e cerusici, fra i quali si distinguono gli acconciatori d'ossa, gli oculisti e gli operatori della pietra. Siccome poi da ogni ramo spuntano germogli speciali, che lo farebbono suscettivo di pi minute partizioni, quindi  che sar pi o meno fortunato l'artefice, a misura che s'incontrer in casi pratici, che gli saranno capitati pi o meno spesso che non ad altri fra le mani, e secondo l'agio e l'attitudine, che avr avuto di studiarli e renderseli per cos dire famigliari.
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La seconda circostanza consiste nell'uopo che stringe il medico alla cooperazione dei rimedj non meno che degli assistenti ed infermieri, dei chirurghi, degli speziali, e sarei per dire del cuoco, dovendo accennare tutte le occasioni o cose, come dicono, esteriori, sulle quali  di tanto rilievo perch'esse procedano d'accordo colle viste del curante, n mai facciano a queste contrasto. La temperatura infatti, l'acqua, la stanza, la pulitezza, il silenzio e gli amici, valgono tutti a contribuire al buon successo; mentre il timore, per lo contrario, la melanconia e lo sdegno possono far abortire le cure meglio dirette, cagionando morte al malato, quand'anche sanabile fosse la malattia.
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Queste per e simili cose, che per amore alla brevit non ho che accennate, se le riferisci alla medicina, come arte, vedrai che non perci soggetta la fanno alla fortuna. Vero bens che le arti soggiacciono a copia d'influenze o predominj, secondo che si dividono in pi generi, qual  il caso della medicina: o che abbisognano di pi esecutori, come l'arte della guerra, quantunque non sia questa che di un sol genere: o che, in diversi generi partendosi, vengono per dall'agente medesimo esercitate; siccome avviene delle professioni manuali, quali sarebbono il far chiodi, e pi di questa il lavorare nei bronzi, l'agricoltura, e cos via discorrendo, a misura che l'arte si fa pi complicata o moltiplice: locch si riferisce alla terza ed ultima delle indicate circostanze.
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Se poi concorrono a rendere felice la pratica, siccome lo stesso Ippocrate attesta essere anzi del massimo vantaggio al medico, i viaggi, e la conoscenza di vari paesi, dir dei luoghi per me percorsi, medicando. E a Venezia, dove mossi i primi passi, venni alle Pieve (come dicono gl'Italiani) di Sacco, nell'agro padovano; quindi a Milano, Gallarate, Pavia, Bologna e Roma; fra le quali citt  Pavia quella che meno di me si prevalse. Dei viaggi e delle cure fatte in Francia, in Iscozia e, dicendo a Londra, voglio dire in Inghilterra, ne ho gi parlato altrove. Credo finalmente mi giovasse pure l'et, essendo gi per me compiuto il quindicesimo lustro, mentre non passava Galeno gli anni sessantasette, n i cinquantasette l'arabo Hasen, cui denominiamo Avicenna. S l'uno che l'altro per consumarono presso che tutta la vita viaggiando, e subirono un esilio di vent'anni, il primo, e l'altro finch visse. Venne pure confinato nel suo vescovado Aezio, Oribasio a Ponto, e Paolo d'Egina men una vita da vagabondo.
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17. Omettendo per tali cose, onde ritornare alla serie delle cure, fu rimarchevole il caso di Giulio Ringhieri, giovine cavaliere, abitante in Bologna presso la chiesa di s. Giacomo, in contrada s. Donato. Gi da quaranta giorni lo tenevano giacente una febbre acutissima ed un flemmone assai minaccioso, quando fui pregato a visitarlo il 19 giugno 1567: e bench lo trovassi gi privo d'ogni senso, essendomene stata rimessa la cura colle convenienze d'uso, lo ridonai alla sanit.
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18. Che poi dir di Annibale Ariosto, altro giovinetto d'illustre lignaggio, e di molto facoltosa famiglia, cui si era gi converso in fistola un ascesso, che gli consumava il petto. Al di lui stato poco meno che tabido, al non essere pertinace fuorch in fuggirlo il sonno, ed al non passar giorno in che non iscaricasse per escreato circa due libbre di marcia, si aggiunse l'etica o febbre consuntiva. I medici lo avevano commesso a' suoi mali destini; comech tisico fradicio in tutta quanta la sostanza dei polmoni, e quindi vano il tentare qualsivoglia cura o medicina. E gi lo divideva, eretta per espresso, una barriera dai quattro figliuoletti di Michele Angeli, giudice di Torrione, onde non venissero questi contaminati. Ne assunsi tutto ci non pertanto la cura, e nello spazio di un mese lo guariva da ogni male s esterno che interno; cos che tutta Bologna stupiva di vederlo in s breve tempo rimesso della persona, e del colorito, in maniera da credere fola il male, o prodigio la guarigione.
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19 e 20. Oltre l'essere accaduti a pari tempo, sono poi somiglianti l'un l'altro in maniera i due casi che seguono, da quasi doverne a forza far coppia. Imperocch trattavasi di due giovinetti, aventi stanza ugualmente sulla via che a Modena conduce, di case disgiunti s ma confinanti, ambidue giacenti oltre gli undici d per febbre con flusso di ventre, ed abbandonati quasi come gi morti, tanto Leonardo quanto Giambattista; che tali erano i nomi dei giovinetti. Ora, essendo chi mi recava divampare i polmoni di questo e di quello una fiamma di suppurazione, ponendo io mente all'undecima gi trascorsa, non che alla risposta che negava, poich dimandai se tosse li molestasse o difficolt di respiro, predissi come, non essendo quistione che di sputo marcioso, era possibile non pure che simile al vero la guarigione dell'uno e dell'altro. Il che avvenne di fatto: e la cosa era gi in sicuro per ambidue nel venticinquesimo giorno; quando cess l'escreato, che in complesso pot avere dato sfogo ad una libbra di sanie pura: e, trasecolandone i congiunti non meno che i medici, fu da quindi a poi altri quattro o cinque d compiuta la cura e fermata la sanit s di Leonardo che di Giambattista.
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21. Che vuoi? Dirimpetto a questi abitava, in quei giorni medesimi, un terzo garzone, voglio dire Antonio Felicino, cui ho poscia inteso appartenere ad antichissima prosapia, esssendogli zio paterno un'illustre senatore. Giacendo preda, quest'altro, di gi lunga malattia con febbre, che mai n declinava n intermetteva, non dava oramai cenno di nulla comprendere; avendo inoltre perduta la parola, e trovandosi ridotto a quella prostrazione di morte, che anche il medico allontana dall'infermo. Solch, dipartendosi da esso, i medici confessavano come n la malattia conoscessero, n fosse mai occorso alla-pratica loro alcunch simile a questa: e fu persino chi la giudicasse opera di meretrici, che avessero apprestato al giovinetto una qualche pozione venefica. Or bene, in quattro giorni dacch l'ebbi fra le mani, gli ridonai la favella, i sensi, la conoscenza di s stesso e d'ogni cosa; fin dieci o dodici consecutivi lo risanai compiutamente, e credo che viva tuttora. Ne' quali, comecch portentosi, avvenimenti, ci che pi era molesto agli altri medici, e li cuoceva d'invidia, si , che mai non rendessi ragione alcuna dell'operato.
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22. Non fu meno sorprendente il caso dell'Agnese, moglie di certo Claudio, merciajo francese della nostra citt; poich non meno lasciata per morta dai medici principali della medesima. N penso avessero torto, non avendo mai veduto ridotto a tali strette alcun infermo, tuttoch ne vedessi parecchi lottar colla morte; n mai avendomi alcun altro costato la fatica, di che dovetti esser prodigo a questa, onde ritornarla nello stato primiero.
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23. Avendone ragionato altrove, mi star quivi contento ad un cenno generale di alcuni salvati fra gli epilettici od i scemi di vista o di mente, che impresi a curare; come pure di avere migliorata la condizione di parecchie idropisie e storpiature, non che di alcuni zoppi o gibbosi.
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24. Fra i quali ragion vuole perch distingua i figli del carpentiere a porta Tosa,
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25. Ed i fatti pressoch miracolosi di Lorenzo Gaggi,
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26. Dell'ambasciatore del duca di Mantova,
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27. E dell'illustre spagnuolo Zuara: la cura del quale and s famosa fra le a me, dir cos, devolute di quanti ammalassero di questa nazione in Milano.
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28, 29, 30, 31, 32 e 33. Cos, non potendo forse dirne quanto basti, non far che indicare i nomi, e come ad un fascio ridurre le cure di Simone Lanza, del Marescalchi, della figlia di Linato Giovan Angelo, di Antonio Scazzoso e, per ultimo, le stupendamente riuscite s nel figlio del merciajo Martino che nella moglie dello speziale ai tre re.
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34, 35 e 36I. N far che ricordare coi numeri della serie progressiva i guariti da doglie inveterate, da piscio di sangue, o da qual si fosse febbre ad accessi; fra le quali non fu neppure la quartana doppia, che mai resistesse a' miei argomenti.
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37 e 38. Aggiungi, fra le pi segnalate, la cura dei figli del Sirtori, che tutti ho salvati (bench mi chiamassero tardi al soccorso di questi avvelenati, quando, cio, n'erano gi stati vittima i genitori), e quella dell'idropisia di Agostino Fornari.
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39.  poi di tale tempra il caso di Ottaviano Mariani che solo basterebbe ad esimermi dal soggiungere la moltitudine che rimane d'infiniti altri esempli; siccome quello che, se diede argomento alla contestazione avuta col Cavanago e col Candiano, serv per anche a far fede, quanta fosse la mia felicit nel medicare.
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40. Che se riusc a mal fine Antonio Majoraggio, potrei contrapporre a quest'unico, il non aver mai perduto un febbricitante, n mai essermi fallita una sola cura di podagra e n tampoco di peste. Il perch i medici di Milano solevano dire, non doversi ci ascrivere a perizia, che singolare possedessi nell'arte, bens a mera ventura; comecch non capitassero alle mie mani se non quegl'infermi, nei destini dei quali fosse gi fermato il guarire, capitando invece ad esso loro quanti erano destinati ad inevitabilmente soccombere.
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Ma non vorrei che la maraviglia invogliasse il leggitore a sospettare della verit di quanto venni raccontando; poich nulla di pi vero che le cure indicate: che anzi di consimili, e di anche maggiore momento, me ne accaddero pi assai che non dissi. E quantunque non ponessi mente a tutte registrarle, onde rilevarne, occorrendo, la precisa quantit, sono per certo il numero loro trascendere piuttosto che avvicinare, il centottantesimo. Non creder per questo ch'io ne sia vanamente borioso, n che mai nodrissi lusinga o vaghezza e neppure pensiere di venire per ci preferito ad Ippocrate. A che pro altronde mentire, e mentire con tanta sfrontatezza? Non v' per avventura nissuno, cui non fosse altrettanto lecito, quanto agevole, il farsi alle tracce del vero: ed un sol fatto, in cui fossi trovato menzognero, toglierebbe ogni fede a tutti gli altri, e li farebbe tutti cadere.
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Penseresti forse capace di tentarmi a mentire la brama della gloria o del guadagno, che potesse ridondarmi, adescando collo zimbello di questi racconti un maggior numero di pratiche? Sappi anzi che non v' nulla che potesse per me reputarsi pi malagurato che la sopravvegnenza di molti ammalati; ben sapendo quanto sarebbe da stolto il confidare le cose avvenire sulla passata fortuna. Il che se non sapessi, me ne farebbe scorto s Plinio che Plutarco; i quali si accordarono in raccontare di Cesare, come, dappoi riportate cinquanta bandiere per altrettanti combattimenti, onde vedevalo sortir vincitore l'aperta campagna, gli stessi trionfi rintuzzarono il di lui ardore per la guerra; affinch i successivi cimenti non isfrondassero i primi allori, e ne fosse quindi oscurato lo splendore. Ora chi non vede potermi assai pi leggermente accadere altrettanto? A me cui finalmente non rimane da sperare alcuna cosa di grande, per quanto potessero anche aumentare le mie giornaliere occasioni e fatiche. Imperocch non potrebbe questo essere il caso, fuorch di chi siede signore sugli altri, essendo pi facile in costoro il germogliare di sempre nuove speranze, a misura che pi facilmente per essi appagate le antiche.
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Rispetto poi alla gloria, son giunto a tale oramai da non solo aspettarne assai meno della qualunque avessi gi conseguita, ma credo, a quest'ora, nessuna. Altronde non va gi s famoso Ippocrate per ci che la sanit ridonasse a' gran numero di malati; giacch fa egli stesso fede comech gliene perissero venticinque sopra quarantadue: cosicch sarebbe stato perdente non che minore di circa un terzo la quantit de' suoi guariti, al paragone coi morti. Ma deve sua fama Ippocrate a quella che seppe tramandare ai posteri, non che rendere ai contemporanei, ragione di quanto operava. Nel che sento essere da meno del vecchio di Coo per due ragioni.
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La prima si  che ogni prospero fine delle cure, o cose, per me intraprese provvenne assai meno dall'accorgimento e dalla perizia, onde fossi per avventura fornito, che da una mano divina, il cui soccorso fu troppe volte manifesto e per cos dire parlante, per non dir solo eludere ogni dubbiezza in proposito, ma perch le mie speranze medesime non potessero mai poggiare tant'oltre, da pareggiarsi all'evento. Non mi era dunque possibile il fidanzare le cure, n altra opera qualunque, sopra un avvenire, che superava d'ordinario l'aspettazione, anzi che potessi n tampoco raffigurarmelo col pensiero. E quantunque non risparmiassi n tempo n fatica, onde contribuire col consiglio e coll'opere al successo di mie intraprese, in fatto massime di cure,  tuttavia troppo scarso il numero di quelle, il cui vanto fosse devoluto soltanto alla dottrina ed all'accorgimento.
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La seconda ragione consiste parte nella comparativamente maggiore gravezza e forza delle infermit occorse al medico di Coo, parte nella penuria, egualmente maggiore, dei mezzi ch'egli ebbe in trattarle. Arenoso infatti il suolo della Tessaglia e de' suoi dintorni, esposto all'incostanza e furia dei venti, limacciose le acque, aspro e crudo il vino; e quasi non d'altro feraci quelle glebe che di legumi. Intemperanti e scostumati gli abitatori delle stesse contrade a que' tempi, rovinose le ginnastiche loro occupazioni, e niuna suppellettile anzi che mai possibile scelta di presidj farmaceutici. Se avessi pertanto vissuto a que' tempi e luoghi, la mia pratica non avrebbe certamente ottenuto s prodigioso che l'ebbi riuscimento. Cos le guarigioni d'Ippocrate avrebbero vinto di gran lunga le mie, se pi era ordinato e colto il secolo in cui esso praticava, meglio condizionato ed esposto il terreno, pi temperato ed uniforme il clima ed uguale a quella d'oggigiorno la copia dei comodi e dei mezzi. Chi mai dubiterebbe se, in cosiffatte circostanze, i prodigi e trionfi d'Ippocrate non fossero per equiponderarne ad usura i naufragi e gli errori, o se mai stato sarebbe di naufragi ed errori capace, curando, chi fu s oculato e preciso in osservare le malattie?
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Dalle quali cose quantunque ognun veda potere n di alcun vantaggio affidarmi, n quasi aver in me luogo millanteria, voglio nondimeno accordare l'uno e l'altro: essendomi a ci sprone in questo momento l'intima convinzione dell'assistenza del cielo, cui forse aggrada l'ingenuit, che mi sono prefisso a scorta nello espor queste cose. Dato pertanto che andassi fastoso e nudrissi lusinghe pegli operati prodigj, curando ammalati, quale sarebbe, non dir l'equa soddisfazione, ma la generosa ricompensa di questa non pi vana jattanza? L'aver germogliato fiori, che furono spenti o recisi anzi che producessero frutto; la povert, che mi fu assidua compagna in tutta la vita; i tanti emuli e le tante ora insidie, ora ingiurie, che tutta la funestarono, le calamit finalmente, che senza mai posa l'afflissero. Ora, se questa  gloria, son certo, se non altro, che la ho conseguita senza di menzogna sospetto non pure che senza risico d'invidia.
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Capo 41.
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Di alcuni accidenti straordinari, non sempre naturali, fra i quali di alcuni, toccanti la propria vita o la morte del figlio.
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 per me gi prodigio e talmente prezioso, anche non trascendendo la sfera delle cose naturali, perch ottenga il primo luogo, l'esser nato in quel suolo medesimo, che scoverse un nuovo mondo, o quanto era, nell'antico, di sconosciuto ai nostri maggiori, ai quali era mondo la terza parte o poco pi dell'attuale. Ma ora che ne apriva suoi lidi l'America, ci  libero il percorrere, nel solo di lei continente, le terre del fuoco, i Patagoni, Caracco, il Per, e Parana ed Acuzia e Caribana e Picora, oltre la nuova Spagna, Quito, il Chili (117) ed il Brasile; delle cui sole contrade ne rimaneva occulta cos gran parte. Se quindi poi t'innoltri maggiormente a ponente, ti si parer d'avanti una Francia novella, se volgi a mezzogiorno scopri le floride, Cortereale, i Maratti, ed Estotiland; oltre di che, se di nuovo ripieghi verso lo spuntare del sole, trovi sotto l'antartico novelli sciti negli antipodi, e forse t'incontri con popoli boreali ancora pi nuovi e strani degli stessi Lapponi, che ivi pure vedrai non che i popoli di Bisnagar (118), quelli del regno delle Amazzoni, e, dirimpetto a questo, le isole, che sono asilo ai diavoli o solo ne prendono il nome, secondo che falsa o veritiera ne suona la fama.
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Ben  per simile al vero che il solo scompartimento a cui, fra gli scopritori, dovranno esser serve le nuove contrade sar sorgente funesta di mille calamit; e che, rese quindi maggiori la possa e la jattanza dei conquistatori, torneranno a vile non che a meno le utili arti e discipline, verr forse derisa la stessa virt, e solo avr voga ed avventori lo stolto mercato di permutare il certo coll'incerto. Ma queste cose accadranno a chi verr dappoi: ed, essendo intanto assai fiorito e ridente il giardino, entro il quale fui posto, non  chi mi vieti goderne.
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Che v' poi di pi sorprendente che la seconda scoverta, voglio dire della polvere d'archibuso; la quale armava le braccia umane di fulmini pi ancora terribili e micidiali che non la folgore di Giove? N tacer di te o divina calamita (119); come di quella che ne sei guida nello spazio immenso dei mari, ne scorgi a salvamento nell'orrore delle pi indomite procelle, ci scopri sempre nuove e peregrine contrade, o dalle pi remote ed inospite ci riconduci sicuri agli aviti lari, e mai non permetti che ci arresti nel corso il bujo della notte. Aggiungi quarto, ai tre mentovati ritrovamenti, quello della tipografia, e troverai le opere della mano dell'uomo, e dello scopritore suo genio, emulare i prodigi e la mente, sarei per dire, della stessa divinit. Che pi ne resta oramai se non di ritentare l'impresa dei Titani e rendersi padroni del cielo? E credo sarebbe da tanto imprendere la insania degli uomini, se, quasi come stupito all'orgoglio che loro innarca il cipiglio, non sorgesse di quando in quando a spianarlo chi fa risovvenire ai medesimi quanto  bassa l'origine loro e quanto miserabili ne sono i destini.
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Era il ventesimo giorno del mese ultimo dell'anno 1557, nel qual tempo sembrava ogni cosa mi camminasse a piena seconda, quando non mi venne mai fatto di chiudere gli occhi al sonno, la notte; ed era gi questa a mezzo il suo corso, allorch, mentre stava per addormentarmi e forte lo bramava, ecco me l'impedisce inaspettato un tremolio del letto e della stanza: e, fosse ch'essi barcolassero davvero, o fosse in me sola di ci l'apprensione, fatto  che ne incolpai col pensiero una scossa di terremoto. Non prima s'imbiancava il giorno, che impaziente cercai di Simone Losia (120), di quel desso che ora dimora qui meco in Roma; e, trovatolo tuttavia giacente nel suo letticciuolo scorsojo, lo dimandai, pregando, se avesse nulla sentito la notte: al che Losia rispondeva come sentisse pur esso a tremare il letto e la camera.
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A che ora? soggiungo; ed egli: Fra le sei e le sette o su quel torno. Allora me ne vado alla piazza, e cerco a chiunque mi si presenta, se avesse avuto conoscenza o sentore del tremuoto di quella notte; ma non trovo pi nessuno che affermi. Tornato a casa, mi viene incontro maninconioso all'aspetto il famiglio, ed annunzia come si fosse ammogliato Giambattista, ed essergli sposa la fanciulla Brandoria, Saronna, quella stessa, della quale gi era invaghito il giovinetto; ma che non gli avrebbe apportato in dote il gran nulla, poich povera di casa e di fortuna.
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Recatomi allora in parte, ove potessi avere sicurezza del fatto, lo trovo eseguito, senza pi mezzi a riparo. E qui ebbero principio i dolori ed il pianto; poich non fu altra, se non questa, la sorgente fatale d'ogni mia disavventura. Credo pertanto quell'apparenza di terremoto essere stata un messaggio del cielo, come di quello, cui noto essendo aversi fermate in quella sera le nozze, me ne volesse fatto scorto subito la notte. E, quantunque non forse vedessi ben chiaro essere quello avviso di cosa che sovrastasse al figlio, tuttavia quel suo apparirmi oramai sempre intronato, o quasi fuori di s, fece s che, appena fu giorno, e gi prima ch'ei sortisse di casa, me gli mossi all'incontro ed, arrestandolo dove mal si prestava un uscio al passaggio contemporaneo d'ambidue, gli dissi (tanto mi stan sempre fitti nella memoria il come, il sito e le parole): "Guardati figlio che in quest'oggi non t'avvenga, o tu stesso non commetta, un qualche grave sinistro"; E non soggiunsi nulla intorno al mal presagio della notte.
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Non passarono di poi assai notti che sentii di bel nuovo un tremito, il quale parevami provvenisse pure esso dalla stanza; del che onde farmi pi certo, mi andai tasteggiando colle mani e, giunto a palpare il petto a sinistra, poich sul fianco sinistro giaceva, trovo battermi forte il cuore. Alzo allora il tronco, e m'avveggo cessare le palpitazioni coll'alzarmi e col palpitare il tremore. Torno a coricarmi, ed eccomi da capo con questo e con quelle; cos che argomento l'una cosa dipendere dall'altra. Erami altronde memore, siccome gi consapevole, che, nel caso del primo tremolo, il cuore fu secondo a palpitare, per conseguenza naturale della paura, all'effettivo tremore conseguiva, od anche all'apprensione che la stanza tremasse.
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Dell'essere per altro siffattamente affetto in tutto il corpo dal nuovo brivido, sempre che sofferissi poscia di palpiti al petto, non mi fu allora possibile comprendere la ragione: e solo avvertiva essere doppio il tremore; uno cio naturale al battere straordinario del cuore, l'altro procedente dal quindi consentire gli spiriti (121) a quei movimenti.
Sono anzi pochi anni che ho potuto accorgermi della ragione di altro accidente consimile. Ed  che, mentre io negli anni antecedenti era certo per lunga sperienza, qualmente mi avrebbero angustiato le pi gravi e moleste cure in tutti quei giorni, quando mi fossi trovato desto (come non soleva) prima dell'aurora, cos gli  gi qualche anno, come diceva, che o non m'accade lo svegliarmi di s buon'ora, o se m'accade ci non mi costa che la veglia e non pi cure od affanni. Ora la sola veglia  in me conseguenza di mal essere fisico, anzi che provvenire da influsso d'interna e secreta inspirazione.
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Furono molti nell'anno 1531 gli avvenimenti ugualmente forieri di alcun sinistro che lo fu l'apparenza del terremoto. Conciossia che un cane, altronde casalingo e de' pi mansueti, continu a latrare non gi bens a lamentarsi con lunghi non meno che assidui e nojosi ululati; una torma di cornacchie ferm il volo sul tetto della casa, gracchiando e stridendo, come non era pi mai accaduto; e, rompendosi alcune fascine da un garzone, le legna spruzzarono scintille di fuoco. E fu allora che presi moglie fuor d'ogni aspettazione; come fu dall'epoca delle nozze che mi ebbi a compagni tanti disastri.
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Non  gi che tutti questi accidenti fossero presaghi sempre di cosa che succeder dovesse in conseguenza: giacch farebbe in tal caso eccezione ci che m'avvenne sulla piazza di Sant'Ambrogio in Milano, quando non era che vicino il tredicesimo anno del viver mio. Che un corvo, cio, mi afferrava per un lembo del vestito, e s mi seguiva un buon tratto di cammino (trascinandolo io meco a viva forza) piuttosto che lasciare la presa. Eppure n allora, n per molti anni dappoi, non fu segnalata per alcun sinistro la mia vita, n quella di nessuno fra miei congiunti.
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Ora vengo ai fenomeni straordinari, per affatto naturali, che mi si offerse occasione di osservare. Il primo si  che, mancando ancora due ore alla sera (122) ho veduto brillare a cielo illuminato una stella, simile pi che altra mai all'astro di Venere. Quantunque fossi allora fanciullo, rammento com'ella risplendesse di chiarissima luce; cos che, non essendo alcuno cui non facesse di s accorto l'insolito chiarore, sono ancora molti, che meco se ne ricordano.
Nel 1531 ho potuto vedere tre soli, raggianti egualmente che l'ordinario, e tutti e tre in oriente. Godeva di questo cos raro spettacolo, che durava per ben quasi tre ore, trovandomi per diporto a Venezia; ed era in Aprile.
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Molto prima dei tre soli, poich parmi verso l'anno 1513, dicono essere cadute ben oltre mille pietre in una sol notte, e queste nella provincia di Bergamo vicino al fiume Adda. Che inoltre a tale caduta precedesse nella sera una gran fiamma, la quale si aggirasse come sospesa nell'atmosfera, e l'aspetto avesse di una grossa trave di fuoco. Ora di questi sassi quello cui vidi, essendo ancor giovinetto, era del peso di cento dieci e pi libbre. Sul qual peso giova notare che, siccome non mi sovviene se fosse quistione di libbre comuni, o di quelle che i milanesi dicono grosse, cos ove si riferisse a queste il peso di quella pietra, sarebbe pi ancora sorprendente la cosa; giacch cento undici delle dette libbre grosse equivalgono a dugento cinquantanove delle ordinarie (123).
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Ora tornando alla pietra per me veduta (e fu nella casa di Marc'Antonio Dugnani, presso la chiesa di S. Francesco), essa era di forme ineguali, e tutta spezzata o bernoccoluta nei dintorni; ci che potrebbe attestare della caduta, e renderne pi simile al vero la conghiettura. Nel colore appariva cenerognola, tendente al ceruleo; soffregata con qualche forza, ed insistenza, sapeva di zolfo all'odorato; e la massa rassomigliava, nel resto, alle pietre delle coti ordinarie. Il che avverto perch non si creda mi fosse per avventura sfuggito il sospetto che gatta ci covasse, atteso che nel sito, in cui si dicevano piovuti quei sassi, vengono appunto scavate quelle pietre che, ridotte coll'arte in coti; sono poi trasmesse qua e l e vendute sotto questo nome.
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Giova inoltre avvertire non farsi altrimenti menzione di cotesto avvenimento n da Gaspare Burgato, n da Francesco Sansovino, scrittori l'uno e l'altro accuratissimi delle cose accadute a' que' tempi, specialmente in Italia, comech l'uno e l'altro italiani. D'altra parte,che mai poteva invogliare a vendere per cosa di fatto una fola uomini tanto illustri, che lo erano fra i patrizj della citt i Dugnani? Aggiungi che di tali pietre, quantunque di non s enorme volume, se ne faceva per pubblica mostra qua e l senza riserva per altri; non ostante che si trattasse di spettacolo, che non poteva certo riuscire gradevole ai principi regnanti ai quell'epoca. Imperocch tutti sanno cos fatte occasioni essere le benvenute ai sediziosi, come a quellino che desumono quindi argomento alle innovazioni, nulla servendo altrettanto ad aizzare gli animi alle sommosse, quanto avvenimenti cos palesi e straordinari che lo dev'essere una pioggia di sassi.
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Sul torno del tempo in che piovvero o fur supposte piovere le pietre (lasciando in ci libero a ciascheduno il credere ci che gli va pi a grado) ebbero luogo altri due strepitosi fenomeni; e su questi non  luogo a dubbiezze. Il primo accadde nel 1511 a Venezia, quando vi fu s violento il terremoto che alla gran scossa risposero non tocche, e con suono per cos dire spontaneo, le campane di tutte le chiese. Il secondo  che nel 1513, mentre, cacciato Massimiliano Sforza, signore di Milano, dagli oramai affatto perduti suoi stati, lo stringevano d'assedio in Novara i Francesi, avvenne che i cani di costoro accorressero, a torme, facendosi strada entro l'assediata citt, ed ivi cercassero al fiuto i cani degli Svizzeri, si affaticassero a leccarli, trovati, e mai dall'accarezzarli non desistessero. Osservata la qual cosa il capitano degli Svizzeri Jacopo Motino Torfanino, come quello che, stato assai volte in battaglia, era dell'arte della guerra peritissimo, infer dall'inusitato spettacolo argomento di prospero augurio: e, recatosi dal duca, lo anim avventurare la mischia, facendosi lui mallevadore della vittoria, che ottenne di fatto l'indomane.
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Perch altri non avvisi che senza motivo declinassi dal mio divisamento, raccontando cose che trascendono la serie delle a me stesso accadute, dir che importava il quivi accennare anche le generali, o comuni ad altri, come quelle che attestano della mia comparsa nel mondo (ripeto) in tempi, ne' quali ho potuto essere spettatore di prodigi e maraviglie.
Ora, tornando ai fatti a me particolari, lo fu alla mia giovinezza che di notte tempo vedessi al bujo gli arredi e le stoviglie sparse qua e l per la stanza, niente meno che se il lume non fosse spento; solch una tal vista svaniva di li a poco, non essendo che passeggera la prerogativa che me ne rendeva capace. Non  molto che mi ricorse, all'atto di svegliarmi fuori d'ora, lo stesso fenomeno; cui raccontano essere stato egualmente particolare a Tiberio.
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Fu nell'anno 1552 che, avendo lasciato in casa una cagnolina domestica e tranquilla quanto mai, questa sal, come non era usa, il banco, sul quale stavano i miei scritti; e, trovandovi spiegate le lezioni per la scuola, ne fece quanto pi poteva scempio coi denti e colle zampe, lasciando per illeso il libro intorno al destino (124), quantunque per avventura pi esposto che le altre scritture. Che ne diresti? Alla fine di quell'anno medesimo, quando meno me l'aspettava, cessai dalla cattedra, e ne fui privo per altri otto anni consecutivi.
Nella notte, che precedeva il 22 gennajo 1565 (giorno, in cui cessava Cesio, e subentrava Crasso (125)), mi si appicc il fuoco due volte al letto. Alla prima volta ho resistito, senza quasi farne caso: dopo la seconda per non istetti guari ad arguire che non avrei dimorato pi oltre in Bologna; cos presagendomi la ripetuta minaccia d'incendio.
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Tienti per fermo non doversi mai negligere, perch lievi, se uguali e ripetuti gli accidenti; che anzi non v'ha nulla di pi opportuno che le minuzie, allorch perseveranti nello stesso tenore, onde inferirne le pi utili conghietture. Ho gi pareggiato altre volte i minimi, congeneri ed uniformi, alle maglie delle reti, allorch dissi risolversi finalmente in reti di questa natura tutto quanto appartiene all'uomo, e non differire fuorch nella variet delle forme le maglie che, via ripetute, concorrono a formare le reti, siccome veggiamo a un dipresso formarsi le nuvole.
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E ti sar norma questo fenomeno a considerare i minimi nell'aggregazione loro non pure che nell'ulteriore analisi particolare di ciascheduno; poich vedi non bastare alla formazione delle nubi l'accumularsi mano mano vapori a vapori; ma si richiede perch i minimi anzi gli ultimi fra questi, si distribuiscano e dividano, per entro alle medesime, in particelle via pi minute all'infinito. N mai si lusinghi diventare valentissimo ed attingere sugli altri la cima, sia nelle scienze od arti sia ne' consigli privati o ne' pubblici affari, se non chi  profondo conoscitore di questo argomento e sa trarne profitto in ogni sua congiuntura ed impresa.
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Nel giorno in che giunse a Bologna Lodovico Ferrari, e con esso il di lui cugino germano, stava nel cortile una gazza, la quale chiacchier tanto e con tanto insolita pertinacia per tutta quella giornata, cosicch non era di noi chi dubitasse non fosse per sopraggiungere qualcheduno; tanto pi essendo quello il d ultimo dell'anno 1535. Ora, quando mai ti venisse in pensiero di chiedermi, se del sopravvenire chi venne di fatto fosse giusto cagione lo strillar della gazza, dir che no; ma chieder a te, rispondendo, quante volte pensi che siffatti presagi andassero a vuoto? Quando manc s poco perch m'inghiottissero le acque del Benaco, non fu se non la tema, cui provai nel commettermi ad esse, quella che mi avvertisse del pericolo, trovandosi nella pi gran calma si l'atmosfera che il lago, e non essendovi la bench minima circostanza che lasciasse antivedere le futura procella (126).
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Non accade il gran nulla, cui non preceda il suo perch; sia pure che male vi si abbadi, o che ti stia in forse nel conghietturare, siccome fu il caso in Augusto; sia che si disprezzino tanto l'accaduto quanto la conghiettura, come usavano Silla e C. Cesare. E mal faresti eccezione alla regola del gittare i dadi, quasi niuna vi fosse ragione dei punti ch'ei ti daranno, per ci che tu non la comprendi. Mentre altronde non va pi soggetto alla ragione naturale tutto ci che di natura trascende i confini, quanto soggiace alla ragione suddetta non ha gi pi nulla in s di maraviglioso, tranne per chi fosse ignaro della natura o della ragione della cosa.
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Decorrendo l'anno medesimo, ebbi copia di apparizioni, alcune delle quali annunziavano salvezza e scampo, altre presagivano invece nuove calamit e nuovi pericoli. Tale, a cagion d'esempio, lo sciogliersi del nodo al nastro, per cui pendevami dal collo uno smeraldo. Al che per precedeva cosa di gran lunga pi sorprendente: che tre anelli, cio, facenti prima cerchio ed ornamento ad altrettante dita, mi si trovarono raccolti, all'insaputa, in un sol dito; senza che accorto mi fossi n del come sortissero dalle dita abbandonate i due anelli sopravvenuti al terzo, n come, a farli confluire con questo, li penetrasse il dito prescelto. Ma per quanto straordinari fossero, e di maraviglia degni, cotesti avvenimenti, non mi accadde per cosa in conseguenza, che n mi liberasse dai mali presenti, n d'altri mi fosse apportatrice. Essendo i quali successi gi ugualmente per me reputati come doni del cielo, che mai potrebbe indurmi a non credere altrettanto, e davvantaggio, di quanto ha gi del prodigioso e trascende l'umano concepimento?
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Condannato a morire sin dalla prima infanzia, per la difficolt nel respiro, pel gelo delle gambe sino a notte ben oltre avanzata, per la profusione dei sudori, e pelle si terribili a quell'et palpitazioni di cuore (127): soggetto quindi a siffattamente smodato profluvio d'orine talch la sorgente ne pareva inesauribile (128): fievole, manca e rara la dentatura (129); snodata fra le mani la destra; brevissima la linea che dinota in esse la durata della vita (130); intralciate, interrotte, ineguali, ramose, obbliquamente serpeggianti od appena capillari le altre linee principali, annunzianti alcunch di propizio (131); e cogli astri, che tanto sicura minacciavano la morte perch non si trovasse nissuno, che non tenesse per fermo, qualmente non avrei compiuto il nono lustro (132), si trov poi che tutto ci era falso, e, non condusse al gran niente; poich vivo tuttora, e di lustri ne ho gi contata la quindicina. Gli errori per non  mai che appartengano alle arti, ma sempre agli artefici: ove la qual cosa fosse all'opposto, non potremmo averne testimonianza pi manifesta e lampante altrove che in Aristotile; nel quale invece non troviamo nulla di simile a questo.
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Or veniamo fnalmente alle cose risguardanti al figliuolo; poich degni nel vero di speciale attenzione alcuni fra gli accidenti che furono consecutivi di quanto avvenne al medesimo. Esso finiva, siccome dissi, nel giorno cenventesimo primo (133), e spir sclamando cader egli vittima della scempiaggine di colui, che aveva persuasa la di lui morte con preci e scongiuri al senatore Falcuzzi. Imperocch, sedendo questi fra i principali nel senato, poco ci volea perch avesse aderenti, massime che l'Hala era tra i primi a seguirlo. Ma non fu s tosto condannato quel misero che il Falcuzzi ammal, comech gi cagionevole di petto, e non tard ad espellere coi polmoni l'ultimo fiato.
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Lo stesso presidente al giudizio, e che tanto lo spingeva, il Rigoni, vide poco dopo trasportare al cimiterio la propria moglie senza onore di tocchi: locch parrebbe sorprendente in maniera da non vi si poter prestar fede, se non fossero tanti che fede ne fanno. Corre voce inoltre che, uomo essendo egli stesso di fama sino allora intemerata, non potesse altrimenti che morendo sottrarsi alla generale imputazione di colpa ed ingiustizia in quella sentenza (134). Finalmente anche l'unico di lui figlio fu da morte rapito nel primo fiore degli anni; cos che diresti fosse preda la di lui casa ed asilo ai venefici ed alle streghe.
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Anche il suocero del figlio, quel desso che ne avea cagionata la morte, non passava gran numero di giorni da questa quando, spogliato della carica di pubblico esattore, fu posto in catene, dalle quali non sortiva che per andar mendicando. Il di lui figlio poi, cui bene stava l'esser cos caro a tal padre, come a quello che lo amava di amore ardentissimo, fu egli pure condannato, a quanto n'odo, in Sicilia, dove terminava i suoi d penzolone da un laccio.
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Di quanti lo accusarono, in somma, non ve ne fu neppur uno che non ne scontasse il fo con qualche grave disastro, e non finisse trafitto o rovinato. Che pi? Quello stesso che sedeva sul trono (135), quantunque di lui suonasse la fama come di principe umano e generoso, non and impune di avere nondimeno abbandonato mio figlio alla imponente moltitudine degli accusatori non pure che all'invidia de' miei nemici. E non mancarono disastri, che la di lui carriera funestassero; infermit, che mettessero in forse i travagliati suoi giorni; guerre, dissensioni e persino il disagio dei viveri, che ne segnalassero il regno. Chi non sa finalmente che gli tocc vedersi uccisa dalle mani del marito la propria nipote, dispersa la flotta, e tolta l'isola di Sumatra (136)?
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Ben son lungi dall'insania e tracotanza di presumere che n la minima parte di questi avvenimenti avesse luogo a nostro solo rispetto; e ch'essi perci n per ombra mi appartengano. Ma intendo soltanto a dire che, ogni qualvolta le pubbliche o private vicende o sciagure impediscono gli ottimi principi dal farsi essi medesimi scudo agli uomini di non comune intendimento, questi vengono abbattuti per ogni parte, come le biade nella tempesta, e sono i primi a soccombere alle iniquit dei tempi non pure che alle pubbliche disgrazie. Imperocch i malvagi non perdono mai di vista per un solo istante n i tempi n le circostanze, le quali, quanto pi calamitose, tanto pi sono appariscenti agli occhi di costoro, come di quellino che mai non saprebbono dove meglio fondare altrimenti le loro speranze.
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Capo 42.
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Della facolt di presagire in medicina ed anche fuori della professione.
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Qual che pur sia il motivo, che su questo particolare mi ottenne riputazione, anche maggiore di quanto potessi desiderare, non saprei definire con precisione se la prerogativa, della quale vengo a ragionare, fosse inspirazione divina, od effetto di costituzione arpocratica, o piuttosto una certa qual maniera di perfezionamento dell'intelletto e del giudizio.
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Nell'esercizio della medicina i presagi, che fortuna volle conseguissero maggiore sugli altri celebrit, risguardavano a Cecilia Maggi ed al figlio di Giangiacomo Resti. E mi limito accennare questi due fra una copia sarei per dire infinita; bench rispondesse a tutti egualmente il successo; a segno tale che, per quanto lunga et continuasse la mia pratica, non fu mai chi potesse darsi vanto di avermi colto o saputo in errore neppure una volta. Coloro medesimi anzi, che s'industriarono a pi potere, onde menomarmi la fama ed il merito, nelle altre prerogative dell'arte, non si  mai dato il caso che mi contendessero in questa il primato; cui di tanto miglior grado per ci mi accordavano ch'ei mi sapevano vago di tutt'altro che di questo.
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Ometto quanto vi sarebbe da soggiungere su questo proposito, ripetendo (137) invece, a chi sapr dedurne le conseguenze, la scommessa di Bologna: dove mi dava prezzo a chiunque contrapponesse dieci scudi, e mi procurasse agio, per cui esaminare a bello studio qualunque infermo due o tre volte od anche una sola, che ne avrei sborsati cento, sempre che fosse andato fallito il mio prestabilire qual era per trovarsi cagione della morte nella sezione del cadavere. Ne furono infatti aperti parecchi di attegnenti alle case pi cospicue; i quali sulle prime si aprirono me presente; sinch, vedendo i competitori che non m'ingannava giammai, e toccava sempre ad esso loro tanto il danno, quanto l'onta, onde questa per lo meno sparagnarsi, e non moltiplicare a s medesimi le occasioni di arrossire, eglino finirono per eseguire le sezioni di soppiatto. Ma, in otto anni di per me pubblicamente professata medicina in quella citt, non fu mai verso che su questo particolare bastasse l'animo a nessuno di non dir contradirmi, atteso che n s'attentavano tampoco aprir bocca; tanta era la mia sicurezza nell'antivedere, quindi la felicit nel predire quanto fosse per succedere nelle malattie.
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Fra le predizioni straniere all'uffizio di medico, son certo avere destato l'ammirazione di alcuni, ed essere per destarne a chiunque ne sar ugualmente al fatto, risguardo a ci che ho vaticinato al re d'Inghilterra Edoardo VI, quando gli fui presago di quali e come sovrastassero al di lui regno (138) calamit. Taccio di altri vaticini, come tali che in parte adombrati nei versi di compianto per la morte del figlio; dei quali ho divisato far coppia, s tosto che ne verr l'occasione, a questo libro (139). E, quantunque si opponesse un divieto a che pubblico fosse questo sfogo al mio dolore, il successo per di quanto predissi che sarebbe accaduto, in otto anni dappoi quella morte, prov essere pi ancora vicino al miracolo che non al semplice vaticino il mio presentimento.
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Ma torno a dire che non intendo punto arrogarmi n a merito n a guiderdone o compenso cosiffatti accidenti; e che torrei pi volentieri a vedere disperso, che non per altro avverato, nel caso, il presagio, se non perch dovesse acquistarmi laude il successo. Non tutto altronde mi risguardava ci cui prediceva, imperciocch sin dal bel principio della guerra coi Turchi ho pronosticata la perdita di Cipro e, senza la menoma esitanza, quella dei forti dell'Africa, adducendo le ragioni s dell'una che dell'altra.
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Affinch poi non sia chi presuma derivarmi assai da lontano le predizioni, come sarebbe a dire dagli astri, o quando mai dal demonio, far palese qualmente ne sono debitore al solo Aristotile. Questo infatti  l'oracolo, da cui sappiamo la vera divinazione appartenere unicamente all'uomo saggio e prudente. Conoscendo pertanto in prevenzione la natura dei luoghi, le costumanze degli uomini, la possa ed il valore dei principi; avendo svolte assai pagine di storia, e giovandomi delle nozioni, quali ebbi occasione di attingere dai grandi e pi ancora dai segretari dei grandi, avendone parecchi a me famigliari, sottopongo a minuto esame lo stato della cosa e, presi quindi a consiglio i miei artifizi, col soccorso loro pronunzio la sentenza. Ma quali sono, dirai, questi tuoi artifizj? Rispondo: La dottrina, in primo luogo, e per questa non occorre di molta finezza; poscia il dilemma, il tropo e l'amplificazione; quindi un lume particolare (140) e la dialettica, nella quale si richiede un esercizio diligente, lungo, non interrotto e, pi ancora dell'esercizio dialettico, la riflessione (141).
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Tra le cose, che su questo particolare m'intervennero, sono alcune, che mal saprei a che dovessi con precisione accagionarle. Chi poteva, per esempio, aver fitto e radicato in mente ad un certo Giovanni Stefano Biffi che io mi fossi chiromantico, trovandomi a quell'epoca tal giovinetto, qual cui non ispunta per anco il pelo sul mento; mentre non so di esserlo n tampoco al d d'oggi? Eppure nulla di pi fermo che una tale fissazione, allora, nel Biffi; il quale viene, prega e vuole ad ogni patto che lui pronostichi quanto sapessi della sua vita. Poich dunque non valse n assicurarlo accalappiato dai compagni, n scongiurarlo a dispensarmi dalla risposta, lo prego io pure finalmente a perdonare, se mai fossi per vaticinargli alcun che di sinistro; e gli dico imminente sovrastargli pericolo di strozza. Chi'l crederebbe? Non passa una settimana che il mio strologato  preso e posto alla tortura: n valse a lui pure il sostenerne l'esperimento, ed impugnare pertinacemente il delitto, ch di l a sei mesi gli fu mozza la mano, appeso il collo ad un capestro, e cos tronca la vita.
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Dato pure che fortuito fosse il caso del Biffi, non sar per altro chi dica lo stesso di quanto m'avvenne or ora con Giampaolo Eufomia, di cui gi mi lodava come di allievo nella giovent e nell'et provetta compagno. Imperocch non decorre pi di un mese dal fatto, e ne fa testimonianza lo scritto che lo risguarda. Era sanissimo e passava meco a diporto una sera Gianpaolo, quando accennai che mi si apportasse della carta; sulla quale scrissi che, se non istava esso all'erta, non andrebbe guari che sarebbe morto. Non  gi che me lo indicassero gli astri, n che sapessi d'insidie tese o di male; giacch le trascendo in questo luogo, ma nella carta esposi le ragioni del presagio. Il fatto  che, infermato fra sei giorni o poco pi, non tard l'amico a morire. So che agli occhi degli inesperti queste cose hanno aria di miracolo; ma qualunque pi saggio che inesperto si dar cura di leggere lo scritto, e con animo attento considerarlo, trover che io piuttosto vedeva, scrivendolo, il fatto, di quello che antivedessi nell'avvenire.
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Che direi a giustificazione dell'accaduto a Roma in un banchetto, se tanti ne sono i testimoni, quanti erano i convitati? Imperocch tutti si ricordano, come chiedessi loro s'ei fossero per averselo a male, quando per me si dicesse cosa, che potesse non meritare il pi geniale accoglimento. E tutti sanno di chi rispose: "Tu intendi a dire che uno di noi morir"; n sanno meno del mio replicare, cos appunto sembrarmi e, quel che pi era, in quell'anno medesimo. Or chi non sa che nel d primo del successivo dicembre quello dei convitati, che avea nome Virgilio, mori?
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Richiamer piuttosto alla memoria di chi legge come dicessi, le umane cose costituirsi da un'aggregazione di minimi (142); onde farlo scorto che debbono questi produrvi assai cangiamenti, alterarne il corso, e quindi accadere che spesso giudichiamo dei componenti e, sarei per dire, dei minimi fra i minimi, portando pure avviso comech giudicassimo delle cose medesime. Previa la qual riflessione, ometter quanto non mi  noto nel riferire, per ultimo, di un francese, che venne a visitarmi a Bologna, quando vi aveva stanza nella casa del Rinuzio. Insisteva il venuto a volersi abboccar meco in disparte: io gli rappresentava, com'ei dovesse appagarsi che nissuno ci ascoltasse; e persistendo in questo, anzi che mai accondiscendere a dilungarmi di l, costui se ne and. Ma non partiva seco il sospetto sul motivo del venire: che anzi lo raffermava il non essersi mai avuta contezza del francese da chi era da me commesso perch si facesse alle traccie di lui. Or chi dubiterebbe ch'ei tramasse un qualche delitto?
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Poich ho toccato pi sopra il pronostico della perdita di Cipro, e le cagioni che a lui mi scorgevano, aggiunger qualmente potrei di ci appellarmi alla testimonianza del Cardinale Sforza; come di quello che sedeva meco di brigata, una delle volte che, al primo ascoltare degli allestimenti s dei nostri che dei nemici, a quell'impresa, dissi non essere cosa da temersi con tanto fondamento, quanto che i primi avrebbono avuta la peggio. E l'evento ha poi dimostrato che la bessaggine dei cristiani e la forza dei Turchi furono le cagioni perch l'isola si perdesse.
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Di queste e simili occasioni di predire, con sicurezza d'indovinare, ne occorrono pur assai a chi associa la dottrina e lo studio colla diligente osservazione delle cose onde si tratta. Ci per non ci affida perch debba il risultamento essere n sempre necessario e sicuro, n in tutte quante le occorrenze immancabile; giacch l'assoluta certezza non  propria ed esclusiva se non delle arti manuali, come sarebbe a dire del fabbro e del carpentiere.
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Capo 43.
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Di accidenti e circostanze affatto soprannaturali.
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Quantunque non avvisi appartenere ai casi, onde imprendo a favellare, quello che mi avvenne in Pavia, essendovi studente, avendone tuttavia l'apparenza, non sar gran male il farne un cenno. Ed  che verso l'alba, dormendo, sentiva un batter forte contro il muro, in parte ove la stanza contigua non era punto abitata. Desto appena da tale frastuono, eccoti un altro colpo quasi come di martello percosso contro la parte opposta della parete. La sera di quel giorno apprendo essere trapassato, precisamente sull'ora dei colpi, Galeazzo del Rosso, al quale siccome stringevami singolare amicizia, cos  questa la sola circostanza, che potesse indurmi al sospettare che un prodigio mi avesse annunziato il trapasso di chi mi era s caro.
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Al che per si oppongono diverse circostanze. Primierameute pu essere stato sognato il primo colpo, e protratta sensazione del sogno il successivo. In secondo luogo il non conoscere le cause naturali non autorizza escluderle, oltrecch del caso poteva incolparsi l'esplosione di qualche vapore lungamente compresso.  pure possibile, finalmente, che gli stessi famigliari, vedendomi compreso dall'accaduto, (quasi da un miracolo, il rispetto al quale mi aveva come condannato in casa tutta quella giornata), prevalendosi della morte realmente avvenuta, ma forse molto prima, la simulassero avvenuta sull'aurora. Il qual ultimo supposto  tanto pi simile al vero, quanto pi rara la morte sull'aurora in chi perisce di malattia (143). Quindi  che, in tanta copia di prodigi, che in tante guise mi vessarono, posso leggermente rinunziare a questo comprendere nella serie degli altri: e non per altro lo riportava, se non perch altri ne giudichi meglio, capitando in simili occorrenze.
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L'anno 1536, quando abitava in porta Tosa, e parmi nel mese di luglio, mentre sortiva dal tinello, passando nel cortile, mi colpisce un odore di torchi fortissimo, quasi come si avessero di fresco spenti. Attonito perci, e dovrei dire sbigottito, chiamo il valletto, e lo chiedo se nulla sentisse; al che risponde il valletto, affermando; come quello che riferiva il sentire all'udito, e non sentiva, di fatto, strepito alcuno. Del che reso accorto, e domandandolo se nulla fiutasse, oh! sento, ripiglia gridando, un grande odore di cera.
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Taci, soggiungo, vago di sapere come sentissero anche gli altri di casa, e trovo che, tranne la madre, credo perch infreddata, s la moglie che la fantesca ne menavano egualmente romore. Per la quale apparizione immaginando minacciata sovrastare a qualcheduno la morte, ne fui siffattamente compreso che, rendendomi a letto la sera, fuggiva bench invocato il sonno; e lo avrebbe cacciato anche d'avvantaggio, se dormito avessi, tanto era pi grave di questo l'altro prodigio, cui sono per dire. Non erano, e pareva nondimeno che s'aggirassero in frotta sulla pubblica strada, porci che grugnissero, ed anitre che seco a gara strepitassero; tanto era positivo il grugnito e lo strepito. Cos'hann'eglino che fare con me cotestoro? diceva. A che tanti mostri? Che significa una tale concorrenza di cos diversi animali?
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E i majali seguitavano a grugnire, l'anitre a cinguettare. Abbattuto e sbalordito per tanti spettacoli e gridi, non sapeva la mattina che farmi, e non s tosto finiva il pranzo che cercai distrazioni, vagando per la citt. Quando fui presto a rientrare, scorgeva da lungi, aspettandomi, la madre, che di sollecitare mi accenna e, subito che giunto, mi addita la casa del vicino Giovanni, e lo annuncia percosso dal fulmine (144). Era il Giovanni altre volte soprantendente alla peste, inferocendo la quale, or son dodici anni, dicevano aver egli depredato a tutta possa le robe altrui, e converso, rubando, in propria fortuna la comune sciagura.
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Era in oltre una concubina che seco viveva; non istandosi esso contento alla comune pietanza (145): e dubito ne facesse anche di peggio. Or vedi se ci fosse malagurato e grave un tal vicino; giacch non era che una casuccia, la quale partisse dalle sue le nostre stanze. Volli dunque accertarmi dell'occhio lui essere morto, n m'acquietai se non poich lo vidi spedito per sempre e libero me da ogni cura. Ma parmi vederti in atto di domandare, a che per ci mi appartenessero quelle tante apparizioni. Forse perch da lui mi guardassi? Vero  che la frescura del sito m'invogliava talora, bench di raro, a sedermi nel vestibolo di sua casa, ed usare seco lui confabulando.
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Il secondo caso, di cui mi avvertiva prodigioso apparimento, fu quello in cui morte giungeva mia madre. Quando mi destai, vidi gi sublime risplendere il sole, n per scernevasi per me alcuno degli oggetti, che tanta luce illuminava. Bens che ascoltai, e li numerava uno dopo l'altro sulle dita, quindici colpi come d'acqua che sgocciola e percuote, sgocciolando, il pavimento. Di quei colpi ne aveva contato un cento venti all'incirca nella notte preceduta; se non che, provvenendo questi primi dalla destra, da parte cio, ove tenevano stanza i domestici, e d'onde non sortiva romore di giorno, fu in me tanto pi facile allora il sospetto essere lor celia cotesta, come di quellino che per ci si prendessero giuoco dell'ansia, onde mi vedevano affannoso, che il silenzio del giorno avrebbe acquistato maggior fede al mormorio della notte.
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Ma, quando pure oscura mi fosse la significazione dei colpi, troppo fu palese quanto successe agli ultimi di loro. Imperocch di l a poco mi giungeva dalla soffitta il fracasso di un carro, che prima strascina indi arrovescia una catasta di tavole, s rapido era e prima scoppiante che cessato il rimbombo, che, dal tavolato movendo, scosse la camera tutta quanta. Ahi! spira mia madre, sclamai, e la madre spirava in quel punto.
Tralascio di dire quando verso il mezo giugno dell'anno 1570, sebbene chiusa ogni porta e di cancelli guernite le finestre, parvemi sentire chi passeggiasse di notte la stanza, indi mi sedesse a lato, e sotto lui scrosciasse la cassa, ond'ei si faceva sedile. Perciocch, siccome tutto finiva col calpesto, collo scroscio e coll'adagiarsi di non so chi al mio fianco, senza che di questo n d'altro lo chiedessi, cos la sola mente, assorta nel meditare, pu essere stata produttrice di tanto.
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Chi fu colui che, avendo io compiuto, se non erro, il quarto lustro, mi vendeva un Apulejo latino, e non s tosto ne ricevette il prezzo che scompariva come lampo? A tal epoca non era io stato che ad una sola scuola, non conosceva il gran nulla di latino, e certamente non comperava quel libro, se non me ne invaghiva il vederlo dorato (146). Cosa vuoi? Passavano appena tre giorni, che fui trasformato in quel desso che mi sono di presente nell'idioma latino; ed, in quasi pari tempo, apparava il greco (147) non pure che lo spagnuolo ed il francese, dei quali per non sono al fatto, se non per quanto si richiede all'intelligenza dei libri. Che del resto non vi ho n la pratica del discorso famigliare, n l'attitudine ad usarli ragionando o scrivendo, e non ne conosco la minima delle regole grammaticali (148).
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Nel mese di maggio del 1560, il dolore per la morte del figlio mi allontanava e poco a poco impediva del tutto il sonno: e non valse perch lungamente lo invocasse l'inedia, n che strazialo ritornassi, non che stanco, dal cavalcare frammezzo alle spiche, onde a bello studio sferzarmi le gambe, n che mi annojasse lo scacchiere nelle tante ore, quando la cortesia e la compassione di Ercole Visconti mi faceva copia di lui, non ostante che gi consumo esso pure dalla veglia pertinace, che gli piacque dividere meco. Tolsi pertanto ad implorare soccorso dal cielo, e la piet scongiurarne; poich non era oramai pi fattibile che per me si resistesse a veglie cosiffatte: persistendo le quali, gi vedeva irreparabile perch affatto la vita perdessi, o scemo diventassi di mente, o per lo meno inetto a continuare nell'impiego della cattedra.
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Ora, volgendo fra me, come l'abbandono dell'impiego fosse per tormi ogni mezzo di onesto sostentamento, e nulla cos certo essere quanto che la ragione avrebbe in tal frangente abbandonato me stesso, che avrei perci dilapidato il poco di patrimonio che mi sopravvanzava, e sarei divenuto il ludibrio della citt e di quanti avessero di me contezza, non arridendomi altronde speranza veruna, qualmente fosse per cangiarsi coll'et uno stato cos tormentoso, mossi con suppliche a Dio, perch mi fosse generoso della morte, come di un dono devoluto a chiunque ha vita.
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Nel conforto di quest'unica speranza, e subito finite le preci che la inspiravano, mi abbandonai alle piume una notte, quando era gi l'ora s tarda che, dovendo alzarmi alle dieci, non me n'erano concesse che due al riposo. Presto, qual non soleva, m'invade il sonno, e col sonno mi giunge da vicino una voce, la quale pareva sortir dalle tenebre; il perch non potei comprendere di chi fosse, anzi che ravvisare, in tanto bujo, chi sciogliesse in quegli accenti N ben mi ricordo s'ei movessero colle parole: Di che ti lagni? o con quelle: Perch t'affanni?certo con una delle due dimande; alle quali seguiva, prima gi della risposta, la seconda, ed era: Forse per la morte del figlio? Al che rispondendo il mio chiedere, se chi domandava ne dubitasse, la voce soggiunse: "Levati la pietra preziosa che dal collo ti pende, pontila in bocca e, sinch la vi terrai, non avrai pi memoria del figlio".
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Non prima cessavano queste parole che mi destai, pensando qual mai potesse avere comunanza o rapporto lo smeraldo coll'obblio. Ma, poich niun'altra mi restava lusinga di alleggiamento in tanto cordoglio, mi ricorse al pensiero la sentenza di Abramo, allorch dichiara essere merito e prova d'animo giusto lo sperar confidando, anche dove non  speranza che affidi (149). Sciolsi quindi la pietra dal nastro, in bocca la riposi, e come fu questa riposta, ecco cessare in me qualunque rimembranza di cosa che appartenesse al figlio: prodigio di fede non degno, poich maggior d'ogni fede. Tanto  che n allora n poi, e n giammai pure dormendo, pi non torn quel ricordo a funestarmi, fino a tanto ch'ebbi compiuto il Teonosto, voglio dire il secondo libro degl'iperborei (150).
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Voglionsi per eccettuare i momenti, nei quali necessit mi contendeva quel privilegio; e me lo contendeva semprech dovessi favellar dalla cattedra o sedermi a mensa; quando, costretto a levarmi di bocca lo smeraldo, non tardava risorgere e straziarmi l'aspro pensiero, sino a spremermi dalla fronte i sudori di morte, e farne miserando spettacolo agli uditori ed ai commensali. Le lunghe tregue intanto fecero s che recuperassi non pure il sonno che l'antico aspetto e vigore della persona. Ma, quasi dovesse avervi dello strano e sorprendente in quanto mi accade, siccome fu sempre progressiva la veglia, non che il primo deperimento dell'abito esteriore del corpo, cos non fu neppure interrotto il ristabilirsi consecutivo s di questo che del sonno.
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Nella notte; che precesse il 13 d'agosto del 1572, n la lucerna era spenta, n m'avea preso il sonno, essendo appena trascorse di poco le due della sera; ore che sempre mi trovano vegliante. Odo pertanto a destra uno strepito, come quando si versa da un carro sul lastricato un carico di legne. Ci mi fa girare intorno lo sguardo, e vedo in atto di penetrare la stanza un contadino sull'uscio, che dalla mia conduce in quella del famiglio, essendo che tal uscio non era chiuso. Tengo fissi con attenzione gli occhi su di costui, avendo assai motivi per osservarlo; e costui, appena posto piede sul limitare, pronunzia: Te sin casa, e, ci detto, scompare. Non riconobbi la voce, n l'aspetto ravvisai, e non ho neppur mai saputo comprendere cosa indicassero quelle parole in nessuna delle lingue a me note.
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Ma tutto ci non rileva punto, come ho gi risposto altre volte a chi di tale ignoranza faceva obbiezioni. Che se altri si opponga, dimandando, perch riserbati solamente a pochi siffatti miracoli, e perch, ci essendo, si trovino poi tanti nondimeno, che vagheggiano imperi e magistrati, per non dire del forse maggior numero di chi nutre speranze abbominevoli di cose nefande, a quest'altri direi non essere sito cotesto, per difinire di tal fatta quistioni, n da tanto le mie forze, quando pure lo fosse. Il perch non potrei che accennargli col dito la via dei teologi, onde per nulla dilungarmi da quella degli storici, nella quale me ne sto contento alla mera narrazione del vero.
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Ometto il racconto di parecchi altri prodigi (151), e solo accenno del temporale, che stette sospeso di pi fermo sulle mie stanze a Bologna, senza scoppio di saetta, e senza produrre n tampoco alcun tremore; quantunque sarebbe stato questo il minor male. Dir anzi come fosse costantemente infausto fra gli strepiti lo scroscio delle tavole, tuttoch non mi accadesse riscontrarlo foriero di morte, fuorch nel caso di mia madre, che altronde periva di malattia e gi dall'et condannato il di lei capo.
Poich fra gli accidenti, che possono anche riferirsi a cause naturali, taccio dell'arrestarsi talora contumace l'oriuolo, e non faccio che toccare di passaggio come dei mesi di ottobre e novembre dell'anno 1559 non passasse giorno, quando scavata non fosse di sotto il fuoco certa copia di terra, che si vedeva non lungi di quello ripullulare. E parlo di cose che non ho gi vedute dormendo, bens cogli occhi di chi veglia, e chiarissima essendo la luce del giorno.
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Nel mese di marzo del 1570 a d 24, o su quel torno, dopo ch'ebbi disteso un consulto pel mio mecenate, il cardinale Morone, mi si stacca e cade a terra un foglio dello scritto, non senza che me ne dolessi meco stesso, come di men prospero augurio. Solch, mentre sorgo dalla scranna, ecco sorgere pari passo da terra il foglio, e spontaneo salire, volando, sul banco, ed ivi spiegato e ritto appostarsi ai dietro sovrapposti scaffali. Vago di far parte a chi che fosse di mia sorpresa, n altri chiamare potendo, chiamo Rodolfo, che presto accorse, non per cos presto che potess'essere spettatore alla salita, come a quanto v'era in ci di maraviglioso e straordinario; quantunque non ristasse dallo stupire anche Rodolfo alle dimostrazioni del prodigio da me veduto. Ma l'esserne io stato spettatore, in tempo che n per sogno immaginava quanti mi sovrastassero disastri, non valse far s che penetrassi a che tendeva il presagio. Ora per comprendo com'esso accennasse che, anche in mezzo alla perversa fortuna, doveva pure spirare un qualche soffio di aura men grave.
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Dappoi qualche mese, credo in giugno, avendo scritto al medesimo cardinale, mi faccio alle traccie del polverino, ma  vano il frugare in ogni angolo e parte che non c' verso di trovarlo. Alzo dunque il foglio dalla tavola, onde spargerlo di polvere, cui era gi presto a raccogliere dal suolo. Non per s tosto lo alzo che non trovi nascosto un altro polverino rotondo, il cui diametro era d'un'oncia, e di un quarto pi dell'oncia l'altezza; cos che non mi riusciva di comprendere come potesse mantenersi celato, nel bel mezzo di un banco, un vase di tanto volume. Ma questo preludio era consentanco e forse intrinseco al precedente; come quello che mi raffermava nella speranza, gi inspiratami dall'umanit e dal senno del Morone, e me lo annunziava gi presto, se non anche in procinto, a muovere, in guisa il cuore gi ottimo del pontefice (152), perch tante mie fatiche non dovessero vedersi rimunerate con tante avversit.
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Ma il senso delle premesse apparizioni fu reso piano e chiaro e sicuro da quanto sopravvenne il d 15 di ottobre dell'anno medesimo, essendosi recati nella mia carcere quellino che da me vi ricevettero una guarentigia di mille ottocento zecchini, ed essendo io gi stato arrestato, e trasferito in quelle stanze nel d sei dello stesso mese. Eravamo dunque a nona, quando i ricevitori del piegio partivano dalle carceri; e gi ne vinceva di gran lunga il bujo la luce del sole, allorch pregai, di l a poco, Rodolfo Selvatico a voler chiudere l'uscio della camera. Al che si arrendeva di mala voglia il giovinetto, come quello cui pareva strano che a me paresse comech non ci trovassimo gi serrati a bastanza. Ma io persisteva, o perch l'insistenza fosse divino consiglio, o perch mal sofferissi di vedere trascinato ne' guai, che nuovi mi sovrastassero, chi volonteroso divideva gi meco la prigionia. Al che prestandosi di Rodolfo la deferenza, la porta fu chiusa; non per s tosto chiusa che anche percossa da un colpo cos violento, perch rispondesse il rimbombo e via si propagasse a quanta pi poteva lontananza.
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Il pi stupendo si  che, in quell'istante appuntino, essendo noi rivolti collo sguardo al balcone, brillante qual era e sereno dei raggi solari, udimmo ripercosso il colpo dal copertojo del medesimo, e questo vedemmo spinto a viva forza contro la finestra e gli annessi cancelli; i quali fecero ecco, stridendo, al nuovo rombazzo: e con tal ecco svaniva ogni cosa.
Alla successiva considerazione di questa, e delle precorse vicende, non fu tardo a rispondere il gi mio consueto lamentare sul tenore di tante sciagure; sinch sorse in me, come lampo fra le tenebre, tal pensiero che, imponendo silenzio al lamento, appalesavami dover io risguardare qual segnale di vita quanto interpretava foriero di sicuro sterminio. Poich incominciai a quindi meco ragionare, diceva: Se tanti valorosi ed anche principi, ai quali arride fortuna e giovent, affrontano ci nondimeno e bench certa la morte, non per altro che per difesa dei loro sovrani, o per averli grati e benigni, morendo (altro non rimanendo per cui alimentare speranza, poich spenta la vita), qual pu mai sopravanzare patimento a te, gi s misero avanzo dell'infamia e di oramai fracida et?
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Il delitto non gi, che tuo non sarebbe, quando pure ti giudicassero delinquente. Forse l'ignominia che sar per quindi ridondarti? Qual pu tornartene danno, se ti riconosce immeritevole dell'ignominia Iddio, e se la di lui clemenza ti  prova essere palesi e come spiegate al suo cospetto le tue vicende? Cos a me di me ragionando, questo pensiero mi affidava da quella morte, cui tanto paventava poc'anzi; e quindi cominciavano i miei giorni a volgere s felici e contenti che lo comportano gli umani destini. Per tal guisa ho protratta una vita gi deplorata perduta, quasi pi non ammettesse riparo: ed era sorprendente a me stesso che la menassi cos beata, confinato qual era in parte, il cui solo aspetto pareva tormi gi tempo il respiro ed affogarmi.
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A cos oltramirabile apparizione fu presente, come diceva, Rodolfo; quello stesso, cui venne l'anno dopo conferita la laurea dottorale in Bologna. A cosiffatti miracoli per  particolare, o come inerente, ch'ei ti sorprendono, e di s riempiono tutto quanto, al momento che accadono, ed anche poco dopo accaduti; ma che, raffreddata che sia, o rintuzzata col tempo, la prima impressione, si va questa scemando per modo che, a meno di rinfrancarne ad ogni tanto la memoria e vie battere, siccome dicono, il chiodo, finisci per dubitare se vero ci che hai pure veduto co' tuoi occhi o coi tuoi orecchi ascoltato. Del qual fenomeno credo esservi ragioni assai pi sublimi e trascendenti che non la generalmente per ci incolpata lontananza della natura dell'uomo dalle cause produttrici delle meraviglie in discorso.
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So che pare ad alcuni di sembrare nasuti, prendendosi a giuoco tali prodigi, ed eccitando altrui a farne beffe: e so quali argomenti ei moveranno di scherno contro i fatti, che venni raccontando. Codesti beffatori s'affidano forse in Polibio loro sovrano, perciocch scrittore, nel vero, ammirabile talvolta, come nel secondo libro delle storie, quando scrive degli Achei. Ma essi non riflettono a ch'ei non fu punto filosofo, o di filosofo non ebbe che il nome (153); anzi che neppure afferrava lo scopo vero della storia, n quindi l'uffizio dello storico e che, troppo stemperando i racconti, muove pi sovente al riso che ad altro. Ma sia suggello a tutto questo la tanto assennata sentenza del Tartaglia, quando pronunziava: non tutti saper tutto; anzi non sapere di nulla quanti sono che vanno ignari della stessa loro ignoranza in cose parecchie (154).
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Del che se prova dimandi, abbila in Plinio, che, dopo essere stato quel maestro s luminoso che sai nella storia (155), ti vende poi tali baje, ove ragiona degli astri e del sole, che il pi goffo tra gli animali non poteva dirne di peggio. Non pi dunque maraviglia se, tanto essendo minore Polibio di Plinio, mettesse anche tanto pi a nudo la sua scempiatagine, semprech tent immischiarsi nelle cose pi sublimi e divine. Or altro pi non ti dico, tranne che preferisco al regno anche perpetuo dell'universo, e mi sono pi cari di tutto il mondo, l'intima coscienza ed il senso che fede mi fa dei prodigi onde si tratta: e questo lo dico giurando sui sacramenti.
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Non sarei mai venuto a capo, se tolto avessi a farmi carico di quanto mi raccontavano in proposito i maggiori, bench tutte cose che allora mi sembravano frottole, o novellette per divertire le brigate. Se non che le incredibili, ma certe, che avvennero in seguito a me medesimo, siccome gi valsero a farmi pentire di quel giudizio, cos mi distolgono adesso dal favellarne, convincendomi quanto sembrerebbero quelle dappoco, al paragone di queste. Ci nondimeno, allor quando le mi si narravano, era ben lungi dall'attribuire ai maggiori tanto senno e tanto studio, quanto neppure sperava di poter confermare un giorno in me stesso.
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Mi basta intanto l'avere fatto scorto altrui, essere frequenti queste apparizioni prodigiose, trattandosi che sovrasti morte ad alcuno, massime ove debba questa succedere impreveduta, e pi ancora se il soggetto  segnalato per singolare bont o scelleranza. La qual cosa essendo, ci solo basterebbe a convincere, quelle apparizioni essere assai meno fortuite che naturali o divine. Altronde non trattasi di quando l'animo  da terrore compreso o commosso e fluttuante; poich nelle affezioni smodate e tumultuose ha luogo un diverso genere di prodigi e, ben lungi dall'acquistare in tal caso valore, le false opinioni vengono anzi distrutte o sopraffatte (156). Immaginate una tenera donzella che, d'ordine del padre, porgesse voti supplichevoli al cielo, e pregasse per cosa che in suo cuore bramasse di non conseguire odi anzi esserne sciolta, se conseguita.
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Se ho poi divisato limitarmi ai fatti sin qui riferiti con quanta per me si poteva brevit, gli  poich tali che non solamente avvenuti, quali furono esposti, ma si eziandio sicuri da qualunque sospetto sia d'errore che di frode o di furberia, che avesse quandomai potuto accalappiarmi. E ne ho trasandata una moltitudine infinita, non ch meno evidenti mi fossero, ma o perch non egualmente segnalati od utili altrui, o che non me ne guarentisse ugualmente certa ogni circostanza la memoria, o mancndo finalmente, in quest'ultimo caso, di testimoni altrettanto fededegni ed illustri, ai quali appellarmi. A cui peraltro movesse vaghezza di conoscere i fatti non raccontati, accordo libero accesso a perci consultare i miei commentari. Di ci solo, priego, mi sii cortese o lettore che, abbattendoti a percorrere cotesti racconti, non ponghi a scopo di tua lettura l'uman fasto, bens l'ampiezza ed immensit dell'universo. .
Imperocch, ponendo questo a paragone colle meschine tenebre, per entro le quali ci andiamo quaggi ravvolgendo, ei ti sar facile comprendere, non essersi per me detta cosa che fosse di fede men degna.
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Capo 44.
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Di quanto pi trovava importante stabilire nelle scienze.
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Sia premonizione a questo capo, non darsi ritrovamento, che meriti assolutamente preferenza sugli altri.
Nella dialettica, siccome se ne conosceva una sola, quella cio di Aristotile, cos la ho distinta secondo che agli oggetti si riferisce, o soltanto all'uso (157): e venne quindi agevolato agli scolari perch, secondo gli studi, ai quali fosse per applicare, apparasse ciascheduno i precetti sia di Tolommeo, d'Euclide o Archimede, sia dello Scoto, d'Ippocrate o di Galeno. Ho estesa inoltre la pratica del dilemma non meno che della cognizione all'ingrosso, del tropo e dell'amplificazione, dilatando quindi ogni confine di quella pi facolt che artifizio nel ravvisare chiari e lampanti gli oggetti, la cui merc sono molti che mossero pretese di spettri veduti, e di poter quasi lo spirito staccare dal corpo. Fra gli sperimenti poi, che nelle scienze occorrono, insegnava doversi quelli preferire che pi sono appariscenti e maravigliosi, per quindi cogliere la pi copiosa messe possibile da un campo cos circoscritto. E dimostrai che, siccome negli esseri immortali convengono a riunirsi fra loro i principj ed i fini, cos non  se non quasi un circolo perpetuo d'incominciamenti e di termini anche rispetto ai mortali.
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Nel porgere dalla cattedra ho provato coll'esempio che, anche a meno di seco recarvi gi bella e scritta la lezione, onde non sia poi d'uopo che leggendo recitarla,  concesso al professore di tutte cavar fuori, cernendo, le immagini e tutti gli esempli necessari, e di cos compendiare nello spazio di un'ora le fatiche di pi mesi, non che pareggiarle o supplire alle medesime. Sul quale particolare ho spinta cos oltre la cosa che, mentre per lo passato si reputava quasi come impossibile il discorso estemporaneo della scuola, pi oramai non si trova chi potesse di ci a buon dritto maravigliarsi. E credo meritevoli di piet non che perdono coloro, ai quali sembra essere in me qualche demone, che parli cos dalla cattedra, per ci che ignari non solo di quanto valga il favore del cielo, ma i poveretti non sanno il gran nulla di quanto  buono a sapersi.
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L'aritmetica potrei dire d'averla rifatta, ed ho, senza quasi, rifatto gli articoli, che ne costituiscono la parte cui dicono algebra, non che le tante propriet dei numeri, rispetto massime agli aventi ragione di somiglianza fra loro (158). Risguardo a quanto era stato gi scoverto per altri su tutti questi argomenti, o ne trattai pi alla distesa e ne resi quindi pi agevole il comprendimento, o vi rilevai cose mirabili, o feci l'uno e l'altro. In geometria scoversi la misura o proporzione s delle curve che delle superficie irregolari, quella dei finiti coll'infinito, e come questo argomentare dallo studio e dalla conoscenza dei primi; quantunque argomento cotesto, cui ha rilevato Archimede gi prima di me. Ho di voci nuove arricchita la musica, non che di modi e forme non prima in uso; nel che non feci per avventura se non richiamare, comech trascurato, quanto avevano gi scoverto s Tolomeo che Aristosseno (159).
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Nella filosofia naturale ho tolto il fuoco (160) dal novero degli elementi: avendo io insegnato non questi permutarsi a vicenda fra loro; come insegnai la palingenesi, e fredda essere la natura d'ogni cosa. Il calore l'ho rilegato fra le qualit, unitamente all'umido; ed, oltre queste due, provai non darsi altre vere qualit. Ho dichiarato quanto possano s l'olio che il sale, e ne' corpi misti non darsi principio, da cui risulti generazione di animali perfetti, eccetto il calor celeste. Espressi non darsi denominazione cos dicevole a Dio che quella d'immenso, avere un'anima tutto quanto consiste di parti fra loro differenti, purch ordinate; non mai giungere a termine l'esistenza di quella dell'uomo; e la di lei immortalit essere la vera, non gi l'ombratile o vaga dei filosofi.
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Che tutto inoltre consta di parti e che il principio di somiglianza non  che una maniera di agire, la quale appartiene al solo agente non pure che ad una sola materia, risultando quindi la variet e la bellezza, lo dimostrai con certezza non minore che rispetto al concorrere i semi e le frondi a formare le piante. Dissi pure la terra consistere di per s, non come un insieme d'acqua e di terra, e per ci spiegarsi le frequenti prominenze di questa in luoghi opposti. Fu da me svelato il perch dell'essere migliore l'oriente che la tramontana, s dell'aumentarsi, durante copia di giorni, tanto il freddo quanto il caldo, allor quando il sole devia dopo l'uno e l'altro solstizio.
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Ragionai del fato, di ci che ne prova la realt ed i modi, come anche della causa e ragione di quanto v'ha di maraviglioso; come sarebbe che, gettando mille volte mille dadi, ed essendo questi legittimi, ne risulta sempre lo stesso numero (161). Le mie sperienze riscontrarono generarsi un animaletto di specie diversa da ogni foglia ridotta in istato di putrefazione, secondo la diversa natura della pianta respettiva (162). Risguardo finalmente alla natura, ho sostenuto non darsene alcuna, e non essere questo che un nome vano di cosa immaginaria, che diede origine ad infiniti errori, e che fu intrusa non per altro da Aristotile se non per distruggere le dottrine di Platone, quasi potesse distruggerle una parola.
Taccio di altre cose innumerevoli, non per della principale fra tutte, in quanto fui maestro del come applicare alle arti e professioni tutto ci cui pu dedursi dalla contemplazione dei fenomeni naturali; giacch non  mai sorto nessuno, prima di me, che si accingesse n tampoco a tale impresa.
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La filosofia morale mi udiva proclamare uguale di tutti la condizione; e non solamente negli uomini, ma in generale negli esseri viventi: con che le apriva il campo ad anche naturalmente conghietturare uno stato di ricompense dopo la morte, secondo le azioni di ciascheduno durante la vita. Ho inoltre insegnato ed in qual modo ritrarre utilit dagli stessi disastri, e quale sia l'ottima fra le maniere di condurre la vita, e come la condotta e la vita conciliare coll'eguaglianza. Nella partizione della vita in tre regni, dimostrai quanto sarebbe spesso a desiderarsi, nell'umana, che n il bene si conoscesse n il male, a meno di eziandio saperne la quantit: ci che non  il caso degli altri due regni e non arreca divario a nissuno dei tre, rispetto alle felicit. Su di che dichiarai doversi premettere la conoscenza delle costumanze degli uomini in generale, indi far succedere quella degli usi particolari alle diverse nazioni e cos di tutto quanto ha rapporto colle consuetudini, e finalmente la scienza del mio e del tuo.
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In medicina ho ritrovato qual fosse la vera fra le ragioni dei giorni critici (163) e come debbono curarsi tanto la gotta, quanto le febbri pestilenziali in generale. Dichiarai le moltiplici trasformazioni della sostanza organica animale in oli diversi; trattai delle acque salubri, e ridussi ad arte non meno utile che svariata la preparazione degli alimenti. Ho dimostrato in qual modo contenersi perch debbano purgare i rimedi, che per s non sono purganti, e come di sostanze nocive o disgustose farne con tutta facilit dei medicamenti utilissimi e piacevoli al palato.
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Agli ascitici fui consigliere di tale presidio (164) che, liberandoli dalle acque, ne rinfrancava siffattamente le forze, perch potessero passeggiare per la citt quello stesso giorno, in cui avevano preso il rimedio. Dalla cura di un male, circoscritto ad un solo membro, insegnai derivare la conoscenza delle cause non pure che la maniera di guarire altri mali, che fossero per sopravvenire a qualunque parte del corpo nello stesso individuo. E feci egualmente palese come acquistare la perizia di parecchie malattie, non che del trattamento a guarirle opportuno, mediante non altro che la tre o quattro volte ripetuta lettura di una sola fra le opere che ne trattano.
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I cerusici mi vanno debitori perch li richiamassi alla pratica gi per essi trasandata nell'operazione dell'ernia, mostrando essere questa la vera, oltrech pi sbrigativa che non le usuali. Non avendosi che vestigi ed apparenze di cognizioni sul conto delle orine, stesi di queste una storia copiosissima. Tengo pure in pronto l'interpretazione dei libri, specialmente genuini, d'Ippocrate; quantunque non sia condotto per anche a termine (mentre scrivo) cotesto lavoro; e siamo a d 15 novembre dell'anno 1575. Del mal francese ne ho trattato ampiamente. Su altri difficilissimi poi, come l'epilessia e le aberrazioni mentali, ho instituiti parecchi esperimenti, ed alcuni pochi ne feci pure sulla cecit, oltre il gi indicato rispetto alle idropise.
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Altri miei scritti risguardano agli scirri, altri al brucior d'orina e moltissimi alle malattie articolari, ai calcoli renali, alla colica ed alle morici; per tacere di parecchie malattie, sulle quali avr, in monte, cinque mila circa memorie. Di problemi e quesiti ne ho risolti non meno di quaranta mila, tralasciando un altro ducento mila cosuccie, le quali saranno trovate in fra' miei scritti, allorch si vedr quanto avesse ragione di chiamarmi l'uomo delle scoperte (165) quello, cui egual ragione mi sprona il luminare della nostra patria (166).
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Capo 45.
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Dei libri che ho scritti, del tempo in cui li scrissi, del perch li scrivessi e di cosa ne avvenne.
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ELENCO DEI LIBRI STAMPATI (167).
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Di matematica.
L'arte magna.
Delle proporzioni.
Regola Aliza (168)
D'astronomia.
Quattro libri di commentari sui libri di Tolommeo.
Delle generazioni esemplari.
Delle interrogazioni ed elezioni.
Dei sette pianeti (169)
Dell'uso degli almanacchi.
Della correzione dei movimenti e della conoscenza degli astri.
Elogio dell'astrologa.
Di fisica.
Della sottigliezza, libri ventidue, compresa un'apologia.
Della variet delle cose, libri diciassette.
Della immortalit dell'anima.
Di filosofia morale.
Del vantaggio, cui deve ritrarsi dalle disavventure.
Della consolazione.
Esortazione alle arti utili.
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OPUSCOLI VARJ.
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Prima raccolta.
Delle mie opere.
Di alcune guarigioni meravigliose.
Elogio di Nerone.
Elogio della geometria.
Libro primo dei secreti.
Dell'unit (170).
Delle pietre preziose e dei colori.
Della morte.
Della condizione dell'uomo (171).
Dei minimi e loro prossimi (172).
Del sommo bene.
Seconda raccolta.
Dialettica.
Soprappi (173).
Dello studio di Socrate.
Dell'acqua.
Dell'etere.
Dei decotti.
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OPUSCOLI DI MEDICINA.
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Terza raccolta.
Delle cause, dei segni e dei luoghi delle malattie.
Picciola terapeutica (174).
Libro primo dei consulti.
Degli abusi dei medici.
Del poter nuocere anche i medicamenti pi semplici (175).
Tre capi (di terapeutica) (176).
Apologia contro un nuovo Tessalo (177).
Apologia contro il Camuzio,
Commentari di medicina.
Libri sette di aforismi, e tre sui veleni.
Della costituzione dell'aria, libri undici; compresi i dieci precedenti.
Pronostici, libri quattro, ed uno sul parto settimestre; in tutto cinque.
Dell'aria, delle acque e dei luoghi, libri otto, pi il secondo libro dei consulti, in tutto nove.
Degli alimenti, libri ventidue, e due sugli ammalati; coll'esame di quelli e di questi.
Di genere divinatorio.
Dei sogni, libri quattro.
Altri stampati di vario argomento.
Della sapienza, libri cinque.
L'antigorgia, libri cinque.
Elogio della medicina.
Supplimento all'effemeridi, libri dieci.
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LIBRI SCRITTI.
Di matematica.
Geometria nuova.
Dei numeri interi.
Dei numeri rotti.
Delle propriet dei numeri.
Degli Alogi (178).
Delle cose fittizie (179).
Della musica.
Di fisica.
Della natura.
Quarto libro dei secreti.
Degl'iperborei, libri due.
Di morale.
Dei costumi.
Del miglior genere di vita.
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Memoriale.
Della mia vita.
Di medicina.
Delle orine, libri quattro.
Del soggiorno di Roma.
Dei denti, libri cinque.
Della maniera di conservare la sanit, libri quattro.
Della lue indiana.
Libro terzo dei consulti.
Atto (180).
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Delle contraddizioni dei medici (181), libri dodici.
Manuale, libri quattro.
Sul libro del vitto nei mali acuti, libri sei.
Sulla medicina di Galeno.
Dei floridi, o sulla prima del primo (182), libri due.
Sugli epidemici d'Ippocrate, libri cinque.
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Teologici
La vita della beata Vergine; inno.
Vita di s. Martino, con punteggiature (183).
Di vario argomento.
Supplimento di cose omesse o dimenticate (184), libri sei.
Delle opere degli uomini illustri.
Dell'invenzione.
Dei problemi.
Della maniera di scriver libri.
Il sensale (185).
Dei giuochi.
Dialogo sulla prigione.
Fiorellino; dialogo.
Degli enigmi (186).
Antigorgia.
Elogio della medicina.
Arte fisionomica (187), libri sette.
Delle furberie (188).
Dell'uso dell'effemeridi, come di nuova invenzione.
Scritti religiosi.
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Quali fossero i motivi, che forza mi fecero a scrivere, lo arguivi pi sopra, quando son d'avviso avrai compreso essere stati alcuni sogni, ed in gran parte la brama di vincere l'umana fralezza, rendendo perenne il nome. Il primo eccitamento per l'ebbi dormendo, eccitamento che fu poi ripetuto le due, le tre, le quattro e non saprei quante pi volte, comech ne facciano fede i capi antecedenti.
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De' miei scritti ho smarrita gran copia, e sopra tutto in due particolari occasioni. La prima, trovandomi sotto sopra l'et di anni trentasette; quando aveva gi raccozzati assai libri, e da circa nove commessi alle stampe, che ho poi trascurati od egualmente che gli altri dispersi, comech mi sembrassero egualmente vani e non atti a produrre alcun frutto. Oltre questi, aveva in pronto una gran farragine di materiali, specialmente in medicina; e, bench ne cavassi alcune opere, le ho per sfrondate pochissimo nella compilazione delle successive, e non ne ho serbata intatta nessuna, tranne gli elementi dell'aritmetica (dai quali ho poi cavata la mia picciola aritmetica (189)), ed il libro sulla cattiva pratica di medicare (190), col quale ho incominciato la prima edizione delle mie opere. Non molto dopo, vale a dire sul torno dell'anno 1541, composi un libro di supplimento all'effemeridi, che, dopo stampato la prima volta, fu riprodotto altre due, con sempre nuove aggiunte.
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L'altra occasione distruggitrice di libri accadde nel 1573; quando non s tosto mi trassi dalla calamit, cui soggiacqui a tal epoca (191), che ne commisi alle fiamme un centoventi. Questa volta per fui meno severo che nell'antecedente, scegliendo qua e l fra gli scritti condannati, ed accordando grazia a quanto da cui mi parve poterne ridondare una qualche utilit. Ne furono anzi alcuni di conservati per intiero, come il libro delle furberie (192), tra le fole, e quello sugli uomini celebri, fra le cose pi serie. Alcuni poi gli ho rifusi, cangiandone affatto la forma: nel che ho forse imitato Diomede,
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"Quando cambiava, stolto!
L'armi d'oro valenti cento buoi,
Per quelle che di rame eran costrutte
E ne valean sol nove" (193).
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Se al comporre fu norma il piacere, il poi non soddisfarmi del fatto fu motivo del distruggerlo: e trovo che il successo ha secondato s l'uno che l'altro divisamento.
Pi degli altri furono provocati da sogni ripetuti ed uniformi i libri della sottilit, che ho promulgati e riprodotti sino alla terza volta, con sempre cambiamenti ed aggiunte. Mi dedicai quindi all'arte magna, che ho messo insieme, sarei per dire, fra i romori e le angustie della guerra, che mi fu mossa da Giovanni Colla, e pi viva si sostenne, poich rinforzavano il nemico le armi del Tartaglia; non ostante che dal Tartaglia mi provvenisse il primo capitolo di quell'opera. Ma, essendo questi guadagnato dall'opposto partito, prefer avermi avversario e vincitore, anzi che amico e qual io mi era gi vinto la merc de' suoi benefizj. Al non sapermi che fare durante la nojosa navigazione sulla Loira (194) devo i commentari delle opere di Tolomeo, i quali ebbero compimento in quell'anno 1552.
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Trovandomi da lunga mano gi scritti, nel 1568, il libro delle proporzioni e quello della regola Aliza, ne feci un nuovo tutto coll'arte magna, e questa riprodussi, aggiungendole inoltre il libro dell'aritmetica e quello sulla musica. Di l a sei anni per, voglio dire nel 1574, trovando assai cose da emendare nell'opera intorno la musica, ebbi cura di farla copiare sott'altra forma.
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I libri sulla variet delle cose, i quali videro la luce nel 1558, non sono che residui e supplimenti a quelli della sottigliezza; residui che non mi fu concesso allora n di ordinare n di correggere, tanta era l'assiduit e la moltitudine degli affari e dei guai, che m'assediavano. Imperocch ora le dissolutezze, ora la dappocaggine dei figli, il via sempre consumarsi del patrimonio e delle entrate, la niuna mai tregua nell'uffizio della cattedra, le domestiche bisogne, la perenne corrispondenza epistolaria, la pratica della citt, i consulti e mille altre occupazioni appena mi lasciavano tempo da fiatare, anzi che neppur volger in pensiero il bisogno di ridurre o limare i miei scritti.
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Era frutto nondimeno di tanti guai non dir il concepimento, ma la pubblicazione di altri libri, fra i quali comparvero primi quelli sulla consolazione, indi vi tennero dietro i libri della sapienza; quando procurai una seconda edizione degli uni e degli altri nel 1543. Fra questa e l'epoca summentovata scrissi parecchi altri libricciuoli, parte gi promulgati, parte ancora inediti, non che tutte le opere di mediocre argomento. Di queste le quattro, che vedi girare stampate, sono quelle sugli aforismi, sugli alimenti, su l'aria, le acque ed i luoghi, e sui pronostici. Fra le inedite, quantunque preste a comparire anch'esse agli occhi del pubblico, sono due commentari (195) sulla dottrina pratica di Galeno, ed il primo e secondo sugli epidemici d'Ippocrate.
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Poich mi ridussi a Bologna, fu reso pubblico il libro dei sogni; libro che reputo sar per essere utile non che gradito ai savii edotti, quantunque per avventura disadatto all'incolta plebe. Ma cosa  mai, onde non fossero per tornar pericoli e danni, semprech ne abusi lo stolto e l'imprudente? E quali non ridondano, invece, comodi e vantaggi dai destrieri, dall'armi, dagli attrezzi del campo, e dai brandi s micidiali nella destra del malvagio, mentre ne ha l'uomo assoluta necessit? Tutta la bisogna consiste nello scernere a dovere il vantaggioso dal superfluo; estremi, fra' quali vorrebbe stabilirsi un ordine di mezzo, che fosse devoluto unicamente ai dotti.
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Scrissi la dialettica nell'unico scopo d'insegnare altrui come dar forme naturali, e somigliantissime al vero, a quegli spettri, dei quali  fabbricatrice questa disciplina. E tanto mi piacqui alla riuscita del mio lavoro che posso dire lo promulgasse uno sfogo d'allegrezza e compiacenza, come di quelle che neppure mi accordavano pazienza ed agio ad emendarlo. A divolgare il compendio di terapia (196) invogliavami vaghezza di provvedere all'utile pubblico, frattanto ch'io mi stava maturando assai pi estesi lavori su tale subietto. Risguardo all'opera sull'immortalit dell'anima dir, essermi stato sprone ad imprenderla pi tosto l'amor della cosa, che non l'attitudine a ben giudicarne, allorquando la impresi.
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Ove per questa non soddisfi a s ardita e grave intrapresa, credo sar compenso all'insufficienza della medesima il secondo libro degl'iperborei. Dei dialoghi uno lo dettava il bisogno di quindi alleggiare il peso della sciagura, che s m'opprimeva; l'altro il dettava la brama di rintuzzare le umana stoltezza: e concorsero s l'uno che l'altro a produrre due coppie di incentivi contrari fra loro; il dolore, cio, ed un'insana volutt, brama da stolto e paura. Il sensale fu opera di voglia impetuosa e d'un primo getto di penna. Nel memoriale poi non mi fu d'altro n uopo n meta, se non di scrivere il fatto.
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I quattro libri del manuale (197) di medicina costituiscono tal opera che in s cape ristretto quanto v'ha mai fiore o frutto nello scibile medico; talch, siccome ti pu essa dispensare dal consultarne altra qualunque ove ben compresa tu l'abbi, cos tienti per fermo che, ogni qualvolta non la comprenda, o non muovano da essa i tuoi studi, non avranno questi alcun costrutto. A poi scrivere i commentari sui libri del vitto, nei mali acuti, mi spinse il desiderio di svelare la dottrina solida e ragionata, per la quale non solo decidere quali sieno fra queste infermit le suscettive di guarigione; ma s eziandio conseguire in tal caso lo scopo. Della qual promessa credo sar garante la molta e, come dissi, notoria felicit, che m'ebbi nella cura di siffatte malattie.
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Quantunque non giunti per anco alla meta i libri sulle orine, fanno essi per fede a quest'ora di quanto sia grande il magistero della natura, che tanti prodigi raccolse in cosa di apparentemente s lieve momento, e che si manifesta egualmente maravigliosa nelle parti che nel tutto, senza mai derogare alla sublime sua semplicit. Ai quali prodigi per quanto fosse arduo il fare ovunque ragione, massime nell'imitarli coll'arte, l'opera  per elaborata in maniera da bastevolmente corrispondere allo scopo; ed i molti esperimenti, dei quali vi  reso conto, sono quali si volevano a conseguirlo. Venendo ai libri sui medici contraddicenti, credo avere in essi attinte le dubbiezze dell'arte, quante mai sono: e, sebbene mi attaccassero alcuni, perch mi arrogava risolverle, non so tuttavia condannarmene. Come condannare altronde un divisamento, che si approv e piacque allor quando fu preso? O perch l'avrei preso diffidandone? Ma ho deciso e non cangio, poich stimo applicabile alla maniera di risolvere certi quisiti la sentenza, che dice:
Solo  poeta chi diletta e giova (198).
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Risguardo all'avere scritto sui giuochi, perch se ne sarebbe astenuto chi  giuocatore, tirator di dadi e scrittore? Tutt'al pi si dir che al bruciore si conosce l'ortica (199). 
Dappoi averla ripartita in tredici, ridussi a soli sette i libri della scienza divinatoria (200); ed a questi risguarda in parte, come attegnente alla medesima, la fisionomica; nella quale mi fu maestro Girolamo Visconte. Diresti Svetonio portare quest'arte a' cieli, tanto  largo d'encomi con essa: e nel vero che, lasciando per ora da banda s'ella costituisca una dottrina vera o fittizia, vi ho rilevate alcune tracce di verit.  per difficilissimo applicarne i precetti alla pratica, tanto per l'inganno, cui devi ad ogni momento aspettarti, per la s naturale agli uomini abitudine d'infingersi, quanto per la copia, incostanza e variet s dei criteri che delle facili mutazioni di fisionomia.
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I paralipomeni andarono salvi essi pure dalla s nuova che antica rovina; quantunque altra non osservassi ragione del cancellare o distruggere, tranne l'abbonimento a tutto quanto confuso appare o scritto senz'ordine. Eppure nei paralipomeni mancava ogni scelta, come in quelli, nei quali vedevi alla rinfusa le pi sublimi colle intime cose, il basso ed informe frammesso col nitido e purgato, l'utile col dannoso, la ragione coll'assurdo, ed i lavori meglio digeriti, o preparati a bello studio, con quanto dettava il caso e fosse gittato l come vien viene. Cos che, per quanto vi cancellassi o sfacessi, non avrei mai sperato possibile di emendarne in maniera le reliquie, perch dovesse risultarne un tutto aggiustato.
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Sul conto poi dei libri e scritti annichilati, parvemi comech prestassi miglior ufficio agli amici e protettori, disperdendoli, sinch vivevano i testimoni dello averli s composti che distrutti; e li distrussi (ci che pi rileva), perciocch di gran lunga maggiore lo sparagno, e migliore l'uso del tempo, in compor cose nuove, non che maggiori di numero, e pi comprensibili e durevoli nella stima dei posteri, che non emendando le abolite per la sola vaghezza di farne mostra. Imperocch mi sembra sopra tutto pregevole nella vita il non lasciar luogo a desiderare nulla di quanto pu aspettarsi dall'opera e dal consiglio dell'uomo dabbene. Ed  perci specialmente che mi diedi a scrivere s dell'invenzione che della maniera di compor libri, non che di quelli degli uomini celebri, trovando giusto e doveroso il confermare coi fatti quanto lodava con parole.
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L'inno e le vite (201) furono per me stese, onde attestare almeno dell'animo conoscente a quelli eziandio, dai quali riconosceva ricevuti nel fatto assai benefizj. I commenti (202), ond'ebbi cura d'interpolare una di queste vite, sembravanmi doversi non solamente frammettere alle cose, delle quali si giudica o sente l'utilit; ma esigere questa s perch ne faccia fede in tal modo chi la sente, s perch dinoti avervi atteso con quanta vi si vuole diligenza. Altronde siccome ci che ne' libri predomina, e ne costituisce il maggior ornamento,  sempre il sublime, cos ogni qual volta vi trascorressero errori e non sia chi li rilevi, o rischiari (essendovi) le cose descritte con accuratezza forse minore dell'uopo, si rallenta e stanca la curiosit ed attenzione di chi legge, le stesse opere pi cospicue perdono della competente loro autorit, e ne viene gravissimo danno al comun bene.
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So che l'esempio s d'Aristotele che di Galeno mi avrebbe fatto ragione a praticare altrettanto anche nelle altre mie opere; ma stimai qualmente ci fosse assai pi necessario a que' maestri, come a quellino che trattarono delle cose in generale, che non sarebbe stata giusta e dicevole, nel caso mio, una tale sollecitudine, poich non mi occupava che di argomenti speciali. Non fu tuttavia minore la mia diligenza nel libro sulla miglior maniera di vivere (203); nel quale non avrei saputo altrimenti n serbar memoria delle cose passate, n le sciagure presenti ricordare, n trovar modo per cui premunire dai pericoli, che imminenti minacciano il tempo avvenire. Ch se avessi tenuto altro cammino, sarebbe stato lo stesso come se mi fossi raffigurato immortale, ragionando una vita s labile, o se avessi preteso di morire senza esperimentare della vecchiezza i disagi, oltrepassando pure i confini dell'et giovanile, o che aspirassi a farmi credere sempre tranquillo e sempre costante nel tumulto continuo d'ogni cosa, e nel bel mezzo di una interminabile rivoluzione. 
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Le indicate or ora circostanze credo saranno bastevoli per fare scorto il lettore sui tanti altri casi e sulle infinite molestie, che irreparabili, anche pi di queste prefisse il destino alla vita dell'uomo. La somma di tutto si  che doveva essere ogni cosa che accade, niente meno che lo doveva il morire di coloro che mi appartenevano. Ma nol doveva in quel modo che avvenne, dirai. Che importa? Il circolo degli avvenimenti  sempre lo stesso e non cangia. Che se replichi non dovesse il tale o tal altro accidente succedermi allorquando successe, ti risponder di bel nuovo: Che rileva se poco prima o poco dopo?
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Come non  mai stata n tranquillit n pace per gli uomini, cos non  mai dubbio che alcuna ve ne abbia giammai. Metti a paragone le cose, che ora intervengono, cogli avvenimenti e colla condizione dei tempi, dei quali scriveva Polibio; e vedrai che se quelle potevano dirsi calamit, pu alle vicende attuali convenire pareggiamento e nome di gigli o di rose. Nulla di sicuro a quei tempi, ne' quali era giuoco lo spogliare altrui d'ogni cosa, e non avevan mai fine le stragi e la schiavit. Or fosse pure altrettanto ai nostri, qual non avremmo, sconosciuto allora, compenso alle traversie di quaggi nella fidanza e contemplazione di una vita eterna e beata? Qual che pur fosse dunque per accaderti sciagura, purch ti affidi a cotesta e di simil fatta considerazioni, vedrai che tutto ha ed ebbe sempre la stessa origine, che a tutto fu sempre comune il fine medesimo, e che non cangia per et il tenor della fortuna; eccetto che a noi rimane per cui rallegrarci di quanto sar di noi dopo morte.
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Sono per di quattro specie inganni, che, siccome dissi pi sopra, c'illudono. La prima  il reputarsi per noi essere alcunch di solido e durevole nella vita medesima. Ma quantunque si abbia in ci risguardo alle azioni, tuttavia non  posto mente al nulla esservi di sempiterno e neppure diuturno quaggi. La terza (204)  che l'anima invecchi, anche ammettendo sopravvivere ci che pensa; poich si reputa effetto inevitabile dei destini comuni ad ogni corpo l'invecchiare. Io per dico non invecchiare il gran nulla di quanto  in noi. Non l'anima certamente; giacch rimanendo sempre immortale ci che la costituisce (205), parmi debbano esserne immortali eziandio le opere. Il corpo neppure, se vero  ci che insegnano i filosofi, specialmente platonici, quando si appellano al loro Fedone, in cui si dichiara il corpo non essere parte sovrana dell'uomo.
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Che l'anima non invecchi nell'opere, ne fanno fede s l'essere queste le prime ad appalesarne l'esistenza, e s la somma loro perfezione, in quanto se ne considera la sorgente: n osta perch le si possano impedire; come conseguenza, questa, della variet delle medesime. Imperocch, siccome il sole non manderebbe luce, se lui non prestasse l'aria il mezzo, ed essendo questa la causa perch desso illumini gli oggetti, cos un difetto nell'aria potr impedire l'illuminazione del sole. Con che penso avere dichiarato lo scopo e la ragione d'ogni mio divisamento nell'opera, dalla quale mosse il discorso.
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Secondo fra i libri di uguale non meno diligenza che argomento  il memoriale; come quello in cui  divisa e distribuita nelle sue parti la dottrina raccolta nell'opera sul miglior genere di vita. Dir anzi che nel memoriale vi troverai per avventura maggiore conforto, e senza forse per cui giovarti o tirarti d'affare in qualunque mai condizione ti riducessero i destini.
Terzo nell'accuratezza  il manuale; opera che pu servire non solo al profitto, ma s eziandio all'onore dei medici; per non dire di quanto vi si dimostri eccellente l'uffizio loro di piet non pure, che l'opportunamente prestarsi ai propri doveri, e del rilevarsene in essa di grandissimi ove altri non si reputa obbligato n punto n poco. Che se tanto  grata soddisfazione all'architetto l'essersi consapevole di avere innalzato un edifizio, giovandosi assai meno del caso che della ragione, quanto non sar pi dolce la compiacenza del medico nel sentirsi conscio di avere salvata la vita di un uomo, non che in conoscere quanto sia il valore positivo dell'arte cui professa, e quanto sia esso valente in praticarla?
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Viene in quarto luogo l'opera (206), della quale menarono tanto romore gli scrittori, secondo che li mosse piet per l'autore, o smania di allegramente scardassarlo. Se per sapessi di avere con tal opera infardato chicchessia, e s'ei non credono quanto me ne rimorderebbe in tal caso la coscienza, come osano tuttavia darsene spasso? Ma convien credere costoro appartenere a quelle razze d'animali, che o non si dilettano usare coi buoni, ma solamente con quelli ch'ei possono impunemente uccidere, siccome usano i ragni colle mosche, o solo si compiacciono del duro, perch vaghi di ridurlo in pezzi, unica ragione che rende s vago del ferro lo struzzo. Solch, mentre ch'eglino eccitavano sospetti su quei libri, e si avvisavano arguti abbastanza, onde scoprirvi co' loro artifizj cose, che niun altro conosce, il fatto poi li palesava ignorantissimi di molte ad altri notissime.
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I libri sulla conservazione della sanit, ed il secondo degl'iperborei, costituiscono la quinta e sesta delle opere in discorso, compiendosi dalla penultima la terza (207), e perfezionandosi coll'ultima la prima (208). Esse compongono un complesso di diciannove (209) libri, oltre i quali bramerei non ne restasse alcun altro; essendo in me sorto il desiderio di sentenziare i rimanenti all'ostracismo, dacch impresi a passarli un per uno in rassegna tutti quanti. N credo sar per farsi di ci maraviglia chiunque sa come anche Virgilio bramasse, anzi dichiar con espresso comando, perch, salve la Buccolica e le Georgiche, fosse condannata l'Eneide alle fiamme.
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Avendo gi espressa, quanto basta, la ragione che dettava i libri sulla natura, ed in parte accennata quella che m'invogli riportare il Teonisco agl'Iperborei, aggiunger che, risguardando questi ai costumi, ed avendovi seguito le traccie d'Aristotele, il quale nella sua Repubblica suppose lunghissima la tirannide, come quella ond'esso non dubit estendere la durata sin quasi al secolo, cos mi era mestieri dimostrare come in ci s'ingannasse il maestro. Altro poi non mi eccitava descrivere la mia vita, eccetto il desiderio di far fede altrui che, se mi accorsero vicende bastevoli a cavarne un libro e se necessit mi spinse a comporlo, ebbi per anche l'agio necessario all'impresa.
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Assai pi gradita, e meno facilmente contrastata che rispetto ad Aristotele, fu la compiacenza che m'ebbi nel rilevare come s'ingannasse, ed anche a maggior partito, Epicuro, quando ragiona sui denti: e sorse quindi motivo (210) allo sporre contro i mali, che s lungamente a questi s'apprendono, un metodo egualmente sicuro che lo sono, risguardo alle malattie acute, i per me indicati nei commentari sulle medesime. Rispetto alla lue delle Indie, l'essere stato consultato da molti per lettere su questa infermit, ed il trovarmi quindi gi presta una gran farragine di materiali sull'argomento non potevano che invogliarrni a trattarlo di proposito.
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Fra gli stimoli che molti e d'ogni parte m'invitavano a ragionare la maniera per cui tutelare la sanit, i principali furono i difetti, onde vedeva zeppe le opere di Galeno; il quale, piccandosi di esattezza e di fedelt all'ordine con che discorre le cose, ne lascia indecisa la maggior parte, moltissime al bujo, e tutte imperfette. N meno  vero, per quanto m'incresca il dirlo, ch'egli divaga cos spesso e si arresta e si perde con quelle sue fregagioni e con que' suoi esercizi ginnastici, da perci trascurare, comech di rilievo assai maggiore, quanto risguarda il vitto, anche dove gli sarebbe ovvio, non che opportunissimo il parlarne; talch pare non se ne ricordasse neppure in tanti volumi; anzi diresti aver egli al bello studio evitato d'insegnare qual vino ed in quale pi convenga fra l'et differenti, e quando agli ammalati ed ai sani. Tralascio dell'essere cos poco dicevoli ai popoli d'Italia e dei tempi, ne' quali viviamo, i costumi degli antichi, molto meno dei greci, e dell'avere per avventura cambiato coi tempi le cose. Della qual prosunzione ci tenterebbe il rispetto allo stesso Galeno, come a quello che, nel secondo libro degli alimenti, racconta i Cirenei nodrirsi della cicuta, come noi della rapa, se vero , come dice, ch'ei non ne ritraessero n molestia n danno. Aggiungi che neppure a Galeno era noto il magistero dei distillatori; poich non ancora scoverto in quella et. Ma lo stimolo pi valido era il bisogno di porre alcun freno all'autorit illimitata ed alla tanta preponderanza uno scrittore, del quale parvemi appunto venerare il pregio ed onorare la fama, rilevandone gli errori.
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Il libricciuolo, cui diedi nome di Atto, volendo rassomigliarlo ad una fregata (211),  gettato l per aggiungere alcuna scintilla di fuoco alle macchine gi in combustione.
Sarebbe del resto assai prezzo della fatica (e ne saprei buon grado a chiunque vi si accingesse) l'impresa di ridurre al tenore dei diciannove summentovati anche gli altri miei scritti, facendo man bassa di quanto vi s'incontrasse di meno ragionevole o necessario; siccome usava io pure in pi luoghi delle opere altrui, non che nella propria sulla variet delle cose. Bens che, nel caso, pregherei l'imprendente a ricordarsi che, siccome ai buoni almeno fra i libri  sempre luce la divina inspirazione, cos, ove avesse questa illuminato pure i miei, locch non  devoluto pi all'uno che all'altro fra gli scrittori, ricorderei, ripeto, per tre maniere diverse instillarsi la divina luce.
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La prima consiste nel gi dipendere ogni sapere da Dio, perci che i platonici avvisano rendersi l'umano intelletto capace di comprendimento la merc del sommo bene, che di s gli fa coppia ed, a s l'anima sollevando, la illumina. Pi ancora manifesta  l'altra maniera, quella cio, ove il divino splendore sparge qua e l ripartiti a foggia di scintille i suoi raggi: e, quantunque ne siano dubbiosi a torto alcuni della scuola di Platone, il nostro culto per ne affida i buoni, e non consente a nessuno il dubitarne. La terza  quella, quando alcune particolari combinazioni concorrono a far si che il celeste raggio rischiari l'umano ingegno: e ne sia prova ed esempio quanto non  guari che m'avvenne.
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In tempo che, onde compiere il libro sulla conservazione della sanit, stava scrivendo la storia della ferula, e perci la encomiava che amante (qual mi sono) delle specie ferulacee, era il d quattordicesimo del mese di marzo di quest'anno, quando passando io per la piazza dell'erbe, la quale qui in Roma  poco lontana dalla pescheria, veggo pararmisi d'avanti un vecchio, di toga non gi ma di ruvidi panni vestito: e questo si prova dissuadermi dall'uso del detto vegetabile, come da quello che atto fosse, com'ei diceva, giusta la sentenza di Galeno, a tosto uccidere chi ne mangia, niente meno che la cicuta. Al che rispondendosi per me, come scernere ben sapessi la ferula dalla cicuta, Ors, guardati, soggiunse il vecchio, perch so quel che dico: e ci detto scomparve, borbottando tuttavia non so cosa intorno a Galeno.
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Torno alla magione, ripasso le opere del Pergameno, e cosa vuoi? trovo il passo, cui non aveva mai posto mente; mi  mestieri cangiar consiglio e, quantunque non lo cangiassi che nel meno, ho per sostituito altro giudizio a quel di prima, e molte aggiunsi eccezioni sull'argomento. Perciocch mi convenne avvertire dei riferirsi all'impunit quandomai dei soli steli quel giudizio; di quando fosse l'erba raccolta in Italia; e del doversi, cogliendola, preferire quegli orti ne' quali abbonda il trifoglio, e non gi coglierla volgendo verso la state, ma quando appena muove la primavera. N onta mi trattenne dall'aggiungere, questo non essere medicamento con cui addomesticarsi pi che tanto anzi che mai abusarne, bens da solo ricorrervi ove lo richiede il bisogno e non osta la fredda intemperie. Ho pure avvertito chiunque temesse assaggiarne per il primo, come potr togliersi da ogni sospetto, rimestandolo colla zedoaria o col sugo di limone, o come imbeverne il pane cotto coll'aglio, affine di anticiparne lo sperimento sui cani o sulle galline.
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Alle quali cose avvertendo chi legge, son d'avviso essere da questa lettura per tornargli non lieve compenso di utili frutti: e, siccome lo spero conoscente a chi scrisse, come dissi da principio, cos mi fo lecito un secondo ricordo a chi torr inoltre a correggere i miei scritti, quello cio di riformarli, attenendosi alla legge d'Augusto. E sui pi recenti finisco dove mossi, avvertendo che, se fu nel comporli diversa la diligenza, non ne furono per diversi dei primi la dottrina e lo scopo.
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Capo 46.
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Di me medesimo.
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Mentre sto siffatte cose meditando, spontanea ricorre al pensiero la domanda, parmi anzi udirla qual obbiezione dalla bocca di molti, se in vista pure di tanti ora mali, ora beni, ora casi indifferenti, mi dolga il vivere tuttavia, o fors'anche l'avere vissuto. Del presentire la qual obbiezione o dimanda farammi ragione chiunque sa essere da stolto il non penetrare il midollo di quanto si dice, o non antivedere con quali ulteriori argomenti guarentire le cose dette.
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Ora le disavventure si riducono alla morte dei figli, a quella massime che fu s crudele, alla sterilit, stoltezza e dappocaggine loro, alla fisica inettitudine pel culto di Venere, alla perpetua povert, ed alle imputazioni e guerre sofferte. Arrogi a queste, bench pi disagi che sciagure, le infermit, la carcere, i pericoli e la tanto frequente non che a me ignominiosa prelazione di tanti. Ma, tralasciando i pi volgari fra simili disastri, e solo ai pi gravi alludendo, se non  infelice cui neppure sorrise di figli speranza, n mai aura spir di ricchezze o d'onori, come lo sarebbe un vecchio, non poi di tali favori orfano affatto? Perch non badare all'umilt dei natali, e non far di s paragone con altri meschini e dappoco, anzi che misurarsi con chi siede in fortuna migliore?
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Se mi  scorta infatti Aristotile nello starsi contento al proprio stato, e se mi considero possessore di tante cognizioni e tutte grandi e vere, anzi che del primo dolermi, ho ben donde stimarmi fortunato sopra qualunque altro nelle seconde. Che dir poi dell'avermi queste confortato a disprezzare, cogli stoici, le cose dei mortali, della messe che indi ubertosa coglieva; e del convincermi esse, bench gi nell'ultimo declinare degli anni, essere d'invidia non gi ma degna di compianto l'et giovenile? N pi che dei tesori del pensiero avrei per cui lagnarmi dei sensi al pensiero ministri, come di quelli che in me non languono cogli anni. Oltre che poi sarebbe a gran torto che mi chiamerei disgraziato ne' favori tutti della fortuna, solch pensi, come ne son certo, essere la natura umana partecipe della stessa divinit, non posso a meno che anzi reputarmi fortunatissimo.
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Se a chi gi si trovasse lottar colla morte, sopraggiungesse, qual giunse in tal frangente ad Ezechia chi lui fosse nunzio e mallevadore di altri dodici anni di vita, qual non sarebbe il conforto anzi l'allegrezza di quel moribondo? Certo poi che diverrebbe sterminata e finalmente immensa la gioja, se gli anni permutasse l'oracolo in lustri, e quando la dozzina facesse luogo alle centinaia. Che se basterebbe a trasportare il pensiero ben oltre a quante sono le volutt e le delizie di quaggi la certezza e fidanza di cosiffatto presagio, quando poi questo venisse, via progredendo, al mila ed alle centinaja di migliaja, credo non essere mente, che n valesse a tanto gaudio sostenere, n forse a tutto in s capirlo.
Ora cangiamo le migliaja d'anni e di secoli coll'eternit, e dimmi se pi sar per trovarsi alcuno, che n di querelarsi ardito fosse, n di speranza capace. Dirotti ben io che il vivere straniero a questa, sola, fra le speranze, defrauda con essa del frutto, che indi ridonda, e doppio quindi produce non che sicuro detrimento a cui manca tal fede. Se la merc di questa, pertanto, piacque all'autor d'ogni cosa far l'uomo, sarei per dire, immortale nella stessa mortalit, siccome sarebbe stoltamente burbanzosa non curanza quella dei doni, bench non meritati e gratuiti, onde ci  largo Iddio, cos credo non doversi considerare sotto altro aspetto la mia qualunque siasi condizione.
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Capo 47.
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Del mio genio tutelare.
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Sia che si denomini angelo, come solevano chiamarlo i Greci, o che lo esprima coi Latini la voce alquanto meno calzante di spirito, che presso ad alcuni assista, o presieda (212) loro un apposito genio,  cosa che oramai si ammette qual vera e costante. Ragionando altrove sul quale argomento, gi dissi di quanti, ai quali fu cortese il cielo del favore in discorso: ed, avendo ivi nominato Socrate, Plotino, Dione, Sinesio e Flavio Giuseppe, ora dico esser uno del bel numero anch'io. Aggiungo inoltre avere a tutti quest'inspirati arriso fortuna, tranne a Socrate ed a me; non ostante che ottima, ripeto, la mia condizione.
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Imperocch non  gi che sia questa prospera o trista, secondo che beneficente o perverso il genio; poich, sebbene malefici quelli che presiedevano ai giorni del dittatore G. Cesare, di Cicerone, d'Antonio, i Bruto e di Cassio, illustre suona di questi non pertanto la fama; senza eccezione a M. Tullio ed Antonio, a malgrado che assistiti ambedue da spiriti perniziosissimi a loro medesimi. Giuseppe invece fu segnalato e cospicuo per la nobilt dei natali, per virt militare, pel favore di Vespasiano, per sorriso della fortuna, s ne' figli, de' quali sopravvisse alla terza generazione, s negli averi, nella rinomanza, nei monumenti, e sin'anche nella guerra, tanto calamitosa ai suoi, e s perch dall'insania loro liberato, incolume dal mare in tempesta, e saggio per modo, in prevedere il futuro, perch gli tornasse a conforto non pure che a gloria la stessa cattivit. Tutto questo per non toglie che infernali fossero, a non dubitarne, gli spiriti, che presiedevano a suoi destini.
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Or dunque stimo essere ottimo non che pietoso il genio a me concesso: e, quantunque gi da lunga mano avvisto mi fossi di sua presenza, non  per che sul declinare del decimoquinto lustro della mia vita, quando cio impresi a descriverne i casi ed il tenore (213), che tale impresa mi scorse a comprendere qual esso tenesse ragione in farmi sicuro degli avvenimenti, che presti mi sovrastavano. Sono poi tanti, che me ne avvennero, e di presentiti al momento quando l'evento stava, per cos dir, sull'entrata, e di gi da lunga pezza conosciuti, e tanto costantemente, quanto a non dubitarne previsto per punto e per filo, in ogni caso, il quando ed il come avvenire dovevano, che, sarebbe un supporre prodigio assai maggiore il pretendere indipendente da ogni divino consiglio l'antiveggenza, che non sarebbe il farne merito al genio, che invigila i miei destini.
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Del che puoi leggermente convincerti, solch passi a rassegna le cose raccontate; alle quali ponendo mente, comprenderai come, prevedendo lo spirito alcunch d'imminente, me ne desse pronto e fedele avviso. Quando seppe infatti essere mio figlio per isposare la Brandonia Saronna il d seguente (poich troppo simile al vero averne il figlio data la fede nella sera che precesse) gli  allora che il genio destava in me quei siffatti palpiti di cuore, e li destava nel modo a lui specialmente manifesto, perch dovessero essi rappresentarmi sommossa e tremante la stanza (214).
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Vedrai anzi com'ei volesse di un evento famigliare avvertito eziandio il famiglio; poich il solo ch'ebbe meco sentore del terremoto, il quale non fu sentito per nessuno della citt, essendo che nella citt non era stato n tremuoto n scossa. N credere gi che fosse per deludermi l'annunzio, quando pure non avesse il figlio tal moglie sposata: giacch mi avrebbe quello indicata, nel caso, la grave altercazione, cui doveva in ogni modo costarmi il solo tentativo, per cui distornare dalle malagurate nozze lo sconsigliato. Che anzi allora m'avrebbe stretto anche pi giusto e maggior obbligo al genio, come a quello che m'apriva la necessit d'impedire un tanto malanno. D lo stesso di quando mosse nella carcere, tanto a me quanto al giovine compagno, la pietosa illusione di quello strepito, pel quale son di avviso che Dio stesso commettesse al genio di confortarmi nella fidanza in lui solo, e di quindi non solo sottrarmi da morte, ma dar poi senso ed aspetto per me di manna e di gigli all'assenzio ed alle spine (215).
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Essere straordinaria la possa dello spirito, che m' scorta, lo dimostrano tanto l'estendersi contemporaneo delle stesse apparizioni a pi d'un individuo, quanto il farsi dalle medesime inganno d'un sol tratto a pi sensi; come accadde in quella del Te sin casa (216). Ne fanno inoltre fede i prodigi affoltatisi nell'anno 1531; quando spruzzavano faville dalle infrante legna, ululava oltre l'usato un mansueto cagnolino e, fermato il volo sulla sommit della casa, gracchiavano a stormo i corvi (217). Perciocch risulta quindi libero e possente il genio a muovere, bench di raziocinio vuote, le anime dei bruti; siccome illudono le tenebre a quella dell'uomo, e terrore gl'incutono, e lo destano a facile speranza di gemme o d'oro, per qualunque di luce scintilla sfavilli nel bujo.
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Erano differenti e gi molte le schiere, nelle quali partiva l'antichit i suoi demoni: giacch, oltre la distinzione generale in buoni e tristi, sappiamo come quello di Socrate appartenesse agli spiriti proibenti, ed agli ammonitori quell'altro, che fu consigliero di morte a Cicerone. Ve n'hanno inoltre che disvelano l'avvenire coi sogni, colle apparizioni, cogli accidenti; altri che invogliano recarsi a questa o quella parte, o fanno ad alcun senso illusione, od a molti nello stesso tempo (218); e quanto pi ne illudono, tanto pi si denno reputare prestauti. Sono poi stromenti all'inganno gli oggetti naturali, o quelli che la natura trascendono; ed, a norma che valenti nel magistero di questi ultimi, debbono stimarsi prestantissimi, sopra gli altri, gli spiriti.
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Ora dir delle dubbiezze, quali potesse muovere taluno su questo subbietto; e sar prima la dimanda: Perch dovrei essere sugli altri prediletto con tal privilegio, e qual m ragione di tanta per me, fra tanti, sollecitudine? Ben sono lungi dal farne merito alla dottrina, che alcuni mi attribuiscono somma; dove che la cosa  forse all'opposto. Lascio per che altri ne accagioni l'ardore che nutro immenso per la sapienza e pel vero, il non cale in che tengo, anche povero, le ricchezze, od il non d'altro invaghirmi giammai che del giusto: quando non fosse o perch mirasse Dio a farmi scorto per tal mezzo, essere io di tutto a lui solo, a me di nulla debitore, o perch si celasse in cosiffatto privilegio qualche altro suo scopo, a cui penetrare non valga occhio mortale (219).
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Segue la dimanda: perch non fossero aperti e manifesti, quindi pi consentanei s alla brama che all'uopo, gli avvisi, e perch anzi tale il tenore delle stesse apparizioni, da indurmi ad inferire l'opposto a cui esse parevano aprirmi. Come infatti argomentare che mi chiamassero a tutto riconoscere da Dio, ed a risguardare a lui solo, bench rappresentassero tutt'altro che Dio, gli strepiti confusi della prigione (220), che nel vero spiravano pi sdegno e spavento che non piet e favore? Perch avvisarmi di tanto con apparizione s equivoca, nulla ostando a che fosse questa evidente, o perch non manifestarmi anche meglio, mediante un sogno, s grave bisogna? Ma era forse cos mestieri, s a svelare oltre l'usato premurosa di me la provvidenza e s ad esprimere il peggio, che tuttavia mi sovrastava; raffigurando in quel frastuono i nuovi ostacoli e contrasti, e le nuove trepidazioni ed ambascie nello stridore dei cancelli.
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Se poi chiedi a che necessarie le tenebre, dirotti: primieramente a convincerne opera essere divina l'apparizione, in secondo luogo a precluderne, colla luce, ogni mezzo pel quale impedirla. Ella  dunque da stolto la sollecitudine, per non dire arroganza, di prematuramente conoscere siffatti misteri, e pi che da stolto il pretendere giudicarne, mentre di tanti strati  tessuta e s fitta la cortina, che li rende impenetrabili all'umano accorgimento. Oltrech poi ne dilungano dalla vagheggiata comprensione tanto l'abitudine a falsi e perversi giudizi, quanto il lungo uso con oggetti affatto stranieri a cotesti, n potremmo alterare od evitarne l'evento, se vero il presagio, n avremmo, se falso, per cui ritrarne vantaggio. Stiamoci pertanto contenti a siffatte cose considerare come doni, quali ci fosse vietato agognare, quantunque larga e generosa la vena che li profonde.
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Dopo tutto questo sarebbe vano il far ragione del riescirmi affatto incomprensibili alcune apparizioni, come quelle del Te sin casa, e dello Stephanus Dames (221) D lo stesso de' vermicciuoli, che di tratto in tratto mi comparivano serpeggianti sul piatto, non che dell'oracolo di certo qual babbuino (222), che mi chiacchierava non so cosa di un quadriennio di vita. Non  per simile al vero che fallacia si nascondesse in tali accidenti, essendo palesi alla divina efficacia i motivi e le occasioni di tutto, e non trovandosi che potesse opporle contumace resistenza. Quantunque pertanto non fosse circostanza, in tali prodigi, che me ne rendesse certo il significato, ha per maggiore sembianza di vero, la causa loro, cio lo spirito in discorso, muoversi ed agire con iscopo ed ordine determinati, siccome avviene d'ogni cosa nella natura; la quale sappiamo non deviare dalla sua carriera neppure allor quando genera mostri.
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In quel modo poi che provvengono questi per vizio nella materia, conviene argomentare lo stesso delle produzioni analoghe dello spirito; cui non so altronde indurmi a reputare di natura pi elevata che l'intelletto, come so anzi l'intelletto indursi leggermente ad errore dai mezzi, pei quali agisce o viene affetto egli stesso. Rispetto al quale gi vedi essere mezzi ed instrumenti, sotto questo rapporto, anche gli spiriti o geni tutelari. E siccome in certi anni veggiamo copia di produzioni anomale, al nascimento delle quali si oppone altre volte la vigora del sole, cos le imperfezioni degli apparimenti, e gli errori che s'incontrano in argomentare dai segni loro l'avvenire, possono essere la conseguenza di ostacoli o d'influenza qualunque, per parte s di alcuna forza celeste, corporea, si anche dell'anima; ove tu preferisca l'anima considerare quale istrumento e mezzo al genio produttore di quegli apparimenti.
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Che se opponi le anomalie nelle produzioni consistere nell'azione per vizio della materia, ma gli errori, dei quali si tratta, risguardare all'azione per difetto della volont, rispondo che, in quanto lo spirito  immateriale, anzi appartiene agli esseri ottimi e dipendenti unicamente da Dio e dalla di lui volont (siccome insegnano i teologi, allorch ragionano degli angioli buoni), esso non pu ingannarci, e deve quindi aversi per giusto quanto  per lui dimostrato che sar per accadere. Non hai anzi dritto per cui l'errore imputare neppure alla natura, poich dal di lei autore disposta e diretta in maniera da non potere se non significare adequatamente all'anima quanto essa percepisce dallo spirito movente le apparizioni. Solch non  sempre ugualmente ben disposto (a ricevere od informare le immagini) lo stromento o mezzo qualunque, onde si giova lo spirito ad instruzione od avviso dell'anima.
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Dato pertanto che sia difettosa l'aura, l'esalazione, o qual altra mai cosa pu servire di mezzo all'apparimento, eccoti questo imperfetto nella forma, quindi apportatore d'immagini o fenomeni diversi da quelli, che vorrebbero tanto la natura dell'apparizione, quanto lo scopo, cui si prefigge con essa lo spirito: ed  la natura che o non conosce, in tal caso, dello spirito le mire, o di per s medesima s'inganna. La sola differenza consiste adunque nel non essere sempre atta la materia, come dicono i filosofi, a ricevere la forma: o, se preferisci a stare coi teologi (che ne fanno assai facile carico ai nostri misfatti), nel non per avventura prestarsi all'uopo il divino volere.
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Del resto non vorrei che tutta questa ridondanza e ripetizione di cose ne imponesse alla moltitudine sulla qualit e maniera del mio sapere; quasi che o dal genio, che m'assiste, provvenisse tutto quanto, di cui m'ebbi contezza, o non fosse cosa di che non l'avessi. Imperocch se, nel primo caso, mi sarebbe stato vano e sterile corredo quello dei sensi, l'assurdo risalterebbe anche pi grave nel secondo, come quello che mi porrebbe a paro con Dio: mentre che, posto il mio sapere a paragone colla scienza di quanto  immortale, sta come l'ombra d'un omicciattolo con quella di un immenso edifizio.
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Sono di tre maniere cognizioni: e la prima, quella cio, di cui gl'imperiti ed il volgo avvisano in me gran dovizia e perci mi portano a cieli,  la scienza delle molte cose, l'apprensione delle quali acquistano i sensi, quindi la rinfranca ed estende l'osservazione.  poi di due specie questo prim'ordine di cognizioni, secondamente cio che le si riferiscono alle cose quali sono e non pi, o che s'indaga il perch di ciascheduna: e siccome della maggior parte basta il saper che vi sono, cos ho reputato non fosse prezzo della fatica l'investigare le cagioni di siffatte minutezze.
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Riserbato agli oggetti pi elevati, lo studio delle cause costituisce la seconda maniera di cognizioni: ed, applicando a tale studio le scienze relative ai singoli oggetti, siccome il sapere, che ne risulta, sale dagli effetti alle cause, perci si appella dimostrazione. Di questa mi giovo affine di progredire all'amplificazione; quindi all'illustrazione (223); la quale dalla cognizione particolare mi scorge all'universale: cui per altrettanto pi di raro conseguiva cogli artifizi delle scuole, quanto assai pi spesso l'acquistai col soccorso del genio tutelare. Ed essendo questa la scienza, cui specialmente vagheggiano e stimano i dotti, come quella che pare ad essi procedere dal lungo uso e dall'erudizione, quindi  che presso i pi ebbi fama di studioso non che di valente nella reminiscenza; dove non  forse prerogativa, onde sia meno fornito che di questa.
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La terza  la cognizione di quanto n ha corpo n va soggetto a perire; cognizione cui tutta riconosco dallo spirito che mi presiede: il quale me ne fe' dono la merc della semplice dimostrazione, voglio dire data la causa; quando nulla di pi certo che il sapere dimostrativo. Non  per che le cose debbano essere sempre le stesse che furono gi tempo; essendo questo un principio, che men e mena pi volte all'assurdo: imperocch il risultare l'angolo esteriore uguale ai due interni, a lui contrapposti, non  gi cagione ma solamente prova dell'uguaglianza. Dal che ne viene, la pura dimostrazione (224) aver luogo soltanto rispetto alle sostanze, tanto corporee quanto incorporee: il perch dessa compete alla filosofia s divina che naturale, non per alla matematica; la quale non iscorge ma serve alle cause (225). Del che si dorranno i matematici; ma il fatto non  altrimenti: perciocch il conoscere che una cosa  in tale o tal altro modo  gi con ci stesso il motivo, per che possiamo construire una dimostrazione. Dite altrettanto rispetto ai problemi e persino agl'idiomi, anche senza l'attitudine a parlarli; giacch tanto le quistioni, quanto i linguaggi; occorrono a cui n tampoco vi pensa.
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L'amplificazione poi, e la lucentezza, parte furon opera dell'esercizio, parte largizione del genio; la seconda specialmente, alla quale mi tenni per oltre otto lustri, anzi che ne fossi pienamente al possesso (226). Il perch non mi faccio scrupolo a dire, qualmente s l'attitudine allo scrivere, s quella del professare all'improvviso della cattedra, furono in me tutta opera dello spirito e della luce. Ben  vero altres che il genere di sapere, al quale debbo tali attitudini, mi fruttava sinora pi invidia che nome dagli uomini, o se pur fama ottenevami, era sempre inadequato per non dir nullo il vantaggio.
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Non per me ne duole; poich n lieve n volgare la volutt e compiacenza che indi mi deriv: talch penso avermi tal sapere prolungata quindi la vita. Esso inoltre mi tenne luogo di agio e ristoro ne' bisogni e nelle fatiche, di soccorso nelle calamit, e di tanto nelle sciagure conforto che, ove pure non lo avessi confermato necessario ad ornamento e decoro delle altre buone qualit, stimerei s doviziosa e trascendente cotesta, perch bastasse non solo a superarle una per una, ma s pure a pareggiarne la somma; e sarei per crederle tutte in essa raccolte. Che il fatto sia cos non v'ha dubbio: forse m'inganno sulle cause, alle quali mi parve doverlo attribuire; su di che mi rimetto ai pi saggi, voglio dire ai teologi.
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Capo 48.
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Di quanto uomini celebri attestarono sul conto mio.
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Qualunque pur fosse il mio valore letterario, i quattro pi illustri, fra quellino che ne fecero fede, appartengono al novero de' miei nemici. Non  infatti chi non sappia celebratissimo essere Matteo Corti, per il primo; dal quale prendendo consiglio il senato su cui rivolgersi ed un successore trovargli (227), esso mi propose qual ottimo, e tanto minore a nissuno, quanto pari all'uopo e maggiore di qualunque aspettazione. L'altro  il Delfino che, sebbene mi seguisse appena secondo fra i professori nel merito e nella fama, essendo nondimeno quistione sulla pubblica piazza di chi fosse per surrogarsi al mio posto, in caso che me n'andassi, disse degli studenti al cospetto non pure che al mio, che sarebbe salito alla cima di tutti, venendo, il Montano (228). Al che siccome risposi come stata gli sarebbe assai dura bisogna il competere con un maestro s abile, che il Montano, a popolosa procacciarsi la scuola, mosse il Delfino le seguenti parole.
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"In quanto al primo posto non sarei mai per cederlo ad alcun altro dopo di te, quando pure venisse a rimpiazzarti lo stesso Galeno: e, rispetto al secondo, me ne sto pi contento ed onorato a questo, avendoti collega, di quello non mi starei al primo, essendomi competitore chi altri si fosse. Risguardo poi al dover tornarmi dura la nuova competenza, credo non potrei mai pi disastrosa indurarne che teco; dacch n pel favore de' pi cospicui personaggi, n stante l'adoperarsi di tutta questa citt e di tanti altri uomini celebri, e neppure coll'essersi fatta grazia per ci ai banditi, non mi fu mai concesso di ottenere una corona di uditori, che appena pareggiasse del terzo la tua".
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Ancora pi emulo, e competitore ugualmente che il Delfino, segue terzo il Camuzio, come quello che si lagna in uno de' suoi libri altamente, comech venga s di spesso citato il mio nome, quasi non per altro se non per contrapporlo a quello di Galeno. E trae da ci conforto che da s lunga et guerentita la fama di un tanto scrittore, non che affatto spenta ogni men giusta invidia contro di lui, e s grande il numero di quanti fan ecco alle di lui dottrine; poich sarebbe altrimenti mal sicuro a cui fosse per toccare fra i due la palma. Il libro, in cui si espresse il Camuzio in tal guisa, gira per le mani di tutti.
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 quarto il patrizio veneto e pretore di Padova Sebastiano Giustiniani, uomo in tutte scienze versato, e caldo sopra tutte amatore delle umane lettere, non che degli studi filosofici e teologici; oltrech reso gi chiaro dalle molte legazioni a lui commesse da quella sua repubblica. Era questi spettatore nell'estate del 1524 ad un solenne arringo accademico dell'universit, nel quale aveva, tra gli altri, argomentato Vincenzo Maggi da Brescia, quel desso che non istette guari a coprire la cattedra di filosofia in Ferrara. Poich il disputare di parecchi fece luogo al mio, e poich il Giustiniani l'udiva, dimand chi fossi; al che fu presto chi me gli annunziava milanese di patria, Girolamo Cardano di nome.
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N prima ebbe fine la disputa che gi ordinava il pretore a chi me gli rendesse vicino, quando al cospetto di tutta l'accademia diceva: Non desistere dall'impresa, garzone, che ti metterai sotto il Corti: ed essendo muta in me la maraviglia, per ci che inaspettato l'avvenimento: Giovinetto, soggiunse, m'intendesti? Gli  a te che dico studia, e ti farai maggiore del Corti. Quanti erano presenti rimasero d'alto stupore compresi; tanto pi essendomi non solo straniero ai sudditi di quel dominio, ma s anzi di citt non amica, stanti le guerre che gi da pi anni dividevano i nostri principi dalla veneta signoria.
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Sin qui delle prove in parole. Rispetto agli scritti, per quanto sia consapevole a me stesso di ometterne gran copia fra quanti, ne' quali  non meno lusinghevole di me testimonianza, ho tuttavia preferito a non accennare qui sotto se non gli autori ed i libri, la respettivamente maggiore pubblicit e rinomanza dei quali rendesse prezzo dell'opera e giustificasse nello stesso tempo il cost appellarsi ad essoloro (229).
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Delle testimonianze, a mio risguardo, ne' libri.
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1. Adolfo Crangio, contro il Tritemio.
2. Adriano Alemani, sull'opera d'Ippocrate de are, aquis et locis.
3. Andrea Vesalio, nell'apologia contro il Pozzi; per sotto il titolo di Gabriello, figlio di Zaccaria.
4. Andrea Tiraquello, giureconsulto, ove discorre della nobilt, e nel libro sulle leggi matrimoniali (230).
5. Angelo Ferrerio, nell'opera sul mal francese.
6. L'autore delle annotazioni sul Mercurio intorno alle nascite (231).
7. Antonio Mizaldo, nel libro intorno a la simpatia e l'antipatia.
8. Amato Lusitano, nei commentari sopra Dioscoride.
9. Andrea Baccio, nel libro delle acque termali ossia dei bagni; dove per lo mosse livore a su di me ragionare, siccome gli ho dimostrato a suo tempo.
10. Andrea Camuzio, promulgando la disputa onde feci parole pi sopra (232).
11. Antonio Maria, o per dir meglio Marc'Antonio Majorago (avendosi egli attribuito un prenome diverso dal proprio), negli antiparadossi, alla lettera A.
12. Adriano Torneb, nella lettera, cui esso premise alla interpretazione di Plutarco, sulla mancanza degli oracoli; dove per, avendo egli soppresso il mio nome, altro non fece se non che accusare, da stolto, s medesimo.
13. Il Brodeo, nelle miscellanee.
14. Il Buteo, nella sua pietra da molino (233); dove mostra di non sapere n macinare, n insegnare altrui quel mestiere.
15. Carlo Clusio, nel libro sugli aromi delle Indie.
16. Cristoforo Spagnuolo, nell'Itinerario del principe di Spagna.
17. La Cronaca di Gaspare Bugari, nella rassegna, ch'egli vi fa dei medici e dei professori.
18. Il supplimento del Sansovino alla detta Cronaca di scandaglio tra i medici ed i professori.
19. Conrado Gessnero, dappertutto.
20. Conrado Licosteno, nel libro sui prodigi.
21. Constantino contro Amato, massime ove ragiona delle pietre.
22. Cristoforo Clavio di Bamberga, nel terzo libro de' suoi elementi.
 23. Daniele Barbaro (234), nel decimo de' suoi Commmentari sopra Vitruvio, al cap. VIII.
24. Daniele Sanberchio, nel settimo dei problemi.
25. Donato de Mutis, nella esposizione di alcuni aforismi.
26. L'epitome di una biblioteca.
27. Francesco Alessandrino, nel suo Antidotario.
28. Francesco Flussada Candala, nella sua geometria; poich avviso tornarmi a gran lode il vitupero, con che ivi ragiona de' fatti miei.
29. Francesco Vimercato, nelle sue meteore.
30. Il Fuchsio, nel suo compendio di medicina.
31. Gaspare Peucero, nell'opera sulle divinazioni.
32. Gaudenzio Merula, nativo di Novara; il quale fu il primo a promulgare colle stampe il mio nome, nella sua opera sulla guerra d'Erasmo (235).
33. Giorgio Pittori, medico, ne' suoi libri, che sono molti.
34. Guglielmo Grattarolo, medico bergamasco.
35. Gabriello Falloppia, nell'opera sui fossili; bench vi compaia contraddicente a s medesimo.
36. Guglielmo Rondeleto, nella storia degli acquatici; sebbene parli di me non senza livore.
37. Gemma Frisio, nella sua aritmetica.
38. Girolamo Castiglioni, nella sua orazione in elogio della comune patria.
39. Girolamo Trago, nell'opera sulle piante.
40. Girolamo Mont, medico del re di Francia.
41. Giacomo Peletario, ne' suoi libri di matematica.
42. Giovanni Choul, nella storia della quercia.
43. Giovanni de Colliado, ragionando sulle ossa.
44. Giambattista Plozio, giureconsulto, nel libro sui giuramenti forensi (236).
45. Giovanni Schoner, nell'opera sui nascimenti (237).
46. Giovanni Cocleo, sul principio della sua storia.
47. Gioachimo Schelero, nella sua Isagoge di Giovanni d'Andalusia.
48. Giovanni Ceredo, nell'opera sulla elevazione delle acque.
49. Giovanni Stadio, nelle tavole ed effemeridi.
50. Giovanni Barros, portoghese, nel quarto libro della decade prima della sua storia delle Indie orientali.
51.Giulio Cesare Scaligero, contro i miei libri De subtilitate (238).
52. Giacomo Carpentario, nel commento di Alcinoo.
53. Il libro sui tumori, nel principio.
54. L'opera colletizia (239) intorno alle acque.
55. Il primo dei libri collettizj sul mal francese o sulla lue delle Indie.
56. Levino Lemnio, nell'opera sui secreti della natura.
57. Lorenzo Daniata, nella sua geografia, che sta per essere pubblicata.
58. Leone Soave, nel libro sull'arsenico e sull'orpimento.
59. Luca Gaurico, nel suo libro de' nascimenti, quantunque a malincuore.
6o. Matteo Abel, nella situazione del mondo (240).
61. Martino Enrico, assai difusamente, nelle sue quistioni mediche (241).
62. Melantone, sul principio della sua dottrina.
63. Melchiore Guilandino, prussiano.
64. Michele Seifel, nella sua aritmetica.
65. Michele Bombello, bolognese, nella sua algebra.
66. Nicol Tartaglia, che, dopo avere di me sparlato, fu astretto ricantare in Milano la palinoda.
67. Filandro, nel suo Vitruvio.
68. Pietro Pelna e Mattia de Lobel, nel libro intitolato Stirpium adversaria, al capo sull'ora e contr'ora (242).
69. Ranieri Solenander, nell'opera sulle acque calde.
70. Severino Bebelio, nel secondo libro sull'ambra.
71. Taddeo Duno, in un'opera particolare.
72. Valentino Nabod di Colonia, nel commento sull'Altabizio.
73. Il Vareo, nelle sue poesie vernacole.
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Quantunque mi tradisca la memoria sui nomi, so per di parecchi altri, che fecero di me argomento a diversi luoghi delle opere per essi pubblicate: siccome so che, di quanti avvisarono vituperarmi, non ve n'ebbe n un solo, il cui sapere trascendesse della grammatica i confini. Ci che unicamente ignoro si  quale tracotanza movesse costoro ad inscriversi di lor posta nel ruolo dei dotti; perciocch non furono che i seguenti.
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Brodeo (243),
Fuchsio (244),
Carpentario (245),
Torneb (246),
Rondeleto (247),
Buteo (248),,
Flussada (249), e
Tartaglia (250).
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Che se fra gli oppositori si contano lo Scaligero (251), il Duno (252), l'Ingrassia (253), il Gaurico (254),ed il Solenander (255), questi per non contraddissero che per vaghezza di fama.
Ora non pi di cui piacque ricordarmi, comunque, scrivendo; perch non sembri avere io di mira il far quasi ragione a chi dubit se altrettanto si menasse romore di Galeno, e forse dello stesso Aristotile, anzi che morte ne fermasse la gloria: dove che mi farebbe quandomai vincitore, al paragone, il favore della tipografia, essendo ai tempi loro straniera quest'arte.
Venendo alle testimonianze della voce, dissi altrove dell'Alciato (256), e com'egli usasse chiamarmi l'uomo delle invenzioni. Essendo per debito il tributare qui pure i primi onori a cos egregio concittadino, aggiunger come non passasse mai giorno, in cui non se gli vedessero fra mano i miei libri, quelli massime, ai quali  subbietto l'umana consolazione.
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Che se tale testimonianza crescesse di valore, trattandoci di nemici, di quellino massime la fama dei quali rende pregiata la stessa nimist, quante volte non si trovarono intenti a leggermi, senza neppure farne mistero, medici s famosi che Bartolommeo da Urbino ed Angelo Candiano? Risguardo ai titoli, mi fu appena meno lusinghevole di quello dell'Alciato, il sentirmi appellare l'uomo delle fatiche dal protofisico dell'imperatore, Ambrogio Cavanago.
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Ma chi fu sovra tutti liberale coi titoli (quantunque glieli avrei facilmente richiesti, ove non li avesse tributati spontaneo)  Giulio Cesare Scaligero, siccome quello che al mio qualunque ingegno non risparmi n il profondissimo, n il felicissimo, n l'incomparabile. Per quanto poi rodesse profondo livore gli animi dei professori di Bologna, di Pavia e d'altrove, non per mai valse a far s ch'ei sapessero dispensarsi dal nominarmi ne' loro pubblici aringhi e ragionamenti. Ma facciamo fine una volta per non pi seguire, chi sa fin dove, una chimera fuggevole come l'ombra di un sogno; giacch, se vane predicai tante volte le cose dei mortali, quanto pi non sar vana fra queste la lode?
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Capo 49.
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Sulle cose del mondo.
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Due sono le cause potissime della infelicit degli uomini. La prima consiste in ci che, tutto essendo vano (ripeto) e vuoto quaggi, l'uomo si fa costantemente alle traccie di alcunch di solido e pieno. Perciocch ognuno avvisa mancarne od averne bisogno; come ne fanno fede l'infermo, lo sterile, il mendico, lo sciagurato, non che il perpetuo loro lagnarsi comech manchino di sanit, di figliuoli, di ricchezze, d'amici. Dal poi non trovare, cercando, ne viene che l'uomo si corruccia; quantunque non si corrucci meno, trovando; poich s'accorge deluso nella cosa trovata, ed altra ne cerca; ma trova poi sempre che altro gli manca. Quindi  che, sul primo trono del mondo, Augusto lamentava la penuria degli amici e gi deplorava impudica la sua discendenza. Ora questi sono quelli che ingannano s medesimi. L'altra causa risguarda coloro che avvisano, di fatto, o fanno sembianza di ci sapere, cui tuttavolta non sanno. I primi abbacinano s stessi ed illudono altrui: i secondi non deludono che gli altri.
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A queste cause di mali, e gi mali essenziali per s stesse, ne devi aggiungere altre due, le quali per sono fortuite. Nella prima ti abbatti, se i luoghi e tempi, quando i tuoi giorni decorrono, si trovano in bala di leggi cos perverse, perch ne venga minaccia di naufragio alla repubblica. Imperocch, se tenti resistere alla piena, trovi arduissima l'impresa e di cure infinite ricolma o fors'anche da stolto; se poi ti studi evitarla, potr essere per avventura minore la fatica, non per il pericolo; giacch l'avere, i poderi, tutto  prezzo alle pubbliche calamit. L'altra circostanza fortuita  l'incertezza, che ti fa sempre trepidare sulla brevit della vita; per che il maggior numero perisce nel colmo de' suoi travagli, e fra le ricchezze accumulate per altrui godimento.
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Ora ben vedi quali e quante sieno difficolt coteste per tutti, e quanto pi gravi a cui gi muove insulto l'et cadente, o non  s fine che vuolsi accorgimento. N mi  mestieri dichiararti essere impossibil cosa agli inesperti, od a chi non vi pon mente, il superarle, non che rendersi esse via sempre peggiori, quantunque volte si chiami a soccorso della propria dappocaggine, o vi accorra spontanea, l'altrui stoltezza. Che se a quella ed a questa si aggiunge ignoranza di scopi, non  cosa che pessima non torni a s medesimo, e peggiore, se possibile, ad altrui. Il che valga per coloro che avvisano menomare tali difficolt, od alcun riparo trovarvi, raccogliendosi fra loro in socievoli comunanze.
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Alcune di queste si propongono a scopo Iddio e la morte: quello, perch da ogni inganno gli affidi, essendo gi straniero l'errore a chi del vero  sorgente; questa, perch, sommo essendo ed il pi sicuro fra i mali, stringa, merc la convinzione del confronto, ad avere in non cale tutti gli altri, e sia di conforto l'imminenza di quello, che sar per troncarli tutti quanti.
Ritenuto qual ottimo questo primo divisamento, merita il secondo posto l'avvertenza di appuntellarti a diverse parti, perch, se una ti manca o cede, non abbi a cadere con essa, e farti quindi schiavo e sostegno a cui gi signoreggiavi e commettevi te stesso.
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Il terzo avviso  di non apprezzare le cose in ragione del quanto, ma della qualit: essendo sempre da preferirsi alle grandi le minime, ove, di poco momento per s stesse le prime, ove guidano le seconde alle grandi o ne contengono i semi.
Essendo poi molte le cose, alle quali ti stringe il bisogno, e non adequata nell'uomo n l'opportunit, n l'attitudine, a tutte perfezionare o conseguirle, sia quarto precetto la moderatezza in quanto ne occupa, ed il non altro avervi scopo, tranne la necessit e la sicurezza.
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Non ti sia dunque norma l'eguaglianza, ma la ragione dell'equo e di quanto risponde all'uopo: e questa quinta regola ti additta il pregio e le cure, che si debbono alla virt ed alle ricchezze; in quanto queste abbisognano del soccorso di tutti, e quella ti rende da tutti indipendente.
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La sesta consiste nell'educazione de' figli, come in quella onde ridonda s gran vantaggio ai padri eziandio. Ma se perversa o stolta  l'indole de' figliuoli, se l'amore di precoce libert li rende contumaci, se anche provetti son tristi o dappoco, e bench uno solo tralignasse in tal guisa, o che ti rimanesse quel solo e in te declinasse l'et, sarebbe questa la massima delle sciagure. Se poi aggiungi a tutto ci la povert, le continue liti, la dispersione del patrimonio, e la cattivezza dei tempi, tranne che non oso di questi lagnarmi, avrai compendiata l'immagine dello stato in che mi trovo.
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Ove per ti vedessi ridotto a simili strette, oltre i sopra indicati rimedi, ven'hanno ancora due. L'uno  di raffigurarti quanto pi misero saresti se ti mancasse d'avvantaggio, come sarebbe nel caso, tuttavia possibile, che non ti rimanesse il gran nulla. L'altro  di affrettarti a fare incetta fra tuoi (quando pure dovessi rivolgerti alla nuora o ad alcuno degli agnati) di un qualche Scipione, che sia conforto e sostegno alla tua virt e costanza. Ove nella qual scelta non vadi errato, poich della massima importanza che non t'illuda questo ultimo rifugio, ei ti parr di essere come risorto a vita novella, dopo tante stoltezze o calamit, e ti sar libero e dolce il dedicarti tutto quanto alle tue bisogna.
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Conchiudendo pertanto colle brevi parole, onde mossi, essere cio picciolo e vano tutto quanto ci resta; e, premendomi farti scorto, come nel pi delle azioni, alle quali non si ha n cura n mente, ove poi la vi si abbia, le troviamo dipendere da quelle cose che si dicono del momento, fra i molti esempli che ho su di questo a me particolari, credo bastevole a chiarirtene il seguente.
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Nell'anno 1562 a d quattordici di novembre, se non erro, trovandomi a Milano, bench gi sulle mosse per Bologna, circa un sei giorni prima della partenza, dalle brettine, che servono ai calzari attaccare al farsetto e sostenerle, si spostava e smarriva un fermaglio d'oricalco: del che tanto meno mi curai, quanto pi mi si affollavano altre cure, onde a quella gita dispormi. Anzi fra la suppellettile degli arredi gi preparati, per meco tradurgli a Bologna, era un'altra mezza dozzina di tali coreggie; comech precisamente comperate il d prima che venisse a sconnettersi quella doccia d'ottone a fermaglio.
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Che vuoi? nell'ora in che sto per partire, anzi quando gi il cocchio saliva, me ne richiama quasi pi il costume che il bisogno di gettar acqua; ma poich s'ebbe questi prestato a quello, e sto per allacciare la brettina, mi sento intrigato, e non c' verso di venirne a capo. Ristucco della briga di cercare il fermaglio, penso pi spiccio essere il provvederne un altro, e percorro le botteghe nei dintorni della casa (essendovene tre l vicine, salvo errore), ma non se ne trova neppur uno.
. Esitante qual mi era su qual partito appigliarmi, ricorre al pensiero il fascio delle sei paja brettine lasciate nella cassa; ne chiedo al genero la chiave, rientro nella magione; apro, non senza qualche difficolt, comech artificiosa di ordigni tedeschi la serratura della cassa; ed ecco m'accorgo dimenticati colle brettine i miei scritti e libri tutti quanti; poich, anche prima di quelle, mi si affaccia la molto maggior mole di questi. Alla vista del gran fascio, da me ivi riposto per quinci esportarlo, partendo, rimasi, come dice Virgilio (257),
Stupido, senza voce, irto la chioma.
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Ripreso pertanto e recato meco il prezioso corredo, erano appena incominciate le mie nuove lezioni a Bologna, poich appena inoltrato il dicembre, quando mi giunsero lettere, le quali recavano sforzata di notte tempo la cassa, levatone quanto ancora vi capiva e perduta per sempre ogni cosa. Se non era dunque la coreggia, non avrei forse riuscito a sostenere la nuova cattedra, mi avrebbero quindi levato senza forse quel posto, e sarei stato ridotto a mendicare; se pure la sola perdita di monumenti a me s cari non era per corrucciarmi al segno da scontarla colla vita: come credo che non avrebbe tardato a succedere. Or vedi immensit di cosa, che dipese da un solo momento; e n'hai ben d'onde compiangere meco la miseria dell'umana condizione.
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Risguardo al prendere conoscenza dei costumi degli uomini, l'acquisterai unitamente a quella della coltura e dei progressi delle arti e delle scienze, mediante lo studio s della natura che delle leggi e degli usi, che servono a perfezionare tanto i primi, quanto le seconde. Quindi  che troverai semplici s ma ostinati e protervi gli uomini rozzi, e li distinguerai dalla facilit con che si trasportano agli estremi: non essendo fra loro n cattivi n buoni, ma sempre ottimi questi e pessimi quelli; atteso che non suscettivi di pervertimento i buoni, e da non si muovere a nulla, n vincere per forza di ragione o di convincimento i cattivi.
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Or non pi dunque maraviglia se intemperanti e turpi nella ghiottoneria costoro, se feroci e nefandi nel sacrificare a venere, e se crudeli oltre modo nell'ira; massime ove mossa dall'avarizia ne' poveri, e dall'orgoglio ne' ricchi. L'incolto, che torpe inoltre nell'ozio,  facilmente invidioso, nell'invidia maligno, e d'ordinario avaro: quindi s tenace del proprio chi vive schiavo in bassa fortuna, e s presti ad altrui derubare i potenti cresciuti nella tirannide, altrice dell'ignoranza e dell'ignavia. Questa poi confina colla sordidezza, ed  tanto pi sordido l'infingardo se anche libidinoso e ghiotto. Dove regna finalmente l'avarizia non alligna n amore n piet; ed  ben tosto crudele, semprech mosso dall'ira o dall'orgoglio, lo sdegno.
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La necessit e l'uso rendono l'uomo laborioso, e l'inopia ne aguzza l'ingegno. Ove poi le stesse leggi divietano al pigro ed ozioso il magistero delle arti, ed abbia onori l'utile fatica, e questa solletichi l'ambizione (siccome accade ove signoreggiano gli ottimati), vengono in fiore l'industria, le discipline liberali e le opere del genio; massime prestandosi la contrada, in cui vivi, alla variet ed amandola i cittadini. Nelle repubbliche invece, ove non si ha cura che delle ricchezze, n guidano agli onori le fatiche, n giovano questi a solleticare l'ambizione..

Ti ho raccontata poc'anzi una baja, per maniera d'esempio, e porto lusinga mi sarai cortese d'ascolto ad un'altra, bench di quelle che occorrono le mille volte. Ella ti mover forse alle risa: ma tant' che da simili bagattelle dipende assai volte la morte o la vita. Il fatto  fresco fresco; perciocch m'intervenne quest'oggi; che siamo d'aprile ai 27 nell'anno 1576.
Era in cammino per trasferirmi alla piazza, quando, essendomi d'uopo abboccarmi con certo gioielliere, alle cui stanze menava un viottolo angusto, entro il quale non capiva la carretta, giunto all'incrociatura, ove quello mette foce sulla strada, arresto il cocchio e dico al cocchiere (uomo alquanto balordo) che avanzi col traino sino al campo degli Altoviti.
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Esso risponde che s, avendo per inteso in altra parte, ove di fatto si reca. Reduce dall'accennata bisogna, non rinvengo il cocchio, e sospetto mi nasce del cocchiere andato invece alla piazza del Castellano: il perch muovo anch'io pedestre ver l, straccarico di panni, qual era, giusta il costume di quando mi lascio trascinare in carretta (258). Cammin facendo, incontro Vincenzo, il musico bolognese, che siccome amico, ed osservandomi a piede, poich smarrito il cocchio, si accoppia meco e fa compagno alle tracce del medesimo, sin dove credevamo raggiungerlo; ma non si vede n cocchio n cocchiero.
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Or pensa qual fu allora la pena e l'imbarazzo in che mi trovai, per essermi giuoco forza con quei panni, abbattuto gi dalla stanchezza, e dal sudore, ond'era bagnato, e cos digiuno ribattere ancora la via lunghissima del ponte. Sarebbe stato rimedio a tanto guajo il cocchio del vicino padrone; ma troppo v'erano motivi per distormi dal farne inchiesta, e troppo superiori al bisogno di farla. Mi commisi pertanto con preci alla grazia di Dio; pensai essere mestieri di sofferenza e di senno; e questo mi determin a retrogradare, in modo per di n soprastancarmi, affrettando il passo, n mai per istanchezza far alto.
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Non prima declinava per altro il ponte, che risolsi entrare dall'Altovito, sotto pretesto comech mi stringesse bisogno d'informarmi da esso lui sul cambio di Napoli: e tal pretesto mi apriva occasione ad alcun poco adagiarmi, sedendo. Perlocch volenteroso mi compiaceva sull'inchiesta l'Altovito, quando arriva il padrone, che fu motivo perch movessi tosto di l: n sono per anco arrivato sulla piazza, che ravviso il cocchiero; come quello che, trovato e fatto scorto per Vincenzo a dar volta, era fatto che giunto ad ivi aspettarmi, Rientro dunque nel cocchio, sebbene dubbioso del progredire o provvedere piuttosto al digiuno; allorch, frugando per le borse; mi abbatto in tre grani di zibbibo, che mi recarono tanto pi dolce quanto pi bramato ed inatteso ristoro.
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Or vedi che mi riusc di compiere quanto mi occorreva e, se vuoi, non senza piacere o soddisfazione. Ma bada inoltre a quanti concorressero momenti, onde secondare il successo. L'abbattersi cio del bolognese prima con me, quindi col cocchiere; l'avviso dato per esso a costui, onde si trasferisse ai dintorni della casa del banchiere; questi sciolto allora da ogni cura per accogliermi e darmi ascolto; la sorpresa del padrone che mi fa decampare di cost; il sortirne, incontrando il cocchio, e l'incontrarmi nel cocchio coll'uve di Corinto.
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Se le numeri, vedrai che sette furono le combinazioni contribuenti al successo: ed una sola, che anticipato avesse o ritardato per la portata o lo spazio di una coppia di parole, mi avrebbe ridotto agli estremi o cagionati per lo meno incomodi e molestie gravissime. Ben so che di simil fatta accidenti ne occorrono tratto tratto ad altri eziandio; e voglio anche ammetterli famigliari anzi che no: ignoro per altro se con egual copia di pericoli, se con altrettante circostanze momentanee, per le quali superarli, o se forse involte fra maggiori, al paragone, difficolt; poich veggo pochissimi essere coloro, che vi pongono mente, se pur v'ha chi ve la pone.
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Capo 50.
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Detti a me famigliari, da quando mai ridursi ad osservazioni, e carme funebre, per cui sventare alcune false opinioni.
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S'imprendano a preferenza quelle azioni, la ricordanza delle quali non possa mai rincrescere in veruna epoca della vita; e sieno tali che abbia da piuttosto abbandonarci la facolt che non la voglia di eseguirle: poich nella memoria di azioni cos fatte sta unicamente riposta la tranquillit. Sar inoltre meglio perch le opere imprese non importino cura veruna.
Fra gli opposti, abbiti quello per migliore, il lungo uso del quale arreca minore detrimento.
Ben diceva Sorano, doversi accettare da chi offre, non esiggere da chi non d.
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Nelle cose dubbie tienti a quella che di sua natura  pi comoda. Cos preferisce il medico i boli alle misture, come a quelle il cui uso non lascia egualmente misurarsi, e che, in caso di errori nelle dosi, pu nel curante produrre imbarazzo, e farlo declinare da quel contegno di gravit, cui esso deve sostenere.
Chi ricusa piegarsi alla ragione, operando,  bestia e perci meritevole di bastone, oppure che da essolui ti parta; giacch non  che l'uomo, cui muovono ad agire le sole parole, e che da queste sole si regoli e guardi.
I permalosi, gl'intrattabili, duri ed infingardi non sono egualmente inutili nelle cose del massimo impegno, che lo sono spesso in altre di minore importanza. Il perch saranno questi gli ultimi, dai quali guardarti e fuggire.
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Coi grandi, massime se potenti (essendo che la modestia od rispetto vietano il dir loro quanto pensi) starai contento all'espressioni: Mi recaste offesa, od: Ho per cui lagnarmi che offeso m'abbiate. Ai congiunti poi ed a coloro,che si prosumono tuoi futuri eredi, sar meglio che dica francamente:  questo il modo con che intendete assicurarvi de' miei averi? e li porrai, cos dicendo, nell'imbarazzo.
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Ad un tale, che rimproverava scarsa d'uditori la scuola, risposi, avere i librai maggiore smercio coi Donati, che non coi Virgilii; e, poich mi replicava essere io singolare nelle opinioni, soggiunsi lui, avere perci appunto fama e presso il liocorno.
Ad un giureconsulto, che pure mi faceva rimprovero di quasi che scarso il numero degli scolari, ho risposto, che spesso reca pi onore dei pochi la presenza, di quello rechi disdoro l'allontanarsi di altri parecchi.
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Ad un medico, il quale si millantava dei molti ammalati, non di questi, osservai, ma  mestieri di gloriarsi del guarirne il maggior numero. Il che dicendo, riserbava per un altro il toccarlo pi sul vivo coll'osservazione del tanto peggio pei molti, che dalle sue mani ottenevano passaporti per l'altro mondo.
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Esortandosi per me un giovinetto ad allontanarsi da certa qual brigata di compagni scostumati, vu mostrarti, gli dissi, una mela, che si guastava standosi ammucchiata colle altre, purch tu mi dia parola qualmente non mi farai pi vedere il mucchio, dal quale sortiva corrotta la mela.
A colui, che mi rimproverava perch mantenessi copia di fanciulli, ne ho doppio merito, risposi; che faccio del bene, e sento dirne del male.
La sapienza deve cavarsi dalla terra, niente meno che le altre cose preziose.
A cui mi pose con altri dotti a paralello, feci la risposta di Virgilio:
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Che poi, se questi osassero
Sfidar Febo a tenzone,
E vincerlo avvisassero
Del canto al paragone (259)?
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Ho spesso inculcato come che bastasse il meditare con ispeciale attenzione: Cosa  pi e cosa meno?
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 grande indizio di sapienza il possedere amico un uomo segnalato.
A cui mi dava del vecchio soggiunsi, vecchi essere coloro che Dio abbandona.
Nelle avversit recano soccorso gli amici, gli adulatori consiglio.
Al male si rimedia col bene, ma non con altro male.
So essere l'anima immortale; ma ne ignoro il come.
Sono assai meno debitore ai buoni medici, quantunque amici, di quanto lo sono assai d'avvantaggio ai cattivi, perci che scemassero, medicando, il numero de' miei nemici.
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Fatto scorto per alcuni, come di strano accidente, che fossero andate fallite le mie predizioni, trovandomi a concorso di altri medici di poco s valore che sapere, dissi che sarebbe anzi da maravigliare se, frammezzo a cosiffatti colleghi, avessi non pure colto nel segno coi pronostici, ma fatto altra cosa qualunque di bene.
Quando sei per accingerti ad alcuna cosa, rifletti allo stato in che sarai per trovarti dopo averla praticata, sia che te ne riesca o no l'eseguimento.
Un uomo celebre deve avere sue stanze nel sito medesimo in cui abita il principe.
Accogliete gli amici con lieto viso, poich ne sono degni; coi nemici poi mostratevi nell'aspetto, superiori ai medesimi.
Chi scrive cose indecenti, o senza garbo, fa come coloro che mangiano crudo ci che va cotto; perciocch si espongono a leggermente pagare di gravi molestie il fio di poca e fuggevole volutt.
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Degli uomini la fede va misurata in ragione dei comodi loro, a meno che di animo fossero affatto superiori alla cosa.
Ci, che soprattutto rileva nelle umane cose,  il ritrovare il termine delle azioni.
Veggiamo a' nostri tempi condannarsi d'ingratitudine, d'empiet e persino d'ignoranza i pi colti e costumati fra gli uomini, perci solo che non d'altro s'occuparono, tranne di cose presenti e soggette ai sensi.
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Quando sono per licenziare alcun servo, gli dico: Tu mi soddisfi, ma io non soddisfaccio a te; perci mi astringi a lasciarti andare.
A chi mi chiese, come diamine fossero cos stolti i miei figliuoli, essendo io cos saggio, risposi: Per non essere io tanto saggio, quanto eglino stolti.
Soglio assomigliare gli uomini avventurosi ai fanciulli, che scendono sbadatamente le scale, tanto pi facendone festa quanto pi numerosi ne sono i gradini, senza por mente a che vanno combattendo con altrettanti pericoli, e tanto maggiore precipizio affrontando.
Giova meglio preterire cento cose da dirsi, che proferirne una di quelle da tacersi.
Semprech ti prema distornare l'animo di un fanciullo da qualche cosa, non hai che a chiederlo di alcun'altra, sollecitandone la risposta, non perch soddisfi, rispondendo, alla dimanda, ma onde la premura del rispondere gli faccia dimenticare quella prima.
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A chi mi chiede: Che si fa in Roma? quello, rispondo, che si farebbe nella regia del mondo, e nell'emporio di quanto agli uomini appartiene.
A chi mi diceva: Non fosti in prigione? risposi: Avresti eguali motivi per andarvi tu pure? Un altro invece alla stessa dimanda ebbe la risposta: Cosa facesti che temi? ed era questi un codardo.
Non deggiono commettersi ai libri le cose, che non conseguirono lo scopo loro conveniente, o che non hanno per cui meritassero di essere lette.
Siccome devi essere calloso di cuojo anzi che no, allorch ti permetti un qualche motto scaltrito o mordace, cos abbiti egualmente calloso (260) e duro l'orecchio, semprech ti avvenga di udire altrettanto.
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Nel trattare gli affari non giova, quanto nelle arti e scienze, la conoscenza generica delle cose, ma importa conoscerne la quantit. Possiamo infatti prescrivere utilmente il rabarbaro a cui giace per febbre terzana doppia, tuttoch non sappiamo determinare la dose, che si vorr del rimedio, onde quella guarire. Ma, se in una causa forense non sa l'avvocato venire a' punti e confini determinati, sar meglio che si taccia o schivi di vedere il cliente.
Medicina del dolore sono le lacrime, dello sdegno la compassione. Essere poi effetto di necessit, s quelle s questa,  quanto a gran dovizia conferma la storia; la quale conforta in oltre ad impetrare, nei mali, rimedio dal tempo, essendo generalmente sollievo il tempo a quante mai sono disavventure.
Siati regola, ne' casi che ti occorrono, il contrastare ai vizi coi vizi, opponendo l'infingardaggine alla smania di litigare non che all'impazienza di esigere il tuo, allo sdegno la pertinacia, l'insulto e la fame all'orgoglio; e, rispetto a coloro che, non paghi di parole, si attentassero ingiuriarti od abbatterti coi fatti, usa in modo perch ne giunga sollecito avviso a cui regge lo stato.
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Semprech ti vuoi lavare, appresta prima il pannilino per quindi asciugarti.
Se mai ti fosse mestieri di vecchie per uso di ancelle, prima di riceverle in casa le chiederai se sanno cucire non che fare il bucato ed il pane; vedrai come stanno sui piedi e camminano, e cos ordinerai loro di accendere il fuoco. Oltrech devi gi lagnarti seco loro, comech il vino ti manchi, ed inquirirle in modo, se abbiano congiunti ed amici, quasi che bisogno ne avessi. Vorrai pure informarti se fu od  maritata la donna, quanti fossero i mariti ed i figli, e scandagliare sopra tutto il per cosa ed il come si dipartisse dal padrone di prima. Dietro le quali cose ti guarderai su quanto risulter doverti stare all'erta, ed opporrai gli opportuni ripari.
La prestezza  talvolta necessaria nell'agire, sempre pessima quando si parla da leggiero, e vuol essere moderata nel deliberare.
Non esigere quanto  di altrui diritto, massime trattandosi di potenti e signori. Chiedi ci che t'appartiene, senza perci mai venire a patti; e vivi a tua posta, purch serbando modi.
 buona regola quella di non palesare altrui quanto senti; per molto migliore quell'altra di badar benbene a cui sei per fare prestanza o mutuo.
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Che Dio sia eterno ce lo adombra in certa maniera il tempo: solch non regge il pareggiamento nelle vicissitudini, onde questo  contaminato.
Nelle cose, quali minacciano pericoli o sono esposte alla calunnia, sia per s medesime, sia per conto tuo, se non ti senti ben certo e fermo di poterle col ragionamento risolvere affatto, sar molto pi saggio consiglio il preterirle. Nel qual genere sono molti che peccano, quando massime li adesca di soverchio la vaghezza di quindi mercarsi fama, o li delude la jattanza di far mostra esser eglino di gran cose instrutti, o capaci di arrivare coll'ingegno dappertutto.
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Guardati dal mai depositare le robe tue nelle mani dei favoriti, o potenti per copia di relazioni; imperocch, se non cerchi a riscattare il depositato, se ne prevarranno essi, e se cerchi redimerlo, arrischi di cattivarti lor nimist, o di renderne per lo meno equivoca l'amicizia.
Se componi un libro, fa in modo che all'uso corrisponda, e l'uso lo aggiusti e lo compia. Questi e non altri sono perfetti fra i libri.
A chi mi disse: Ho di te piet, risposi: Hai torto.
Il male consiste nella mancanza del bene, altro non essendovi bene per s, fuorch il necessario e la virt, come quella che sta tutta quanta in nostro potere.
Quando pure il fato non ti avesse concesso n averi, n figli, n amici, se altro ti concesse, puoi dirti ancora fortunato; ma se ti mancano quelli, ed altro non hai, potrai durarla per poco.
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 tanto copiosa la suppellettile delle arti e delle scienze che fu mestieri perch una sorgesse, qual magistero di tutte, annunziando in un modo generale di tutte gli oggetti, per guisa da compendiare, nel ragionarne, in poco il molto, rischiarare le oscurit e scernere dalle certe le notizie mal sicure o non per anco fermate. Sono poi tre i requisiti necessari a tale magistero. Primieramente che tutte le nozioni generali ed astratte s'addicano in modo ad ogni concreta e speciale, perch ciascheduna di queste sia necessariamente compresa in quelle. In secondo luogo si richiede che, mentre le prime inchiudono, le seconde servano poi anche a produrle o, come dicono, svilupparle.
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Finalmente che le generali sieno adatte alla maniera con che vogliono essere trattate le singole: il qual terzo requisito  il solo di cui lasciasse desiderio Aristotele, merc la penuria delle scienze, a suoi tempi. Queste regole per altro non tolgono perch sia lecito, nel trattare le scienze, di rimestarvi la venust e le grazie, che s gradevole rendono la storia.
Sono molti, che perci muovono lagnanze contro la virt che la dicono pedissequa della fortuna: e questi non hanno pi ragione di cos dileggiarla, di quello abbia torto chi donna la stima e dispensatrice d'ogni felicit. Su di che trascende misura la jattanza di coloro che decantano
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Vincitor della sorte il senno, e fabro
Sol di felicitade allor che mastro
Del piegar colli al giogo e, bench scabro,
Indurar nella vita ogni disastro (261).
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La quale sentenza pecca di due maniere; insegnando, in primo luogo, avere maggior possa che la fortuna la sapienza, volendo alludere a quella dell'uomo; dove che la sperienza giornaliera ne convince di tutto l'opposto. E te ne sar fatto ragione, solch meco rifletta la fortuna far di s coppia illimitata e piena, e tutto spiegare il suo potere in qualunque persona o cosa, cui le piaccia esser cortese del suo sorriso; mentre della sapienza non possediamo che germogli, e questi esili, appena spuntati, o mal fermi sullo stelo. Se non  dunque pi valente che la sorte il sapere, molto meno potr questo sortir vincitore al paragone di quella: nel che consiste, come conseguenza del primo, il secondo errore.
Tutto questo per non risguarda, ripeto, se non alla sapienza dell'uomo; giacch, se intendi ragionare di quella di Dio, certo  che la fortuna le cede spontanea il campo, e neppure osa col piede profano attentarsi, ove abbia, in passando, il menomo sentore che spiri aura bench lievissima di sapienza divina. D'altra parte non mi va neppure a grado il giudizio di coloro, i quali sclamano con Bruto, gi presso a morire:
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Infelice virt, che mi giovava
La tua voce importuna,
Se nell'oprar sei schiava di fortuna? (262)
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Vero  che, sul conto di Bruto, Plutarco adduce la testimonianza d'Antonio, la quale proverebbe lui solo essere stato mosso, ad uccidere Cesare, dalla sola gloria e grandezza del fatto; comech fosse invece l'invidia che vi spingesse gli altri congiurati. Io per sospetto allignasse nell'anima di Bruto alcun altro motivo, e questi gli facesse della gloria scudo. Trovo di fatto che, nelle lettere ad Attico, Cicerone attesta come sofferisse Bruto a malincorpo assai cose di quelle che stavano per accadere, e che di nulla pi si dolesse che del successo delle medesime: il che non sarebbe stato se, oltre la gloria, non avess'egli avuto altro stimolo e scopo.
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E qui cade in acconcio di rilevare come a torto si querelasse anche Cicerone, perch la sorte avesse tanto prediletto Antonio a petto a lui, bench si altamente segnalato nell'eloquenza non meno che nell'assicurare la pace della repubblica; dove il competitore aveva consumata la vita nel fragore dell'armi. Su di che ripeterei a M. Tullio ci che disse un altro a Nerone, siccome abbiamo da Tacito: essere, cio, scomposto e disadorno il favellare del forte, ma vigorosi i sensi.
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Ora, tornando a Bruto, non so persuadermi come potess'egli (se saggio era) immaginarsi e cercare la virt fra le sommosse; giacch se non pu essere felice il cittadino di citt, cui stringa il nemico d'assedio, quanto lo sar meno in citt sediziosa e tumultuante? Mi dirai, non consistere la felicit nella fortuna, bens nella virt: ed io te lo concedo, ma osservo sul mio proposito, che pu la fortuna impedire assai maggior numero di mali, e giovar quindi assai pi di quanto pu giovare la virt, quando la fortuna  nemica.
Fra le circostanze atte a cangiare nella vita i costumi le tre potissime sono: l'et, la fortuna ed il matrimonio. Dopo queste, guardati dalla conversazione degli uomini; ch di peggio non potrebbe tornarti maneggiando un ferro arroventato: comech possa il martello ricavarne guadagno pel fabbro, ed utile per tutti.
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NAENIA IN MORTE FILII (263).
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Quis te subripuit nobis dulcissime fili?
Quis potuit luctus tot nostrae afferre senectae?
Cui tam dira fuit mens? O crudelia fata!
Nascentem voluere meum quae excidere florem.
Non te Calliope, non te servavit Apollo.
Jam citharae et cantus sileant rhitmique sonori;
Quae mihi pro caro renovant suspiria nato,
Dum memini dulci modulantem carmina voce.
Laurea quid te juvit medicae artis, tantaque rerum.
Cognitio (264), et linguae facundia rara latinae,
Jam subito longi si nunc periere labores?
Quid servasse duces hispanos profuit; aut quid
Praeclaros cives, saeva si, praeside cive,
Atque duce hispano, cecidisti falce cruentus?
Heu quid agam? Moritur mi animus suavissime fili,
Dum tacitus mecum crudelia fata revolvo (265):
Nec licuit lacrimas nostras mandare libello.
Proh scelus! eripitur natus, nec flere licebit?
Quasque dabam cineri aeternas pro munere laudes,
Immeritae causas mortis, reticessere cogor?
Nate, haud immitti qui principe, jussa senatus,
Exemplo infando veterum, tam dira tulisti:
Crimina fallacis properas dum tollere moechae.
Conjugibus nostris jam tuto insultet adulter,
Plectitur egregii juvenis si dextera vindex.
Heu fili, virtutis imago certa paternae,
Vivere perpetuum dulcissime dignus in aevum.
Sed non jam licuit: rapiunt ad sidera Parcae
Omne bonum; tetrisque adimunt illustria terris.
Macte puer virtute animi, tum sanguine clarus,
Et patrii simul et sectator honoris aviti.
Dum prius ipse procul rex est, spes certa salutis,
Et Phoebus terris negat et sua lumina Phoebe;
Sidera nec coelo fulserunt ulla sereno,
Ne terra aspiceret polluta palatia caede.
Quo sequar? aut quae nunc artus, avulsaque membra,
Et funus lacerum, tellus habet? Hic mihi de te
Nate refers? qui sum terraque marique sequutus.
Figite me, si qua est pietas, in me omnia tela
Coniicite o sevi: me primum absumite ferro:
Aut tu magne pater miserere, tuoque
Invisum hoc detrude caput sub tartara telo,
Quando aliter nequeo crudelem abrumpere vitam.
Sed non haec fili dederas promissa parenti,
Cautius ut saevo velles te credere amori.
Perdidit ille meum natum. O sanctissima conjunx,
Felix morte tua, naeque in hunc servata dolorem.
Ipse ego nate tuum maculavi crimine nomen,
Pulsus ob invidiam patria laribusque paternis,
Debueram patriae poenas, oddisque meorum.
Omnes per mortes animam sontem ipse dedissem:
Contra ego, vivendo, vici mea fata superstes.
Sed tamen aeternum vivet per soecula nomen,
Nate tuum, notusque Bactris iam notus et Indis.
Mortuus es nobis, toto ut sis vivus in orbe.
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VERSI DI COMPIANTO PER LA MORTE DEL FIGLIO.
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Chi mi rapiva, ohime! l'amato figlio?
Chi s gran doglie all'et mia cadente
Recar potea? Di chi s reo consiglio?
Destin crudel! che di quel fior nascente
Recidevi lo stelo, a cui salvarmi
N la musa n Febo era possente.
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Taccia la cetra omai, tacciano i carmi,
Ch l'armonia del metro altro non puote
Che ai sospiri ed al piano richiamarmi,
Col richiamar le armonose note
Del caro figlio. Ahi che gli valse il serto
Dell'arti d'Epidauro a lui s note;
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N che d'ogni saper gli fosse aperto
Ampio tesor; n d'inesausta vena
Nel sermone d'Ausonia il raro merto,
Se in s brev'ora di s lunga pena
Periva il frutto? E salve di sua mano
Di tanti ispani e cittadini appena
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Eran le illustri vite, ahi! salve invano,
Ch'ei cadea di mannaja insanguinato,
Preside un cittadin, duce un ispano.
Senza te che far, figlio adorato,
Se l'anima vien meno, allor che muto
Volgo in pensiero il s crudel tuo fato?
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N libero di lagrime tributo
Sciogliea, scrivendo: e si viet sin questo
Al paterno dolor sfogo dovuto.
Argomento qual  s manifesto
Di scelleranza che inibire il pianto
Sul rapito figliuolo al padre mesto?
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Ma, le recate in dono al cener santo
Laudi perenni a raffrenar costretto,
Le fonti ree di morte indegna tanto
Soffocate premea nell'ansio petto;
Poich il senato alle discolpe, ai lagni,
Il sentiero del trono ebbe interdetto:
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Nefando esempio, che non ha compagni
Dell'ingiustizia e crudelt nei fasti.
Or di che piangi, se di ci non piagni?
Ne guari andr che, ad insultar dei casti
Letti la fede, mover sicuro
L'adultero; e non fia chi gliel contrasti,
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Se d'egregio garzon puna s duro
Voler la destra in vendicare ardita
D'infame donna i torti e lo spergiuro.
E vendicavi la per lei tradita
Virt paterna, ond'eri immagin vera,
Figlio ben degno di pi lunga vita.
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Ma Cloto port notte avanti sera,
Cloto che, d'arricchirne il ciel sol vaga,
Toglie ogni luce a questa bassa sfera.
Del nativo splendor l'alma presaga
Degli avi e genitor l'orme seguiva,
Sebben di sua virt gi lieta e paga.
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Lunga e scoscesa via ne dipartiva
Dal re, di speme asilo unico e vero;
Ne da s lunge il sol co' raggi arriva.
Astro non risplendea sull'emisfero;
Onde non penetrasse occhio le soglie
Del ricinto di strage orrido e nero.
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Ora che cerco? il suol forse, che accoglie
Le divelte dal tronco ossa e gli avanzi
Laceri e grami delle care spoglie?
Oh! che mi lasci o figlio? A me che dianzi
Ti fui scorta fedel per terre e mari.
Deh! se orma di pietade ancor vi avanzi,
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Su me volgete o crudi i vostri acciari,
Fatemi segno a tutti; o tu, gran Dio,
Se averti osin benigno i tuoi pi cari,
E se n per dolor morir poss'io;
Scocca un tuo dardo, e quest'odiosa testa
Caccia di Lete al fondo e nell'obblio.
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Unica d'ogni mal sorgente infesta
Fu amor, cui promettea squarciar la benda
Chi ad altra non manc fede che a questa.
Felice te, cui dalla doglia orrenda
Liberava il morir, santa consorte,
N parti meco aspra di padre ammenda.
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Ch a me sol si dovean castighi e morte,
Dacch spinto m'avean dai patrii liti,
E dell'ostel nato chiuso le porte,
Della patria e de' miei gli odii, le liti,
E l'immane livor: talch macchiai
Del figlio il nome insiem co' fasti aviti.
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Ed era presta gi da tanti guai,
Bench innocente, l'alma a scarcerarsi;
Ma li vincea, restando, e fece assai.
Cos il tuo nome, che i gelati e gli arsi
Poli gi vinse, nullo avr secondo,
Che osi teco ne' secoli inoltrarsi,
Figlio a me tolto ed immortale al mondo.
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Si muore da tutti egualmente, sicome scrisse Orazio, e sola sopravvive la gloria; la quale consiste nella dignit e nel prezzo della virt, semprech vi sia chi se ne faccia banditore: nel qual ufficio sacrosanto il magistero dei poeti, purch gi essi medesimi famosi, e di merito singolare gli scritti loro. Ed  perci che, non fidando quasi alla semplice storia, era s bramoso Alessandro di trovare un Omero; atteso che la nuda storia viene di leggieri ecclissata per la grandezza delle gesta successive. I poeti per altro si rendono per ci spregevoli da s che si perdono favoleggiando: ed  gran prodigio che, senza nullamente occuparsi di fatti storici, potesse lo stesso Venosino conseguire non che sostenere una celebrit s perenne.
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La storia, di fatto,  la sola, per cui giungano gli scrittori a dilettare, giusta il precetto, cui dava Orazio medesimo ai poeti, perch'ei debbano ammonire, dilettando, i leggitori (266). Ei pare pertanto comech giovasse al detto scrittore quanto avrebbe leggermente nociuto ad altri; voglio dire la stessa rapidit, colla quale declinava la purezza dell'idioma del Lazio; come quella che rendesse per la rarit singolari le opere del corteggiano d'Augusto ed invogliasse a prenderne contezza.
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Quattro sono i requisiti, onde ha mestieri la gloria. Primieramente che sussista l'azione di cosa egregia e per s gi famosa; che la storia ne raccolga, in secondo luogo, le circostanze; colla mera sposizione delle quali mal potendo la perfezione della cosa o del fatto adeguarsi e sostenersi,  necessario, in terzo luogo, s l'ornamento che l'amplificazione della poesia: essendo retaggio delle grazie il bello e la perfezione in ogni cosa (267). Dee finalmente il poeta conoscere a fondo i misteri, pei quali animare col prestigio della favola il racconto, attenendosi fedelmente a quante sono le regole, che a stento comprese Aristotile nel di lui libro, quantunque diffuso anzi che no, sull'argomento. Il pervenire all'immortalit od oscura pi o meno rimanersi la fama di cui spetta un'azione segnalata dipende dal tutti combinarsi o pi o meno gli accennati requisiti.
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Ma tu chiedi: A che tutto questo? Rispondo: Per farne scorti su quanto  necessario a rendere felice la vita; e perch, sapendo in questa non darsi vera felicit, non arrischiamo di anche d'avvantaggio respingere quella qualunque vi fosse, col farne inutili ricerche: il che sarebbe lo stesso che renderci maggiormente infelici.
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Ci per non basta, soggiungi; essendo egualmente necessario in questo argomento che in tutte le scienze, perch sia da noi conosciuto inoltre lo scopo di quanto andiamo cercando. Il fabbro ferrajo, a cagion d'esempio, sa ed insegna costruire chiodi, serrature, incudini e martelli, perci che lui  noto i chiodi servire alle tavole fra loro connettere, le serrature a fermar usci od arche, i martelli e l'incude a percuotere od i colpi sostenerne. Ma tu nulla insegni di questo, e n in cosa consista la felicit, come quella onde neppur osi assicurar l'esistenza.
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Anzi non determini l'uso cui farne dovremmo; essendo per noi difficilissimo il determinarlo: poich nulla ci si offre nella vanit e nel vuoto, cui assegni alla felicit; per non dire che nelle tue dottrine sull'argomento non riscontriamo se tu abbia scoverto alcunch di nuovo, e se in tanto vuoto si travisi pure alcuna cosa. Vorremmo dunque sapere da te qual vantaggio ritrarne, qual fine proporci, quando che in ci sia vantaggio e fine; giacch, altrimenti, a che pr scrivere sulla felicit, e dettar precetti sull'argomento e farne tesoro?
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Il vantaggio ed il fine, ti replico, vi sono e non vi sono. E ne hai gi uno in ci, cui ti svelai, essere cio maggiore, al paragone, la infelicit che non la beatitudine; anzi non darsi quasi dramma di quest'ultima. In quel vuoto, inoltre, udisti riscontrarsi talora qualche cosa di bene, appena men lieve che fugace: su di che per, e bench tutto riducasi finalmente al nulla, ti feci scorto come, dal sapere cogliere in buon'ora quel poco, si eviti una porzione d'infelicit. In quanto a questa (ed a meno che la consideri ne' suoi estremi, rispetto all'uomo, che non  altronde suscettivo di sopportarli), non essendo l'infelicit n grande n mediocre, molto meno massima ed eccessiva per s medesima, cos apprendesti a non quando mai escluderla e farne un nulla: e gi pi infelice saresti, non che diventarlo, solch tal cosa ignorassi.
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Or qui parmi udirti dire: A quel che veggio, di vantaggi me ne dai cinque. Il primo, di alleviare l'infelicit, quando e poich non estrema. In secondo luogo, di accrescere quel po' di felicit, che fosse compatibile colla natura umana. Viene terzo il saperne cogliere a tempo i minimi avvenimenti, coi quali riempiere, quando non fosse che per un istante, quei vuoti. Quarto vantaggio sar il sapere, darsi pure una qualche bench minima e corta felicit, questa costituirsi dalla sola virt, e non bastare i pi gravi disastri ad impedirla. L'ultimo consiste nella possibilit di prolungare per alcun tempo cotesto qualunque ben essere, in quanto se ne possono possibilmente protrarre, in alcuni casi, tanto i soggetti quanto l'uso, avuto risguardo alla vita ed alla di lei brevit. Non ostante per tutto questo, e quando pure l'umana vita si protraesse alla mezza dozzina di secoli, verressimo tutti a sempre finalmente morir disperati. E nulla di pi lieve che l'applicazione di altrettanto ad ogni recente felicit.
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A maraviglia, rispondo, e finisco sapendoti ogni maggior grado, perch dichiarasti l'argomento assai meglio che io non avrei per avventura saputo esporlo. Deggio per arrogere, a quanto esprimesti, qualmente una cosiffatta felicit, comunque minima e ristretta in quanto pur vogli angusti confini, anzi cos nulla, per dirla giusta, che non sia quasi mestieri di confini assegnarle, ha tuttavia i suoi quattro gradi. Il primo si comprende nell'atto medesimo,  per s momentaneo che sembra essere qualche cosa e nel vero non . E tutti si accordano i filosofi nel riconoscere in questo primo grado la privazione del dolore. L'altro grado  quando il momento felice pass non ha guari, e sembra tuttavia presente, per ci che i soggetti rimangono, e continua di quel momento l'effetto. Il terzo ha luogo allorch, gi trascorso il tempo s del momento che dell'effetto, ne rimane tuttavia la reminiscenza; la quale per  ombratile affatto, e non ha punto sostanza. I momenti felici, de' quali non rimane quasi vestigia, cos che ne svanisce anche la ricordanza, o sarebbe questa senza il minimo effetto, rapporto all'impressione, quand'anche li ricordassimo, come sarebbono le cose di quotidiano avvenimento, costituiscono il quarto ed ultimo grado. Dal che risulta manifesto, essere bastevole in questa vita il passarla senza gravissime calamit.
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Capo 51.
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Delle cose, nelle quali mi sento difettoso.
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Tardi fecer senno i Trojani (268); ed, oltrech impossibil cosa il non errare giammai, dev'essere frequentissimo l'errore in coloro, i quali si prefiggono di servire alla volutt. Il massimo de' miei falli risguarda all'educazione dei figli; siccome a quella onde rilevai pi sopra (269) la somma importanza: n so quanto valga scusarmene la penuria in me dei mezzi, della prudenza nei figli, non che ne' congiunti ed amici, e della fedelt ne' famigliari, oltre il non avere avuto n fratelli n sorelle, e la quasi assoluta mancanza d'autorit e di ricchezze. .
Sebbene ognun veda quanto potesse influire tutto questo anche sugli altri difetti, avrei senza forse potuto evitarli, col non dedicarmi tutto a scrivere tanti libri, od opportunamente scegliendo fra questi, col temperarmi nei piaceri, coll'usare alla natura violenza; coll'essere pi diligente che non fui coltivatore dell'amicizia, e collo starmi aspettando a che decretasse il senato di Bologna. Se tanto mi giovava di fatto il non chiedere, quanto maggiore non avrei avuto vantaggio dal non sollecitare? Perciocch in siffatte vertenze val tanto pi l'occasione, quanto  maggiore la nimist negli emuli, e quanto negli amici minore od ineguale all'uopo il potere.
Ben lungi dal condannare la mia divozione allo scacchiere, stommi su questo particolare contento alla sentenza d'Orazio:
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Vissi quest'oggi: doman non mi curo
Se copra Giove il ciel di velo oscuro (270).
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Alla qual sentenza per altro aggiungerei:
Purch altro non mi guasti al d venturo (271).
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Tranne il serbarmi temperante al desco e contegnoso nelle brigate, non posi quasi mente a tutto il resto, o n'ebbi la meno cura che mai, semprech ve la posi. Imperocch mi parve una vera inezia quella di starmi contando sulle dita, se in tutte le azioni mie convenissero i sette elementi; n sapeva immaginarmi qual fosse per tornarmene costrutto. Ben  vero per che la perseveranza e cura, cui ebbi smisurata nell'applicazione alle lettere, mi avrebbe senza forse giovato assai pi, usandone altrettanta nelle altre bisogne: nel qual caso avrebbe anche sorpreso assai meno s la costante attenzione che la riuscita negli studi.
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Rispetto ai difetti, troverai che in me trascesero misura, solch tu rifletta che mi serv cos poco la memoria in ogni et, che non godeva in nessuna il pieno sorriso della salute, che giunsi alla provetta pressoch digiuno dell'idioma latino, e che natura mi fu s lungamente avara di venust e di grazie non pure che di forza e valore nel culto di venere. Aggiungi la dappocaggine de' figli, ai quali mancava persino il senso comune, la pusillanimit, in che solo mi superavano, le liti continue, i congiunti fastidiosi, le guerre pertinaci e le non meno turbolenti eresie, che posero a soqquadro i tempi, ai quali ho vissuto.
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Vivesti per in tempi, dirai, ricchi di scoverte, onde avrai potuto giovarti. Su di che, riflettendo non potere la verit offendere chicchessia, dirotti francamente come trovassi fallaci per la maggior parte le scoverte altrui, forse perch non le compresi, ma credo piuttosto perch non le rilevai di alcun emolumento per nessuno. Sotto il quale rapporto son d'avviso fossero di maggior prezzo i miei ritrovamenti, quantunque serotini a maturare anzi che no; sia perch mi si aprirono tardi le occasioni ed i mezzi, che ai medesimi conducevano; sia perch mi fu procrastinato l'aver contezza delle altrui ricerche sui respettivi argomenti: senza i quali ritardi avrei poi anche indurata minor fatica nelle mie.
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Tutto ci nondimeno, se poni a calcolo il trovarmi al fatto di tante cognizioni e molte, fra queste, peregrine ed ascose al pi degli studiosi; la successione assicurata, quantunque offesa; i libri, che gi divolgai ed i tanti che son presti a promulgarsi ; le onorificenze, la fama e le facolt conseguite per vie non obblique; gli amici potenti e (ci cui reputo valer pi di tutto) l'essermi tuttavia raffermato reverente a Dio, vedrai che mi sopravanza tal copia di beni che, ove altri ne possedesse altrettanta, non dubiterebbe lui essere felice. Ho gi dichiarato altrove (272) non essere dato a chicchessia n il possedere ogni cosa n il superare in tutte cose gli altri; e che, se anche si trovasse chi gli altri vincesse, ci non sarebbe che in un sol genere, nel quale non gli verrebbe inoltre mai fatto di attingere la perfezione. Vorresti adunque pretendere da me quanto  per la natura stessa dell'uomo denegato a tutti quanti.
Ora se non hai alcun dritto a tale pretesa, e se dagli errori non  chi possa vantarsi digiuno, qual avresti ragione di menar solo romore sui miei?
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Capo 52.
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Dei cambiamenti, che in me accaddero coll'et.
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Cogli anni cangiano i costumi non pure che il temperamento, la forma e l'abito esteriore del corpo. Che apparissi nell'infanzia rubicondo ed obeso, anzi che no,  quanto mi si racconta. Da fanciullo e giovinetto era macilento, il viso allungato, il bianco della cute alquanto meno frammesso di rosso che prima, il temperamento melanconico, e cos rapido, pronunziato e precoce lo sviluppo della persona che ne fu compiuto l'incremento coll'anno sedicesimo; il quale mi vidde a un di presso le dimensioni, che mi trovo avere attualmente. Avanzando nella giovinezza, la tinta si rese leonina, erano meno pingui e rotonde le forme, alquanto pi marcata s l'attitudine allo sdegno s la facile ilarit e pi ancora la propensione ai piaceri, massime alla musica. E cos proseguiva sino all'et consistente senz'altre quasi mutazioni, su questi particolari, dal sesto lustro a tutto l'ottavo.
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Nella detta et incominciarono a tribolarmi la povert, la cagionevolezza della salute, la moglie, i figli e gli avversari. Quanto fosse acre il contegno di costoro a mio rispetto ne sia prova che, dappoi guariti per le mie cure la nobil donna Bartolommea Crivelli, poscia un di lei fratello, e, trovandosi questi ancora convalescente, un d, quando egli stava di brigata con altri, prese con essi a dileggiarmi. E mi accontentai di chiedere ai compagni, cos'avrebbon'eglino detto o fatto, se non avessi guarito il Crivelli. Ma che non doveva aspettarmi di peggio, se non cominciava, per cos dire, a prender fiato che dopo l'anno trentanovesimo? E in tutto il quadriennio, che indi seguiva, dal primo di settembre, cio, di quell'anno sino al primo di novembre del 1543, altra cura non m'ebbi n privata n pubblica, tranne quella di liberarmi da quello stato e di sortirne con decoro ed onori.
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Dunque il quadragesimo terzo, e non prima, fu l'anno in cui propizia volgeva per me la fortuna. I quasi vensett'anni, che trascorsero da quello sino al settuagesimo, furono gli anni della guerra di Mora: ed  a questi che debbo la gran farragine de' miei libri. Giacch nei quattro dal settantesimo sino al compimento del quindicesimo lustro non ne scrissi che dodici; mentre diciotto erano le opere gi stampate; per non ridire del maggior numero, che rimane a tuttavia pubblicarsi.
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Che alcune di tali opere avessero per subbietto antiche dottrine, altri si riferissero ad argomenti di nuova data fu gi indicato a tempo e luogo (273).
La composizione dei libri non tolse perch il primo settennio del detto frattempo fosse quasi tutto consacrato a' trattenimenti piacevoli e specialmente ai musicali, ai giuochi e sopra tutto alla pesca. Dopo il qual settennio mi diedi all'esercizio degli aringhi accademici; per quanto me lo concedeva la pi sempre cagionevole sanit, e massime le flussioni ai denti: essendo stato allora che alcuni cominciarono a cadermi dall'alveolo. Alle flussioni successe la podagra, la quale non mi fu per crudelissima nemica: giacch il pi tormentoso degli accessi non trascendeva le ventiquattr'ore, dopo le quali essi declinavano; e cessarono affatto col compiersi del duodecimo lustro. Cos non posso neppure incolpare la podagra dello scemare le forze; come quelle che non avrebbe rintuzzate n tampoco l'et: poich nella stessa diminuzione loro manifesto com'elle fossero specialmente malmenate dai patimenti dell'animo.
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Da circa l'indicato poc'anzi anno sessagesimo attesi con quanto poteva maggiore impegno, onde provvedere alle domestiche vertenze. Contro la qual cura sorgevano tanti e s gravi ostacoli che il superarli non pure ma fa maraviglia come sopravvivessi ai medesimi. Oltre i quali travagli ed impicci, chi potrebbe annoverare, o non maravigliarsi anche davvantaggio del mio sopravvivere sino a questo giorno, annoverando i dolori, le veglie, le ambascie, la confiscazione dei beni, la trepidanza per la imminente povert, gli errori per me commessi nel vitto, il pertinace mal essere di stomaco, il continuo svolgersi quinci di molestissime flatuosit, il non meno molesto prudore a tutta la cute; per tacere della ftiriasi (274), che tutta la deturpava, e per non ripetere delle sciagurate intraprese dei figli, e della imbecillit del nipote?
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Di tutte le quali cose altra per non mi rimane finalmente memoria, fuorch la perdita dei denti; poich non me ne sopravanza oramai che una quindicina di neppure fermi ed interi. A tanti agguati e lacci, che mi furono tesi, aggiungi per la maggior parte rapaci le vecchie fantesche, i cocchieri d'ordinario briachi, menzogneri per abitudine i servi, oltrech famigliare a tutti l'ignavia, la tracotanza, l'infedelt, ed il non aver mai trovato chi mi fosse cortese di soccorso, tranne un unico famigliare, il quale mi giovava della sola met delle gi poche sue forze. Fra tanti guai, so di circa sei volte nelle quali, aggiungendosi ai medesimi un qualche appunto per essi pi ovvio errore dietetico, mi commisi alle piume nel fermo convincimento che non ne sarei sorto mai pi: e di due fra queste ho ricordanza, quando credeva per certo che non avrei trascorsa, vivendo, quella notte. Con tutto questo non mi sono mai risolto a quello, che ho pure meco stesso determinato, comecch debba essere l'ultimo de' miei testamenti.
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A cui mi chiedesse con quali artifizj e presidi mi venisse fatto lo scampare da tante calamit, risponderei avere medicato il dolore con altri dolori e fatto scudo, sin dalle prime, dello sdegno allo sdegno e dell'amore pegli studi a quello cui gi nodriva da stolto pei congiunti. Ai disastri di minore momento era sollievo il giuoco degli scacchi, ed ai pi gravi soleva io contrapporre meditazioni e speranze; bench d'ordinario fallaci coteste. Rinunziava altronde per malincuore al pranzo, e col lungo rinunziarvi me ne disavvezzai per modo che oramai lo ridussi ad una mela cotta, oppure ad una forse quindicina di granelli d'uva passa di Candia; per lo pi senza vino, a meno che inacquato, e sempre scarsa la copia s del vino che dell'acqua. Stetti lunga pezza contento il mattino ad un pasto s poco lauto: e non  molto che vi ho sostituito il decotto bianco di Galeno (275), dove immerge e lascio ammollare ben bene il pane, senz'altro n cibo n condimento; e la spero altrettanto salutare, in quanto gi mi trovo anche pi soddisfatto a tale sostituzione.
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 pi liberale d'ordinario la cena, per la quale una matura sperienza mi ha provato convenire, meglio di ogni altro cibo, il pesce di maggior mole, semprech leggiero e ben cotto; siccome quello che agevolmente si digerisce, nutre meglio al paragone di altro vitto e somministra pi solido alimento. Preferisco i carpioni, de' quali essendo penuria in Roma, li rimpiazzo col passere, co1 rombo e coi lucci, purch sieno del peso di tre a sei quarti di libbra. Mi vanno pure a grado gli altri pesci leggeri, come sarebbe la triglia, i quali anzi antepongo allo stesso carpione di palude o di fontana, cui dicono scardina: ed espressi altrove (276) perch mi sia da questa maniera di pesci astinente.
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Le lumache, i granchi e la grancevola servono ai brodi apprestarmi, quali amo colla foglia d'alloro verde, in questo caso, e generalmente conditi coll'aglio e colla bietola od, invece di questa, col grispignolo, colle radici di cicoria, colla foglia egualmente sana della borrana; le cui radici riserbo, siccome quelle della cicoria e simili, per l'insalata. Imperocch siffatti vegetabili giovano a non pure condire che a fornirmi di qualche vivanda, ad alcuna delle quali sostituisco altre volte i tuorli d'uova di fresco nate, per non dire di quando mi sto contento anche alla cena di un sol uovo.
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Non  gi che attualmente io rifiuti le carni; ma non amo rimestarle con altro cibo, e le voglio bianche e cotte pi dell'usato. Il pi di vitello, il fegato del piccione o di pollo, le cervella, e quante abbondano di sangue sono le parti che sopra tutte appetisco: salvo le carni abbrostite allo spiedo, indi ridotte in minuzzoli, o peste col dorso del coltello, se gi sottili, poscia involte nell'omento di capretto, e finalmente ribollite al tegame con opportuna sugosit; essendo questo il prediletto fra gl'intingoli di mia cucina.
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Al raffreddarsi de' piedi riparo coi lavacri, essendo che dopo questi ei si raffreddano meno: ed in generale non so risolvermi a prender cibo, tranne dappoi rasciutte non che riscaldate le parti prima umide. Non soglio ire a passeggio dopo il pranzo e molto meno passata la cena. Con tutto questo vado assai meno debitore al regime che al senno, ed al sapere, della tranquillit e forza dell'animo. Se non che, vedendo ragione di oramai aspettarmi la morte, non  senza timore che la sto attendendo: e lascio perch se le facciano incontro, alla maniera dei tori della Campania, coloro ai quali non basta lo starsi aspettandola, o che affettano di non la temere.
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Non attendo a cosa veruna che non volga in pensiero quanto scrissi nel libro sulla miglior maniera di vivere. Quindi rammento ci che avvenne di Silla, poich Cesare ordinava che fosse messo a morte in un colla moglie, perci rea solamente che figlia di Pompeo. E mi ricorrono alla memoria i casi di Tullio, del fratello Marco e della figlia; la quale moriva senza eredi, vivente il padre: che, di vita non potendo, venne scemo di mente; stantech orbo di prole, s dell'un sesso che dell'altro, il perci inutile figliuolo, che lui sopravanzava. Cos rimasta sola finalmente l'infelice Terenzia, che altro poteva essa, ne' suoi cento anni, se non deplorare le gi s brillanti sue nozze e la s cospicua parentela? Se poi rifletto alle opere s utili e belle di Teofrasto,  al colmo il mio convincimento sulla miseria degli umani destini.
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Ora, tornando sul proposito dei cambiamenti avvenuti col decorrere degli anni, ho trovato sovente s grandi e strane alterazioni e variet nelle mie robe, anche riposte colla maggior cura, che detto avresti esservi alcuno dei penati che, oltre il mettere tutto a soqquadro, ora mi togliesse i danari, ora li cangiasse di sito, ed ora ne aumentasse persino la quantit; poich tutte cose che di fatto mi avvennero. E perch tu non creda n che alcuno mi prendesse a gabbo, n che mi tradisse o faccia ora illusione la memoria, ti dir cosa m'accadde appena jeri, e persevera tuttavia; poich tale perseveranza distrugge le obbiezioni, quali non ignoro si potrebbero muovere contro le verit od il merito del cangiamento, del quale sono per favellarti.
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Jersera dunque cenava di buona voglia e gajo anzi che no; ma non prima ebbi cenato che s forte mi prese avversione contro i libri tutti quanti, e s degli scritti per altri che de' miei, purch stampati, che me ne riesce insopportabile non pure la vista che il solo avervi pensiero. E non  gi che in tal odio mi abbandoni la ragione; che anzi conosco e sento esserne cagione una grave melanconia; tanto pi che sono a me stesso consapevole come fra' libri odiati ve n'hanno di ottimi e pregevolissimi. Ma non per questo mi dirai che anche i cambiamenti relativi al denaro fossero un effetto consapevole di umore melanconico; e siccome so di certo non avervi avuto parte n vaneggiamento n furto n inganno, cos non saprei a che attribuire quel fenomeno, quando nol dovessi ad una violenza recondita ed affatto particolare.
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Capo 53.
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Del mio conversare.
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Dei motivi, pei quali mi trovo poco idoneo al conversare di brigata con altri, ve n'hanno parecchi, e specialmente nell'et in che mi trovo. Il massimo di tutti si  che preferisco ad ogni cosa la solitudine, come l'unico stato che mi occupa di quanto amo ardentissimamente; n uso mai tanto cogli oggetti amati, n mai tanto li contemplo e me ne bo, quanto allorch solingo mi trovo. I quali oggetti si riducono a Dio ed al mio buon genio tutelare. Nel primo ammiro l'immenso bene, la sapienza eterna, il principio e l'autore di purissima luce, d'ogni verit il fondamento, l'amore non avente a scopo che amore, la vera fonte in noi di ogni gaudio (fonte la quale non v' pericolo che da noi devii o si esaurisca), la tutela e brama di tutti i beati anzi la beatitudine per eccellenza, la giustizia pi elevata e profonda, quello in somma che ha cura dei morti e non  immemore dei viventi. Nel genio poi amo cui Dio commise la mia scorta e difesa, e mi  compagno pietoso, consigliere fedele, soccorrevole ad ogni uopo e ne' disastri conforto.
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Quale altronde mi proporresti fra gli uomini, e di qual mai condizione, perch seco non recasse ognora ed ovunque una bisaccia di sterco ed un vaso d'orina, anzi le cui vene gi non fossero pisciatoj e fogne le viscere? Forse che non sono queste sentina di vermini, appunto nel pi di coloro ai quali pi ridono sul viso i vezzi e le grazie? In molti fra loro, e giusto nelle parti alle quali si pone maggior cura o diletto, non troverai che nidi feracissimi della progenie pi schifosa fra gl'insetti. A questi putono le ascelle, a quell'altro le piante, al maggior numero la bocca. Le quali cose considerando, e non avendo rispetto se non al corpo, non  fra i mortali chi potesse invogliarmi a stargli da presso non che amarlo: e non si trova per avventura n un capretto n un cagnolino, il quale non sia pi nitido ed assai meno contaminato al paragone.
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Se poi mi rivolgo all'anima, e la sto contemplando, chi pu trattenermi dal chiederti novamente qual sia fra gli animali pi insidioso, finto e malvagio che l'uomo? Or tralascia, mi dirai, quanto nello spirito appartiene o soggiace alle passioni, e risguarda unicamente all'intelletto, il quale ti far scorto lui essere d'amore ben degno. Semprech sia quistione d'intendimento, rispondo, perch mi dipartirei da quello di Dio? Ove trovare pi verit, pi elevazione, pi certezza, e pi sicuro maestro del vero che nella divina intelligenza? Che altro fan eglino gl'ingegni degli uomini, se non popolare le biblioteche di libri, onde spogliare d'erudizione gli animi propri, ed a questi alleviarne il peso? Se mi dici che gli uomini scrivono, dir a te ch'ei non fanno che a vicenda copiarsi; non gi perch manchi loro l'ingegno a nuovi ritrovamenti, ma perch forse manchevoli di nuovi subbietti.
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Che potrei dunque sperare dal consorzio degli uomini, se anche fra i dotti non ne troverei che di ciarlieri, bugiardi, avari ed ambiziosi? Provami che in questo cui dici fiore dei secoli, e non ostante che si propizia nel mirabile magistero della tipografia l'occasione, trovami, ripeto, chi neppure la centesima parte scovrisse di quanto rilevava il solo Teofrasto, e mi do per vinto. Ma invece troverai che le dotte inezie dei moderni, ed il vano loro quistioneggiare sugli enti e non enti (277) non fanno che deturpare o confondere quelle s prestanti e preziose invenzioni. Dir anzi non addirsi a questo n punto n poco il consorzio in discorso; poich le scoverte richieggono tranquillit, silenzio, meditazione ferma, e liberi sperimenti, senza che nulla distragga da quella n questi perturbi: tutte cose che nella solitudine si combinano, come non giova sperarle nella societ degli uomini. E sia prova non che suggello a tutto questo l'esempio d'Archimede.
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Di quaranta scoverte, che mi appartengono, vado neppure debitore di venti alla societ: n potrei essere di menzogna redarguito che nel meno. Confesso che, nelle matematiche, alcune pochissime cose l'ebbi da frate Nicol (278): ma di quanto non eccede il numero di quelle, che non mi furono comunicate per chicchessia, e che debbo a tut'altre sorgenti, come sarebbe alla forza tuttavia misteriosa della luce, che mi  particolare, od a qualche forse pi ancora elevata cagione? Che posso io dunque avere in comune cogli uomini?
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Altro motivo che da essi mi allontana si  che, mentre i grandi e fortunati non si degnano di mia communanza, n sono a me d'uopo i miserabili, n saprei che mi farne; mal potendo rimediare di sole carezze ai loro mali, correndo anzi risico di esacerbarli, e di quindi essere da essi preso in mala parte. Qual poi credi che avrei accesso alle compagnie di certi vecchi maninconiosi e di arduo contentamento, che tutto lamentano ed a tutto portano invidia?
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Aggiungi che il tempo incalza, dacch massime giunti all'anno settuagesimo i miei giorni, essendo confine alle facolt dell'uomo il sedicesimo lustro (279) della vita; per cui assai poco di questa mi avanza, onde farla prezzo di bagattelle. In che potrebbero esse altronde occuparmi, se, di contemplazione immeritevoli essendo, sarebbe da empio il contemplarle, da stolto il proporsele argomento agli scritti, e se mi renderei parricida, per cos dire, dell'ozio che pure mi rimanesse, quando lo dedicassi a fatiche da cos leggermente scansarsi? Forse che non torna sempre meglio il consacrarlo agli esercizi del corpo, al sonno, ed alle domestiche faccende?
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Quali sarebbono inoltre gli amici, coi quali anche inutilmente conversare, o d'inezie occuparmi? So di parecchi, ai quali andrebbe a grado il meco abboccarsi e confabulare, ma non ne conosco alcuno, cui fossero per egualmente che le parole aggradire le opere mie. Ora, non piacendo queste agli amici, a chi altri ne farei coppia? Agli eruditi no certamente, poich facili troppo a reputarsi di me pi saggi; e, quando pure in alcun ramo realmente valenti, sarei vago anch'io di sapere in quale fossero essi per disputarmi la palma. Non dandosi cosa pertanto, cui potessi da esso loro apparare, sarebbe imprudenza e vana prodigalit il far loro da maestro, e profondere il proprio per altro non accattarsi che odi e brighe.
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A quanti vorresti finalmente che mi dessi? Se a molti, non avrebbe mai fine il numero; se ad uno solo e bisognerebbe che questi mi sembrasse uno Dio, per occuparne meco il posto, e non finirebbe l'invidia negli esclusi: cosicch me ne verrebbe un nuovo mare di guai. I molti poi espongono a maggior numero di occasioni, dalle quali pu tornarne tutt'altro che vantaggio; per cost non dirti essere stile dei pi il farti bello sul viso, e di soppiatto schernirti. Ma la massima delle ragioni, si  che nelle conversazioni e brigate si richiede lepidezza e giovialit; prerogative dalle quali sono in me troppo distanti s l'et che i costumi: come in quello che annojerebbe tutto il mondo, non sapendo ad altra mai appellarsi testimonianza ed autorit fuori a quella d'Aristotele.
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Eccoti pertanto i motivi, che dall'usare con altri mi resero alieno, e difficile usando con chicchessia. Che gli stessi motivi mi allontanassero dai banchetti e dalle brigate non mi occorre dichiararlo; bens che, a malgrado di tutto questo, non faccio ripulsa n uso la porta chiudere ai buoni ed ai giusti, massime se infelici, e molto meno ai saggi od a chiunque mi fu benemerito. Tu per altro dirai, l'uomo essere animale socievole di sua natura e che, rinunziando colla mia solitudine al mondo, allo stato, agli amici, non resta pi nulla che imprendere n poter fare. Oltredicch mi accuserai di vana jattanza e, quel che pi , senza scopo, quando non pure smentita, rispetto a quando mi vantai di possedere amici possenti (280). O se questi, aggiungerai, sono di quellino che si compiacciono di chi scherzi o giuochi seco loro e li diverta e ne rallegri le mense, come rinunzieranno essi a costoro per darsi nelle braccia di te solo? Se non hai finalmente cui fare de' tuoi studi coppia e fede, a che potranno questi giovarti?
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Del tuo saper che fai,
Se altri non sa che sai? (281).
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Se rinunzi altronde anzi manchi ai bisogni di natura, quanti non te ne verranno incomodi? Alle quali e simili obbiezioni, che so potermisi fare, dir qualmente non ignoro nemmeno molte cose avere aspetto ed aria di assurde o dure, mentre addimesticandosi con esse le si trovano poi di tutt'altra tempera: e molte altre per lo contrario, che ti pajono utili e dolci, essere poi trovate ripugnanti o malagevoli, trattandole. Rispetto finalmente a quelli che dissi essermi cortesi di loro amicizia, avverto che ho saputo salvarmi quanto bastasse, onde mantenerla e renderla reciprocamente gradevole. Mi sto altronde contento a quei pochi, perciocch li reputo assai pi sicuri e vantaggiosi di quanto esserlo potrebbe la folla degli altri.
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Capo 54.
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Conclusione.
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Eccomi dunque alla meta ed al coperto di qualunque sospetto di menzogna, come si addice a colui che invecchiava nello studio del vero: di quel vero da cui sono inseparabili s l'attaccamento a Dio, e la speranza di una vita perenne, che il possesso di tanta grandezza ed il conseguimento della sapienza. Ma non amo fare d'ogni erba fastello, e lascio siffatti confondimenti a coloro, ai quali o fa l'ignoranza illusione od  compiacenza il mentire, nella fidanza o presunzione d'imporne altrui, alterando le cose udite o lette od anche per essi vedute. Che se taluno mi chiegga, su che abbia mai fondamento la mia fiducia perch mille prestino credenza e sottoscrivano ai racconti di un solo, mentre fra le mille cose raccontate non ve n' una che vantar possa testimoni, a tale inchiesta non saprei soddisfare altrimenti che mediante assicuranza dell'amore del vero.
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Ben  per vero altres che gli uomini differiscono infinitamente fra di loro, niente meno che gli augelli rapaci; fra i quali ve n'hanno di sordidi, come la cornacchia ed il corvo, che vivono di libidine, di sevizie, di rapina, e di frode; mentre altri pi nobili, come l'aquila ed il falco, altro non ispirano se non ferocia od eccesso, per lo meno, d'orgoglio. Qual maraviglia pertanto che neppure badino alcuni alle cose, che venni raccontando, bench tutte ridondino di simili esempi le storie s profane che sacre di quante furono le et; e che altri muovano invece con difficolt ed opposizioni, mentre hanno quelle a favor loro il consentimento dei saggi non pure che della stessa divinit e di quanti ne fruiscono le delizie?
Che possono mai valere n il minimo numero contro l'infinito, n a petto del vero la menzogna, n al paragone del saggio lo stolto?
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Sarebbe quindi a desiderarsi che prendessero i prncipi esempio dagli antichi, nell'avere specialmente cura d'infliggere castighi giustamente severi a coloro, che si attentano introdursi e fare indebitamente numero fra gli ottimi e scienziati. E non dubito asseverare come, per la sola negligenza di cos provvida misura, verr tempo, in cui qualcheduno degl'intrusi si arrogher quanto compete unicamente agli eruditi ed ai buoni, pretender valer solo per tutti, e la stessa potest dei sovrani sar quindi sovvertita e rovesciata. Non  dunque il detto scopo quello che m'invogli a riferire pi sopra, in questo libro, esempli ed argomenti che mi tornavano a laude; n penso darsi chi mi reputi cos dappoco, perch volessi con tal mezzo affibbiarmi la soma, sulla quale muovo rimprovero altrui. Ma li addussi affinch tutti mi sapessero quale mi era, veritiero cio, onest'uomo, e non peraltro valente a rintracciare la verit se non perch in ci mi fu scorta uno spirito celeste.
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 diverso altronde il provvenimento di quanto accade nell'umana vita, secondo che ne sono sorgenti la stessa perizia dell'uomo, la propria di lui ragione, il consiglio altrui, l'inspirazione, l'occasione, l'impeto e l'accidente. Che sia sicuro quanto provviene dalla perizia ne fanno fede i lavori del fabbro. Rispetto al consiglio, siccome quello degli uomini dipende dall'arbitrio, cos abbiamo copia di fatti, i quali provano andar soggetti a cambiamenti ed anomalie i consigli degli amici, secondo che questi cessano di essere tali o che non te li stringa beneficenza e non si manifestino esperimenti e circostanze di crudeli e repentine disavventure.
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Ella  cosa molto rara l'inspirazione; ma la non ebbe forse mai luogo in nessuno, senza che provvedesse a suoi casi, o lui per lo meno soddisfacesse. Sempre buona  l'occasione, quando massime prevista; solch non  agevole i1 coglierla, o non di facile ritrovamento neppur questa. Quanto  sicura, poich sicurissima negli esperti e semprech ben coltivata la ragione, altrettanto  men buono od equivoco l'azzardo, e pessimo l'impeto; imperocch ne trascina, da quello stolto ch'egli , nei litigi e nelle guerre.
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Che mi fosse guida, e come valente, la ragione lo prova il libro che ha per titolo Atto (282): che mi arridessero i numi lo indicherebbe lo splendore, se fosse questo alcunch da potersi esprimere con parole, anzi che doverlo semplicemente accennare: come lo spirito attesterebbe dell'essere in me alcun' altra cosa pi che mortale, solch, gi non suscettiva neppur questa di essere n descritta n indicata, non ist n tampoco in nostro potere.
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Risultando avere l'autore posto fine a questo libro sulla di lui vita, inoltrato gi con essa nell'anno settuagesimo quinto, atteso che il respettivo capo XLIX finisce pari passo coll'aprile del 1576 (283); e pretendendosi altronde lui essere morto in Roma in quest'anno medesimo, ne verrebbe non avess'egli trasceso il quindicesimo lustro d'et. Su di che i biografi dicono il Cardano essersi lasciato morire d'inedia e di fame, onde non mancare al proprio schema oroscopico; siccome a quello che avesse prestabilito ultimo del viver suo il detto anno 75.to Del quale oroscopo non  fatto per alcun cenno in questa vita (284); mentre vi si ragiona, ed anzi dichiara fallace (285) lo schema, che ne aveva determinato il morire nell'anno 44.to Se dovessimo anzi argomentare dalle opere, le quali, poich non avvertite nell'apposito elenco (286), parrebbero scritte in seguito alla vita, non sarebbe neppur simile al vero che cessasse questa in cos breve tempo dopo averne compiuta la sposizione.
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Delle quali opere fu reso conto qua e l nelle note aggiunte, come anche dell'edizione complessiva di tutte (287); poich tutte le raccolse Carlo Spon e ridusse a 10 vol. in foglio. Fra l'edizioni delle opere particolari  distinta quella di Basilea dei libri De rerum varietate (1557 pure in foglio), ed  fra le pi rare quella fatta l'anno prima collo stesso formato a Norimberga dei libri De subtilitate. Essendo poi questi fra i pi famigerati, attese le obbiezioni dello Scaligero, furono anche traslatati nell'idioma francese da Le Blanc, e pubblicatane in 4. la traduzione in Parigi nell'accennato anno 1556. Delle opere tutte, non che dell'edizioni,  discorso a lungo nel T. XIV delle Mem. del P. Niceron, ed alquanto meno diffusamente anche nel Dizionario di Bayle; che, nell'opera ultimamente accennata, rileva pi valorose le ragioni relative ai dogmi religiosi dei Gentili, degli Ebrei e dei Maomettani, che non le contrapposte dei Cristiani, senza perci prescindere dal dichiarare assai pi superstizioso che spirito forte il nostro Cardano.
FINE.
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Note al testo:
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(1)	Interdum plus homine sapere, in plurimis minus pueris intelligere. Era inoltre proverbio sul Cardano che, nemo sapientius desiperet nec saperet stultius.
(2)	Scalig. in prof. in Manilium.
(3)	Non quia subjaceat motui, aut ejus indicio, natorum desideratissimus, qui creaverat ipsas stellas, sed quia, cum extenderet cum sicut pellem, formans librum universitatis, noluit literis ejusdem deesse, ex eis, qu secundum providentiam suam in libro ternitatis sunt scripta: non quod cli figura causa esset quare nasceretur, sed significatio; imo et vero verius ipse erat causa, quare modus su admirand nativitatis significaretur per clum.
(4)	Nullum magnum ingenium sine mixtione dementi.
(5)	Tratto dal capo VII del libro II sui veleni.
(6)	Giuseppe Flavio.
(7)	La terra suddetta  posta infatti nell'agro milanese, ove anche da lontano la si vede sorgere dalla costa, che parte la pianura fra il Tesino ed il piccol Arno; che, uscito appena dai poggi che a Varese fan cerchio, viene a tosto smarrirsi nella campagna meridionale di Samarate, al sud-est di Cardano; la cui distanza da Milano  qual dice l'autore, come non lo  quella da Gallarate, onde non  disgiunto Cardano che poco pi di un miglio. Cos pare avesse qui luogo uno sbaglio, e forse di stampa.
(8)	Nel libro corretto (recognitus) intorno ai propri scritti, l'autore averte come alla di lui genitrice premesse occultare il parto, per eludere le rampogne dei congiunti, e di chiunque potea leggermente raffigurarsela madre senza marito: come quello che, vecchio essendo e giureconsulto, si vergognasse di far conte le sue nozze con una povera vedova. Fosse poi questa la cagione, o fosse per la pestilenza devastatrice di Milano a quell'epoca, e quandomai non estesa per anco a Pavia, il fatto  che, volgendo al suo termine la gravidanza, la donna si ridusse a partorire in questa citt, alla quale starebbe il rivendicarsi l'onore di avere prodotto, quando non forse onorato il Cardano, se non protestasse in contrario, e se meglio si lodasse di Pavia lo stesso Cardano.
(9)	Nel libro III de Consolatione l'autore si dice nato nel 1501.
(10)	Corrisponde alle ore pomeridiane 6 e 40 minuti.
(11)	Non potrebbe la scurezza della parte astrologica di questo capo imputarsi al traduttore, se non in quanto riusc vana, comunque improba la fatica per esso indurata, onde penetrare il senso delle voci ed espressioni che andava recando in forse men barbaro italiano, ed in quanto il medesimo consult senza per migliore costrutto alcuni dotti; che se non altro lo confortarono a non perci deplorare la oramai generale noncuranza dei misteri genetliaci e delle presunzioni oroscopiche.
(12)	La romana cesarea, sotto lo stesso Augusto.
(13)	Omnis spiritus laudet Dominum, quia ipse est fons virtutum. Dai Salmi.
(14)	Pare fosse questo un bagno di sicurezza o precauzione, cui le discipline sanitarie assoggettassero gi fin d'allora i convalescenti da malattie pestilenziali od appiccaticce. Se la qual cosa pu interessare il medico politico, non sarebbe forse indifferente nemmeno al patologo il poco sopra indicato sviluppo delle pustole vajuolose precisamente sui luoghi stati gi presi dal carbonchio; quando potessimo non sospettare in chi scriva un facile banditore di cose rare.
(15)	L'autore onor la memoria del padre colla seguente iscrizione sulla pietra sepolcrale, che dalla chiesa di s. Marco di Milano doveva essere trasferita nell'Universit di Pavia, fra quelle degli altri professori; quasi avesse professato in quelle scuole, come non vi ebbe che fare il soggetto, cui specialmente risguarda il monumento. FACIO CARDANO I. C. MORS FVIT ID, QVOD VIXI, VITAM MORS DEDIT IPSA MENS AETERNA MANET, GLORIA TVTA, QVIES OBIIT ANNO MDXXIV. IV. KAL. SEPT. ANNO AETATIS LXXX HYERONYMVS CARDANVS MEDICVS PARENTI POSTERISQVE.
(16)	Il Rettore della Universit era scelto a que' tempi fra gli studenti, e ne rappresentava in certa maniera il Decano.
(17)	Nella sua storia prammatica della medicina lo Sprengel scrive avversi al Cardano cotesti scrutini, per ci che anche i professori gli Padova lo sapessero spurio.
(18)	Il testo reca "1728" per evidente errore di stampa [nota per l'edizione Manuzio].
(19)	Suspicione aborta, quod (tam male a patre tractatus) spurius essem. Nel lib. III de Consolatione.
(20)	Marchese Alfonso d'Avila; il quale ha pure contribuito colla sua protezione a che l'Autore venisse finalmente ricevuto nel consesso dei medici; siccome abbiamo da un altro compendio della sua Vita nel libro III de Consolatione.
(21)	Gregorio XIII.
(22)	Stando alla craniologia di Gall cotesto globo annunzierebbe uno sviluppo straordinario nell'organo della sensibilit fisica, rasente il quale avrebbe stanza, d'ambidue i lati, l'organo dell'inclinazione al coito e della forza generatrice; comech non se ne lodi gran fatto il Cardano (V. al capo II.) Siccome poi quel promontorio verso la base dell'occipite lascerebbe supporre una declinazione corrispondente nella parte centrale dell'osso, dove Gall ripone gli organi dell'amor paterno e figliale; cos, non avendo per verit ecceduto l'autore in queste affezioni, non ne verrebbe opposizione alla dottrina craniologica. Anche rispetto alla fronte, se gli organi dell'immaginazione, dello spirito e della bonomia sottostanno dall'alto in basso alla di lei linea verticale media, come ai lati respettivi quelli della liberalit e dell'ingegno, la fronte spaziosa del Cardano s'accorderebbe su questo proposito colla nuova dottrina. Ed a chi opponesse, qualmente non furono soverchie in esso lui n la religiosofia, n la memoria, Gall potrebbe rispondere, il primo di questi organi albergare nell'ultimo confine dell'osso frontale coi sincipitali, e trovarsi rasenti la radice del naso e le orbite quelli della memoria s locale, che delle cose; quindi essere presumibile, anche risguardo all'osso frontale, un tanto minore sviluppo degli organi di confine, quanto l'ampiezza del fronte autorizzasse a supporre maggiore, al paragone, lo sviluppo dei centrali.
(23)	Nel secondo dei quattro libri de Sanitate tuenda; nel vol. VI delle opere; delle medicinali nel I, Ediz. di Lione 1663.
(24)	Trattandosi di Diabete, sarebbe questo un caso dei rari fra gli epidemiai.
(25)	Questa come definizione del Cardano esprime appuntino la vera idea del piacere del Conte Verri, tranne che n il Cardano la dava per sua, n avrebbe trovato chi nuova la reputasse a quei tempi, come fu per avventura il caso due secoli dopo.
(26)	Amore Heroico.
(27)	I milites tumultuarii di Tito Livio erano quelli, che si raccoglievano spontanei sotto le insegne del Capitano; il quale, non potendo, attesa l'urgenza del pericolo, chiamarli tutti ad uno ad uno, esponeva dal Campidoglio due stendardi, e gridava: Chi vuol salva la repubblica mi segua.
(28)	Non potendo venire a capo di comprendere il cogitabam de Orachilia di questo luogo, anzi che arbitrare un'interpretazione da medico, era forse meglio attribuire a siffatta espressione un volgere in pensiero le migliaja di grilli oroscopici od astrologici; la qual presunzione, rispondendo per un verso al carattere dell'autore (alquanto astromaniaco), avrebbe a suo favore dall'altro, che il chili dei greci corrisponde al nostro mille.
(29)	L'Autore scrive quindici, e numera tredici, facendo luogo due volte all'equitazione. Con che proverebbe, a chi non saltasse a pi pari queste freddure, non aver egli (come dice al cap. IV) n destinato ad altri che a s medesimo la sua biografia, n forse mai ripassata e corretta la medesima.
(30)	La 29 del Libro terzo; la quale incomincia Tyrrhena regum progenies.
(31)	Ille potens sui Laetusque deget, cui licet in diem Dixisse, vixi, cras vel atra Nube polum, pater occupato, Vel sole puro; non tamen irritum Quodcumque retro est efficiet, neque
Diffinget, infectumque reddet, Quod fugiens semel hero venit.
(32)	Quod adest memento componere aequus.
(33)	Fulsere quondam candidi tibi soles.
(34)	Di Scozia nel 1532.
(35)	Tapsus minus virens, gracilisque et tristis ac dira: lethale baccis. In Hispania praesertim venenum inest. Plin., lib. 16. 10.
(36)	Hoc Cardana viro gaudet domus; omnia novit Unus: habent nullam secula nostra parem.
(37)	Ego me velle argumentari testatus sum, non tibi respondere.
(38)	????? sea?t??.
(39)	At vindicta bonum vita jucundius ipsa.
(40)	Natura nostra prona est ad malum.
(41)	Homo solitarius aut bestia aut Deus.
(42)	Virtus est vitium fugere.
(43)	Lo stesso, cui ora si venera sugli altari.
(44)	Non ostante quanto promette il titolo di questo capo, la congiura che gli forn argomento pare una sola, ossia una successione di cabale ordite sopra una medesima trama, e ritrose, diresti, nel prestarsi al capriccio che le partiva in quattro.
(45)	De Hieronymo Cardano intellexi, illum sine scholaribus profiteri, sed sedilibus: hominem malorum morum, et ingratum omnibus, qui a stultitia non absit, moribus sane deformem, quin etiam artis medicae parum peritum, et opiniones quasdam in ea sectantem; ut in urbe sua nemini acceptus sit, nec artem exerceat.
(46)	Quella per la quale il Cardano fu posto in carcere (Vedi Cap. IV). Nella sua storia prammatica della medicina lo Sprengel scrive ne fossero motivo i debiti.
(47)	Compresa facilmente la spesa del rame, del bulino, ec.; sapendosi d'altronde avere il Cardano fatto incidere il prediletto fra tanti suoi temperatoj.
(48)	Nil aequale homini fuit illi: saepe velut qui Currebat, fugiens hostem; persaepe velut qui Iunonis sacre ferret: habebat saepe ducentos, Saepe decem servos: modo reges atque tetrarchas, Omnia magna loquens; modo sit mihi mensa tripes, et Concha salis puri, et toga, defendere frigus, Muamvis crassa, queat.
(49)	Domine Deus, infinita tua bonitate, dona mihi vitam longam et sapientiam sanitatemque mentis et corporis.
(50)	Ecce quam bonum et quam jucundum. Dei salmi Davidici.
(51)	Multa modica faciunt unum satis.
(52)	Il discreto ed intelligente lettore sar per condonare agli errori medici dei tempi del Cardano la non giustezza di quest'esempio di un'altronde giusta massima, tanto pi che ora non di altro si potrebbe incolpare, se non d'insufficienza, l'uso del siero nell'idropisia.
(53)	Filosofo accademico, e condiscepolo di Senocrate nella scuola di Platone.
(54)	Se non esistessero tuttavia dei Gatici in alcune terre vicine appunto ai boschi del Tesino, la difficolt di comprendere il detto soprannome indurrebbe a sospettare nel gatico una sincope della voce milanese litigatt, che vale accattabrighe.
(55)	Il Sempione.
(56)	Trattandosi di recarsi a visitare infermi o per essi consultare, i venti giorni di questo viaggio erano facilmente soverchi a chi pure avesse impreso di farlo a piede.
(57)	L'autore scrive sei; qui sextus numeratur a communi.
(58)	Il testo dice liocorno (cornu monocerotis), quadrupede simile al cavallo, e che alcuni credono favoloso; il quale invece che sul naso, come il rinoceronte, porterebbe il corno sulla fronte.
(59)	Neustadt.
(60)	Lesieux.
(61)	Pare fosse questi, fra i due avversari, il bastardo.
(62)	Non  maggior dolore. Che ricordarsi dei tempi felici Nella miseria. Dante.
(63)	Nella riviera di Genova.
(64)	Negli Abruzzi.
(65)	San Giuliano.
(66)	Fiume rapidissimo in Normandia.
(67)	Cairoan, citt in Barberia, nel regno di Barca.
(68)	Nella Palestina.
(69)	Orientali.
(70)	Felices ferunt homines, regiones, non faciunt.
(71)	Honos alit artes.
(72)	In Milano.
(73)	Il testo dice Obinum.
(74)	Il testo scrive machinatorem.
(75)	V. il Cap. III.
(76)	Non conoscendo le pretensioni dell'autore su questo proposito, avrei tradotto altrimenti e forse meglio l'espressione: Spiritus insuper, et cognitio splendoris: Finalmente uno spirito conoscitore del proprio merito.
(77)	Veterem ferendo injuriam, invitas novam.
(78)	Ipse mihi custos incorruptissimus, omnes Circum doctores aderat.
(79)	V. il Cap. XL.
(80)	V. Oraz. Epod. Od. V.
(81)	Ora piazza Borromea, o di santa Maria pedona.
(82)	Dell'avere, il Cardano, riserbato a questo capitolo dei disonori le condotte mediche, da esso coperte in diversi luoghi, ne giudicheranno i leggitori: quellino massime che, non ignari di quali sieno tuttavia gli emolumenti che indi si ritraggono, potranno arguire cosa ne direbbe lo stesso autore al giorno d'oggi.
(83)	Immodicis brevis est aetas, et rara senectus Quidquid amas cupias, non placuisse nimis. - Martial.
(84)	V. Cap. II.
(85)	V. Cap. III.
(86)	V. Cap. IV.
(87)	Non mi riusc di riscontrare in quale delle sue opere.
(88)	La medicina teoretica.
(89)	V. Cap. VI.
(90)	Nell'altrove citata storia prammatica della medicina, (p. 16) il dottissimo Sprengel ascrive quasi come a consiglio del Cardano questo suo racconto, e forse non badando a che l'Octav. Kal. April. corrisponde al 25 marzo del calendario attuale, trasferisce la prece ad una Madonna d'aprile; mese, in cui non ricorre alcuna festa di Madonne.
(91)	Sebbene distribuite in dieci volumi le opere dell'autore, riducendo ad uno i tre che appartengono alla medicina, essi risulterebbero corrispondere nel numero al riparto in discorso; quantunque non corrisponda egualmente la distribuzione delle materie.
(92)	Nel testo: media, medietasve.
(93)	Et nos ergo manum ferulae subduximus.
(94)	V. al Cap. XLIX; quantunque nel testo sia scritto historia admirabilis, de qua supra egi: locch proverebbe stata cangiata la distribuzione dei capi o forse delle materie di questa vita.
(95)	Di Bologna.
(96)	Eufomia
(97)	Ma non poteva un uomo in tante scienze distinto, e s vago di tutte che lo fu il Cardano, trascurare la chiromanzia in tempi, quando la si insegnava pubblicamente nelle universit (certamente in quella di Salamanca). Dal di lui libro infatti sulle proprie opere troviamo che l'A. considerava l'arte di presagire i caratteri e destini degli uomini dalle mani come la seconda parte della fisionomica (essendone prima la metoposcopia, come quella che risguarda il capo). Lo Sprengel parla de' principj chiromantici del Cardano, che non so in quale figurino fra le di lui opere; e dai quali risulterebbe al dito pollice presiedere Marte, Giove all'indice, al medio Saturno, all'annulare il Sole, Venere al mignolo; e doversi quindi arguire il valore, la robustezza e la libidine dal primo; dal secondo le dignit e le cariche; dal medio la povert, la schiavit e la febbre quartana; gli amici, gli onori ed il potere dal quarto, e dall'ultimo i piaceri, una prole numerosa ed i favori di donne avvenenti.
(98)	Pluribus intentus, minor est ad singula sensus.
(99)	La fisica sperimentale, quella massime dei fenomeni elettrici.
(100)	Nel testo, Harpocrata; da Arpocrate, filosofo greco, il quale raccomandava sopra tutto il silenzio ai suoi scolari. Era pure dello stesso nome il Dio del silenzio presso gli Egiziani.
(101) 	Ti dice pi il Mattin, del suo Parini, che d'Arcadia un million di sonettini.
(102) Non omnis moriar: multa pars mei. Vitabit Libitinam, usque ego postera. Crescam laude recens, dum Capitolium. Scandet tacita cum virgine Pontifex. Nell'ode XXX ed ult. del libr. III.
(103)	Victurus in chartis, nec stygia cohibendus unda. Pure da Orazio.
(104)	Il Cavanago.
(105)	Ecce.
(106)	Vale a dire di meno infelice augurio la febbre, la quale succede alle convulsioni, che non la successione opposta, qual era nel caso: giacch Ippocrate ha persino insegnato, essere alle convulsioni rimedio, quando sopraggiunge ad esse, la febbre.
(107)	Ippocrate medesimo dichiar fatale il terzo giorno al tetano (tale sembrando essere la malattia onde qui ragiona l'autore): e le guarigioni, che si raccontano felici, si riferiscono tutte (comunque poche) a tetani che avevano gi trascorso, coi primi giorni, lo stadio del maggiore pericolo; come ho rilevato nel rendiconto della mia clinica di Pavia. Ci che m'indusse a far qui parole di questa circostanza,  il vederla rilevata per lo stesso Cardano, quasi mirasse a menomare il pregio della propria cura. E s che trattavasi della pi forse terribile fra le malattie cosidette nervose, fra quelle malattie, nelle quali si abus poi tanto e si abusa tuttavia di stimoli. Non  che il Cardano facesse grandi cose in questa cura; ma omise le nocive prescrizioni, alle quali avrebbono ricorso altri, massime pi tardi, anche trattandosi di un bambino di nove mesi; fece tutto il bene che per avventura si potesse in questa circostanza; ed ottenne una delle certamente pi rare guarigioni. Non per essendo qui luogo da estendermi su questo particolare, mi rimetto a quanto ne dissi nel secondo e terzo volume delle mie Lezioni sulle infiammazioni; ragionando della mielite in quello, e rendendo conto, in questo, s dei tetanici avuti nella clinica, che di altri stati curati nello spedale di Pavia.
(108)	Nel libro V. de Sapientia l'autore scrive la malattia, dalla quale fu per esso guarito l'arcivescovo, essere stata una tisi; ed ivi riferisce questo caso fra i molti, che attesterebbono del di lui valore nella cura di siffatta malattia. Del qual valore siccome non si fanno che cenni in questo capo, cos non sar fuori di proposito il qui riportare su questo particolare (anche per ci che ne dice la nota qui sotto) il seguente passo del detto libro. Dum in hac urbe (Milano) invidia laboraremus, nec lucrum suppeditaret impensis, multa ut nova inveniremus, tentavimus in arte: nam extra artem nihil non cessit. Tandem Phthisis (quam Pthoe vocant) multis seculis curam deploratam excogitavi, sanavique multos, qui nunc supervivunt, nec difficilius quam gallicum morbum; il quale non era per si facile a curarsi, a que' tempi, che al d d'oggi. Il qui riferito squarcio si legge, tale quale, anche in uno degli opuscoli del Cardano de libris propriis.
(109)	Nella prefazione alle opere del Cardano (Vita Cardani, ac de eodem judicium nella gi cit. ediz. di Lione) il Naudeo riferisce questa guarigione fra le menzogne dell'autore, anzi fra le prove della sua propensione al mentire, non volendo, poich, ad ogni quasi passo de' suoi scritti,Cardano si dichiara da niuna cos cos astinente che dalla bugia. Ben  vero per che l'accusa del Naudeo tende a per altro verso difendere il nostro scrittore da imputazioni, che lui pajano pi gravi, quali sarebbono i privilegi, ch'egli si attribuisce, di una luce affatto particolare dell'animo (Cap. XXXVI) di un apposito genio tutelare (Cap. XXXVII), di uno spirito profetico (Cap. XLII), di avere apparate per forza d'incanto le lingue (Cap. XLIII) ec. Perciocch il dotto francese avvisa potere quindi scolpare il suo protetto da siffatte pretensioni, ascrivendole ad una, com'egli dice, intemperie d'animo, non eguale a s stesso e melanconico; la quale costringesse il Cardano a, suo quasi malgrado, contraddirsi, massime ove si trattasse di raccontare mirabilia. Ci che intanto farebbe al caso, rispetto alla falsit della guarigione dell'Hamilton, sarebbe il seguente squarcio autografo, cui Naudeo asserisce ricavato dall'opuscolo del Cardano de libris propriis, nell'edizione del Rovillio, e cui non riscontrammo in nessuno dei tre libri sull'accennato argomento (1 ephemerus; 2 ad Nicolaum Siccum; 3 recognitus). Nei due ultimi troviamo invece confermata e detta maravigliosa e ripetuta, secondo il solito, con tutti gli annessi e connessi, la storia della malattia, della cura, del viaggio, e persino la lettera d'invito a quella gita. Or ecco il passo cui si appella il Naudeo: Istud admirations dignum, cum nunquam mentitus sim, istam qualemcumque bonam fortunam, tamen ex mendacio ortam fuisse. Nam neque verum erat me Pthoe laborantes sanare, neque lumen consulto mentitus eram, aut ex toto; tunc enim sanare illos saepe sperabam. Ita fatum me impulit, quasi fortuna nunquam verae virtuti faveat, ut egregie nolens mentirer, hocque solum mendacium, quod me invito excidit, tantum mihi utilitatis et voluptatis afferret.
(110)	Il che serve di rettificazione a quanto ne dice in proposito il Cap. IV pag. 21 (pag. 50 di questa edizione elettronica Manuzio).
(111)	"Ben  vero, s com' lamentevole, che n manco ai nostri giorni hannosi raccolti quei frutti, che anche gli spedali, da questo lato, avrebbero potuto dare; colpa la trascurataggine di chi dovrebbe porre un gran pregio al valore dell'aritmetica medica, e promuoverne l'esteso ed efficace adoperamento; e colpa pi assai il niuno amore del grosso dei medici all'accrescimento e al lustro vero dell'eccelsa arte che professano. Essi amano per l'opposto di figurarsi che loro debito  di far visite e dettar ricette senza pi, non di logorarsi il capo a nojosamente computare, ch questo il tengono ufficio di ragioniere e non di medico. E perci non vi brigate mai di fare a niun medico, quand'abbia ben anco trapassato il mezzo del cammino di sua vita, medicando assiduamente negli spedali, niuno dei seguenti quesiti".
Quanti ammalati per ogni cento vi muoiono in un anno, oppure sottosopra in un triennio?
Quanti ne muojono ai vostri collaboratori a parit o disparit di circostanze?
Nella somma delle malattie passatevi per le mani, quali sono le proporzioni tra le specie le pi mortali e le meno?
E nel confronto delle specie pi mortali, tra voi ed i vostri collaboratori, non apparisce egli mai nell'esito alcuno svario notabile?
E dove questo apparisca, e sia vistoso e costante, e non sia da accagionarne alcuna circostanza pi all'uno favorevole che non agli altri medici di uno spedale, quali sono le particolari cagioni che vi debbono pur essere della perdita o del guadagno da una parte o dall'altra ?
Qual  la proporzione numerica della mortalit dei vari mesi?
Cosa vi costa giornalmente per testa i vostri ammalati in rimedj?
Cosa in vitto?
Qual  il numero medio delle giornate, che passano nelle vostre sale?
"Questi sarebbero, a modo d'esempio, i primi quesiti, i pi appariscenti, i pi facili a risolversi che mai; ci nondimeno per niuno d'essi non troverete che il medico s'abbia procacciata quella dovizia di buoni materiali da offerire una risposta categorica, e compilarvene un quadro statistico medico.
"Peggio poi se, procedendo di questo andare, lo richiedeste di altre cose un poco meno appariscenti, e pi intricato di quelle sopraddette. Per esempio: dei dati positivi, dimostranti che assai malattie sono recate allo spedale per solo ricevervi tomba, rendute incapaci di guarigione da troppo indugio; colpa di male pensati o male eseguiti provvedimenti, ai quali si potrebbe apportar correzione o mano forte, secondo il caso. Oppure di certe malattie, che infestano a preferenza gli uni o gli altri luoghi di un vasto territorio, che popola di s uno spedale, ci che ajuterebbe a dare col tempo gli elementi di una topografia medica, che sarebbe feconda di segnalati vantaggi. Oppure della frequenza relativa di tali o tali altre alterazioni viscerali da preceduti processi infiammatorj o da altre malattie, ci che somministrerebbe d'assai utili materiali ai progressi della scienza e alla certezza dell'arte.
"E cos andate dicendo di pi altre cose di simil fatta, intorno alle quali importerebbe quanto mai che si formassero proporzioni numeriche sufficientemente sicure, opera tutta dell'avvedutezza e della pazienza lunga dell'osservatore medico. Ma l'osservatore medico, avveduto e paziente a tutta prova,  raro fenomeno anzich no in mezzo alla bisbetica generazione dei medici. I quali; come che boriosi di chiamarsi e venir creduti esquisiti artefici d'osservazioni, nondimeno si vendono sotto nome d'osservazione, per lo pi, un cotal pattume donde non trarresti sugo che vaglia".
Cos (e pare a proposito di quanto avverte in questo luogo il Cardano) nel 18 marzo del 1819 il num. 57 del conciliatore, esponendo la mortalit comparativa delle sale mediche e della clinica medica dello spedale civile di Milano negli anni 1812, 1813, 1814, e mostrando vincitrice del 5 per 100 la seconda sulla mortalit delle prime. "Che se a quei calcoli si mossero eccezioni per qualche divario nei numeri elementari; chi li rifece coi numeri corretti (senza dubitare della differenza, e ripartendone l'eccesso ed il difetto a cui si doveva), non trov quindi alterarsi che di frazioni inconcludenti, al paragone, i risultamenti" (Cos nelle poc'anzi (pag. 199 [nota 107 della presente edizione elettronica Manuzio]) cit. lez. sulle infiammazioni vol. III, pag. 397).
(112)	Secondo altri Gaeta, o Capua.
(113)	Terapeutica.
(114)	Diagnostica.
(115)	Procatartiche.
(116)	"Ho potuto convincermi non sempre i pi colti fra la massa dei medici essere i pi fortunati, bens quelli anche di mediocre ingegno e coltura, che hanno il criterio di scerre, pi che la fortuna d'incappare in un buon metodo, conoscerlo ed attenervisi: e ci valga togliere ogni dubbiezza di pretese a merito personale. Non credo anzi potere alle parole pratico fortunato attaccarsi altra idea che la dianzi espressa: giacch non val la pena di estendere il discorso ai pratici senza metodo, n a coloro che mostrano accomodarseli tutti; che se non  vana presunzione il tutti conoscerli, ben  per lo meno risicosa quella di tutti amalgamarli nella pratica, inconciliabili quali sono in teorica" (lez. vol. cit. pag. 340).
(117)	Quinira; tranne la qual voce, anche in questo saggio delle nozioni geografiche dei tempi dell'autore, si  preferito non alterare, traducendo, neppure i nomi; solo distinguendo i meno usitati, o dei quali fosse dubbio a quale corrispondano degli usitati dappoi.
(118)	Binarchia nel testo.
(119)	Magne magnes.
(120)	Servo di casa.
(121)	Se non fosse palese a quali spiriti allude quivi l'autore, si potrebbe credere che, anteriore qual egli si fu, alla scoperta circolazione del sangue, alludesse agli spiriti (pneuma), che prima di quest'epoca si credevano capire nel vano delle arterie.
(122)	22 D'Italia, stile antico.
(123)	Oltrech dell'ultima precisione questo computo di ragguaglio fra le due specie di libbra, l'una cio di 28 once, l'altra di 12, esso fa testimonianza come un lasso di oramai tre secoli non alterasse n punto n poco la ragione di cotesti pesi, poich rispettivamente i medesimi nelle due libbre attualmente in uso a Milano.
	Rispetto agli aereoliti, che pajono essersi resi fenomeno assai pi famigliare ai nostri tempi che non forse a quelli dell'autore, massime ove si abbiano tutte per vere le relative osservazioni, vi sarebbe che dire sulla mole straordinaria dell'indicato in questo luogo, se non si mostrasse inclinato, pi sotto, lo stesso autore a reputarlo suppositizio, e se anche nelle osservazioni pi recenti non avessimo udito a bastanza parlare di casi analoghi.
(124)	De fato; altra fra le opere dell'autore.
(125)	Sollecitato, come sono, in questo lavoro, non mi avanza tempo a verificare se bene o male mi apponga, stimando alludere quivi l'autore ad una successione di consolato fra i due nominati. Sia poi con quest'allusione o senza, il senso allegorico dinota in Cesio l'esitanza, la fermezza in Crasso. E guarentisce tal presunzione, rapporto a quest'ultimo, Cardano medesimo che, proponendosi Crasso a modello della detta virt nel suo libr. III de consolatione, scrive di lui che cum vereretur ne ludibrio esset, virga, qua equum regebat, oculum barbari effodit: quo ita percito, ab eo occisus est.
(126)	V. Cap. XXX.
(127)	V. Cap. VI.
(128)	ivi.
(129)	ivi.
(130)	V. Cap V.
(131)	Tutti misteri della chiromanzia, cui l'autore scrisse, al Capo XXXIX, non essersi punto applicato, mentre la rilegava tra le scienze malvagie, perniciose o disutili (V. la Nota alla pag. 189).
(132)	V. i Capi II e X.
(133)	Vale a dire ai 13 d'aprile dell'anno 1560.
(134)	La circostanza pi aggravante il delitto di Giambattista Cardano, impinto di avere avvelenata la moglie nell'ultimo suo puerperio, pare fosse che, medico essendo egli pure, la uccidesse medicandola; e sono casi cotesti assai frequenti anche fuor di parentela bench non ugualmente sospetti.
(135)	Filippo II, per la rinunzia del padre Carlo V, nell'anno 1553.
(136)	Zotophagite.
(137)	Le ripetizioni sono assai pi frequenti che non avvertite nel testo (altra prova di quanto si conchiude nella nota prima alla pag. 38 [nota 29 di questa edizione Manuzio]), ed  forse il solo fra gli arbitri della traduzione, quello di avvertirle. Qui per la scommessa di Bologna  alquanto pi circonstanziata che nel Cap. XL, sotto il num. XII.
(138)	Per altro Edoardo ebbe s corta vita, che n avr potuto essere fra gli ammiratori al successo di cotesti presagi, n sarebbero essi per conseguente riferibili al di lui regno.
(139)	In appendice al Cap. L.
(140)	V. Cap. XXXVIII.
(141)	Con tutti questi suoi artifizi, la pretensione ad uno spirito profetico  quella che pi rese ludibrio l'autore a suoi nemici; fra' quali si contano gli uomini pi dotti de' suoi tempi, quali erano per avventura i due Scaligeri ed un Alessandro de Angeli. Il che fu specialmente all'occasione che periva di morte violenta il Ranconeto, cui era stato poco prima cortese, il Cardano, di uno schema di lunga vita; quantunque non ne faccia motto in questo luogo. Non era poi mestieri neppure di gran dottrina, per giudicare del valore profetico di chi ne' suoi schemi al re Odoardo, al Ranconeto, a s medesimo ed al figlio predisse tutt'altro che morte immatura o violenta ai primi due, la carcere al terzo, e la scure all'ultimo.
(142)	V. Cap. antecedente.
(143)	Questa  senza forse la pi debole delle ragioni addotte, ond'eludere la presunzione di un miracolo, quando fosse pur uopo di ragioni ad eluderla.
(144)	Se Cardano avesse conosciuta la teorica dei fulmini di ritorno, avrebbe in questa novella trovato meno prodigioso l'odore, se non altro, della cera o che gli parve di cera; e rilevando, per conseguente, in quest'odore un rapporto fisico pi positivo e reale di quello, che l'uso avveniticcio dei funerali fa credere aver esso coi morti, si sarebbe abbandonano la notte al sonno in santa pace, n lo avrebbero s facilmente sturbato i porci e le anitre.
(145)	Nec subibat exomologesim. Ho riferito quest'espressione all'usanza comune, di vivere cio in matrimonio; bench fosse per avventura meglio riferirla al non usare quel mariuolo di Giovanni, vivendo, neppure cogli altri sacramenti, e specialmente coll'Eucaristia, ch appunto charistia si chiamavano da Ovidio i conviti fra parenti ed amici.
(146)	Cos nel testo, alludendo forse la celia all'asino d'oro, che serve d'argomento e di frontispizio al libro d'Apulejo.
(147)	Ci non contraddice (checch ne scriva nella ricordata prefazione il Naudeo) a quanto scrisse lo stesso Cardano, ragionando, nei libri altrove citati, le proprie opere, dove si legge: Praesenti anno (parla del suo vigesimo quinto) nimia intentione studii graecarum litterarum labefactatus, nihil ardui molitus sum; giacch il miracolo d'Apulejo si riferisce all'anno ventesimo. Lo stesso valga per ci che ivi si legge poco dopo: Librum Micylli in Epitomen redagi, quem conjunxi libro de graecae literaturae institutione.
(148)	Questo s che, sebbene d'accordo coll'appositamente gi detto ne' capi IX e XII, siccome ha nondimeno rapporto con tutta la vita, cos non s'accorda con quanto scrisse l'autore nei detti libri, ove termina il discorso intorno a quelli della sapienza e della consolazione, cos: Interim vero grammaticae et dialecticae operam dabam: non ostante che l'interim di questo passo dovrebbe riferirsi all'anno della vita vigesimo terzo, e che la grammatica in generale non  giusto la grammatica del greco, del francese o delle spagnuolo.
(149)	Credidit in spem, prter spem; et reputatum est ei ad justitiam.
(150)	Cinque sono i libri dell'autore, i quali portano il nome di Theonoston: e trattano della tranquillit il 1.; del prolungare la vita il 2.; il 3. della immortalit dell'anima; e l'ultimo e quello degl'iperborei, divisi pure in due libri. Locch si avverte, atteso che tranne il compreso fra questi ultimi, gli altri Teonosti sono fra i libri dell'autore, dei quali non fa esso ricordanza nell'indice respettivo, al cap. XLV.
(151)	Che, fra i prodigi omessi, vi fosse quello di preludio allo scrivente siffatte cose, come due secoli e mezzo dopo fosse per trovarsi cui movessero destini analoghi a recarle in italiano; e che, oltre qualche altra circostanza, dovesse questo tale avere in comune con esso lui il sito, il giorno e l'ora del nascimento?
(152)	Pio V.
(153)	Philosophus sine philosophia.
(154)	Neminem scire omnia, imo nihil eos omnes, qui se multa ignorare non sciunt.
(155)	naturale.
(156)	Trascrivo questo passo, sembrandomi di non averne indovinato il senso, anzi di non averlo compreso.
	Neque enim suspensis animis terrore, aut commotis, fluctuantibus, immodici enim affectus, cum alterius generis miraculis, obruunt opinione falsas, non augent.
(157)	Non  guari dissimile, quantunque recentissima, la distinzione analoga di Kant nella sua critica della ragione pura (V. il vol. II. del mio volgarizzamento di quest'opera nella collezione italiana dei Classici metafisici. Pavia 1820).
(158)	Omogenei o similari.
(159)	Nativo di Taranto, celebre musico, ed anche filosofo e medico; discepolo di Zenofilo e di Aristotile.
(160)	Fu in ci prevenuto il nostro A. da Lorenzo Valla, del quale siccome tacque il nome, allor quando asseriva nullum esse ignem sub concavo lunae, cos, bench non gli costasse meno guai quest'asserzione di quelli si disse nel proemio, rispetto alla genesi astronomica di G. C., non fu per mai verso (dice il Naudeo) che, n a propria discolpa o salvezza, il Cardano indicasse presa tal proposizione dal Valla.
(161)	Jaciunt monadem. I curiosi potranno su di ci consultare i Cap. XII e XIII del libro sui giuochi (XII del tom. I).
(162)	Quantunque assai pi conseguenti e decisive le scoverte di Redi e Vallisnieri sull'argomento; e sebbene questo passo invogliasse a sospettarle preparate un pajo di secoli prima, ne sarebbe sempre devoluto il merito a quella che anche gli stranieri chiamano terra classica.
(163)	Ecco la gran ragione. Sia 3 il numero dividente i giorni dell'anno; ciascheduna delle tre parti sar di circa giorni 120; numero equivalente a 40 moltiplicato per 3. Ma la met di 40  20, e 20 equivale a un dippresso allo stesso 3 moltiplicato per 7; ne viene dunque essere critico il settimo giorno, e cos di sette in sette.
(164)	Le setole del cavallo!
(165)	Virum inventionum.
(166)	Andrea Alciato, come si rileva dal Cap. XLVIII.
(167)	Dove non  indicato il numero s'intende il libro essere unico.
(168)	Ad solvenda themata indissolubilia.
(169)	De septem erraticis.
(170)	De uno.
(171)	Tetim, seu de humanis consiliis (cos nel tom. I. lib. XXVI).
(172)	De minimis et propinquis.
(173)	Hyperchen.
(174)	Ars curandi parva.
(175)	Quod nullum medicamentum simplex noxa careat.
(176)	Triceps.
(177)	In Thesallicum medicum.
(178)	De Alogis. I teologi danno questo nome agli eretici, non credenti che Dio sia il divin verbo. Si da pure ai muti ed, in generale, a coloro che sragionano.
(179)	De commentitiis, seu fictis.
(180)	Actus; non in senso teatrale, ma come di nave spinta o gittata in mare.
(181)	Contradicentium medicorum.
(182)	Floridorum, seu in primam primi (sive comment. in principem Hazen; cos nell'indice delle opere al tomo IX).
(183)	Cum dispunctionibus.
(184)	Paralipomena.
(185)	Proxeneta, seu da prudentia civili (cos nel tom. I l. XVIII).
(186)	De nodis.
(187)	Metoposcopi.
(188)	Thecnarum callidarum.
(189)	Arithmetica parva.
(190)	De malo medendi usu.
(191)	La prigionia.
(192)	Tecnarum callidarum.
(193)	???sea ?a??e???, ??at??? e??ea????. - Omer.
(194)	V. Cap. XXIX.
(195)	Floridi.
(196)	Ars medendi parva.
(197)	Qui si dicono promptuarii.
(198)	Et prodesse volunt et delectare poet.
(199)	Ab ungue leonem.
(200)	Metoposcopia.
(201)	Della Madonna e di s. Martino. Quantunque per non avvertite nell'indice di questo capo, fra le opere dell'autore (Tom. IX) si trovano anche le vite di Lodovico Ferrario e dell'Alciato: onde convien credere che le scrivesse dappoi scritta la vita; vale a dire nell'ultimo anno della medesima.
(202)	Dispunctiones.
(203)	De optimo vit genere.
(204)	Il secondo e quarto inganno sono rimasti nella penna dell'Autore.
(205)	Il testo dice si instrumentum maneat; ci che potrebbe anche riferirsi al corpo.
(206)	Contradicentium medicorum.
(207)	Manuarius, altrimenti promptuarii.
(208)	De optimo vit genere.
(209)	Dal premesso indice risulta queste opere costituire 24 libri, forse per non essere che 8, bench accennati per 12 nell'indice, i libri sulle contraddizioni dei medici.
(210)	Li quattro libri sui denti si trovano sotto nome di opuscoli medici senili nel tomo IX; dove si trova pure un quinto libro, in cui lo stesso argomento  trattato in concorso con quello dei morbi articolari.
(211)	Actuarium.
(212)	Spiritus assidentes, aut praesidentes.
(213)	L'anno 74.to
(214)	V. cap. XLI.
(215)	V. cap. XLIII.
(216)	V. ivi.
(217)	V. cap. XLI.
(218)	Prohibentes, admonentes, hortantes futurum, docentes, fallentes ec.
(219)	Nel libro de Varietate, al cap. XCII, nega lo stesso Cardano la qui vantata custodia ed assistenza di un genio particolare, scrivendo: Ergo certe nullum demonem aut genium mihi adesse cognosco. E poco dopo soggiunge: Illud bene scio, mihi pro bono genio datam rationem, patientiamque in laboribus magnam, bonum animum, pecuniae honorumque contemptum: quae omnia maximi facio et demonio Socratis meliora atque ampliora dona existimo.
(220)	V. cap. XLIII.
(221)	Alla voce Lamant di questo passo, come a quella della quale non  fatto cenno in tutto quanto il libro, si  arbitrato sostituire le parole del giovinetto, che s assiduo compariva nei sogni, che si descrivono in appendice al cap. XXXVII.
(222)	Ex responsione Simii. Neppure di queste apparizioni  discorso nel libro.
(223)	Ad splendorem.
(224)	Simpliciter.
(225)	Est quasi propter quid.
(226)	V. cap. XXXVIII.
(227)	Alla di lui cattedra di Pavia, essendone partito il Corti, onde recarsi a Pisa: ed  per isbaglio che al cap. XIV. pag. 69, lin. 14 [pag. 104 di questa edizione elettronica Manuzio]  detto a Bologna.
(228)	Giambattista, veronese, professore di clinica medica al letto degl'infermi a Padova oltre un mezzo secolo prima che simile scuola si aprisse da Silvio le Boe a Leida; bench lo Sprengel dica anteriore cotesta a tutte le altre, scrivendo la storia della medicina. (V. Comparetti nelle memorie sull'universit di Padova, e Rasori nelle note alla sua prolusione sugli studi medici).
(229)	Fra i libri ed autori non citati, per contemporanei o posteriori di poco al Cardano, sarebbero Giambattista Selvatico, nell'opera De collegii mediolanensium medicorum origine, antiquitate, necessitate, dignitate ec.; Giulio Capacio, negli elogi degli uomini illustri, la parte prima degli elogi del vescovo Tommasini; il Campanella, nelle Syntagmata de libris propriis (pag. 87); il Moriggia, nella storia delle antichit di Milano (lib. 1 cap. 59) ; Pietro Ramo, nel Promio mathematico (pag. 470); Enrico Monantolio nel Suo Ludo jatromathematico, (pag. 9); il Promptuario del Ranillio (pag. 268); Gianmatteo Toscano, nel lib. 4 del suo Peplo d'Italia; e, per tacere di molti altri, la storia del Tuano (ad annum 1576 tom. 4, lib. 62, pag. 136).
(230)	De legibus connubialibus.
(231)	In Hermetem de nativitatibus.
(232)	Cap. XII.
(233)	Lapis molaris.
(234)	Patriarca d'Aquilea.
(235)	De bello Erasmicano.
(236)	De in litem iurando.
(237)	De nativitatibus.
(238)	Anche nella prefazione ai sedici libri dell'esercitazioni esotiche (bench scritte contro l'opera del Cardano De varietate); prefazione, che fu poi anche pubblicata insieme alle altre orazioni e lettere dello Scaligero, nell'edizione di Tolosa del 1621 per cura del cel. Maulsac, dopo avere il detto scrittore compianto la morte dell'emulo, come si piangerebbe quella di un sommo eroe (cos lo chiama), e dopo avere scritto quanto appena poteva dettare il pentimento, per averlo combattuto, il medesimo soggiunge il seguente squarcio, cui riportiamo, sperandolo d'aggradimento ai leggitori; essendo che appartiene al pi rinomato fra gli avversari dell'autore.
	 Cum in homine docto tres partes omnino excellere debeant, morum integritas atque civilitas, eruditio varia et multa, ingenium summum cum acerrimo judicio conjunctum, tria hc ille puncta adeo plane tuleret, ut ad unum modo totus pro se, solus pro omnibus factus a natura esse videretur. Nemo enim humanior cum minimo quoque, nemo apparatior ad omnia cum maximis quibusque viris inventus est. Levitas regia, celsitudo animi popularis, non solum omnium horarum, sed etiam omnium locorum, omnium hominum, omnium fortunarum homo. Quod vero attinet ad eruditionem, circumspiciamus quso totum hunc hujusce seculi felicissimi consumatissimum orbem literatorum: multosque, magnosque viros efferent merita cujusque sua; ceterum hos una tantum, aut altera in parte philosophi occupatus. Ille vero cum profundissimis natur Deique arcanis humaniores literas ita coniunxerat, easque tam eloquenter explicarat, ut nihil aliud, toto tatis tractu professus fuisse videretur. Magnus vir sane, magnus si etiam hoc solum praestiterit. Cterum si ingenii expromptam celeritatem, igneam ad omnia vim, qualem ad minima et maxima quque, val laboriosam diligentiam, vel invictam constantiam consideremus, propior impudenti fuerit is, qui se illi comparare ausus fuerit.
(239)	Liber aggregatus ec.
(240)	De situ orbis.
(241)	Con dedica, pi che prefazione, del terzo libro allo stesso Cardano, allora professore a Bologna. Edizione di Pavia in 4. del 1567.
(242)	De hora et antihora.
(243)	Al num. 13 del premesso elenco.
(244)	Al num 30.
(245)	Al num. 52.
(246)	Al num. 12.
(247)	Al num. 36.
(248)	Al num. 14.
(249)	Al num. 28.
(250)	Al num. 66.
(251)	Al num. 51.
(252)	Al num. 71.
(253)	Non  indicato nell'elenco.
(254)	Al num 59.
(255)	Al num. 69.
(256)	Cap. XLIV.
(257)	Obstupui, ststeruntque com, vox faucibus hsit.
(258)	V. Cap. VII.
(259)	Quid si idem certet Phoebum superare canendo?
(260)
(261)	Victrix fortunae sapientia, dicimus autem: Hos quoque felices, qui ferre incommoda vitae. Nec jactare jugum didicere. etc.
(262)	Infelix virtus, et solis provida verbis. Fortunam, in rebus, cur sequeris dominam?
(263)	Trattandosi di un, per tante maniere, interessante monumento del valore poetico del Cardano; e diffidando, per forse altrettanti motivi, corrispondente il volgarizzamento respettivo, si crede sar gradevole divisamento ai leggitori quello di riportare l'originale, contrapponendolo alla traduzione.
(264)	Fra le opere di Girolamo sono due, che appartengono al figlio Giambattista; e ne attestano il valore in fisica ed in medicina. L'una  il libro De fulgure; l'altra quello De abstinentia ciborum faetidorum.
(265)	Questa morte fu cagione al padre, perch scrivesse il libro: De utilitate in adversis capienda.
(266)	Lectorem delectando, pariterque monendo.
(267)	Gratiis dedit ore rotundo Musa loqui.
(268)	Sero sapiunt Phryges; proverbio che allude all'aver Troja indurato dieci anni di guerra e sciagure, anzi che deliberare sulla restituzione della rapita Elena, e cos risparmiarle.
(269)	Cap. XLIX.
(270) 	Vixi: cras vel atra Nube polum pater occupato.
(271)	Modo futuris commodis non obsit.
(272)	V. Cap. XLIII.
(273)	Cap. XLV.
(274)	Malattia nella quale si genera infinita copia di pedicelli per tutto il corpo.
(275)	Una sciapida bollitura di mezz'oncia di corno di cervo calcinato e di due once di mollica di pane in molte libbre d'acqua, raddolcendo poi la colatura, ed aggiungendovi qualche po' d'acqua.
(276)	V. Cap. VIII.
(277)	??, ed ??.
(278)	Tartaglia.
(279)	Dies nostri LXX anni, et in potestatibus LXXX.
(280)	Vedi Cap. XV.
(281)	Scire tuum nihil est, nisi te scire hoc sciat alter.
(282)	Vedi Cap. XLV.
(283)	Pag. 322 [pagina 378 di questa edizione elettronica Manuzio].
(284)	Alla pag 362 [pagina 419 di questa edizione elettronica Manuzio]  invece manifestamente accennata l'aspettazione, in che stavasi l'A., di compiere il sedicesimo lustro. La pi dagli altri esagerata che da esso avvertita propensione ai presagi astronomici trasse da ci facilmente argomento alla indicata presuasione che alla pag. 355 [pagina 412 di questa edizione elettronica Manuzio]  discorsa la parsimonia del vitto, cui ridusse Cardano gli ultimi anni del viver suo. Nel che per non si pose mente ne al ben essere, cui esso ivi attesta riconoscere da siffatta riduzione degli alimenti, n alla dichiarazione, che segue due pagine dopo (357) [pagina 413 di questa edizione elettronica Manuzio], di starsi bens aspettarsi la morte, ma di paventarne la venuta: locch non lascia certamente presumere n divisamento n disposizione di espressamente affrettarla col digiuno.
(285)	Pag. 45 [pagina 77 di questa edizione elettronica Manuzio].
(286)	Cap. XLV.
(287)	Pag. 26 [v. nota 23 di questa edizione elettronica Manuzio].
...
FINE.